Come stanno davvero le pmi lombarde

Pensare da grandi. Internazionalizzazione, (auto)finanziamento e altro

Come stanno davvero le pmi lombarde

Foto LaPresse

Sono piccole ma si fanno sentire. Soprattutto oltre i confini cittadini, regionali e nazionali. L’internazionalizzazione, oltre alla digitalizzazione, è del resto l’unica strada per la crescita viste le difficoltà del mercato interno. Anche perché come è emerso dalla relazione annuale dell’Agcom presentata martedì a Roma il 40% degli italiani non usa internet (siamo penultimi in questa classifica) e soprattutto sta lontano dalla piattaforma digitale per quel che riguarda acquisti e servizi bancari. E’ per questa ragione che gli imprenditori milanesi e lombardi di stazza ridotta guardano altrove. Al punto che, dati alla mano, le pmi nate in città e in regione negli ultimi tre anni esportano già ben il 45% della propria produzione all’estero. E Milano e la Lombardia rappresentano l’eccellenza anche in termini numeri del microcosmo industriale nazionale composto da 4,4 milioni di imprese che hanno un fatturato inferiore ai 50 milioni e meno di 250 dipedenti.

 

“È un gran bel segnale: significa che sono nate born global e che la cultura d’impresa, anche nel piccolo, funziona. Perché questa è la soluzione per crescere”, sostiene Alessandro Enginoli, fondatore e proprietario di un’azienda, Biostrada, impegnata nella ricerca di tecnologie ecosostenibili ma soprattutto in questo caso presidente della Piccola Industria di Assolombarda. “C’è un buon trend in questo senso. Le pmi ormai ragionano e sono allineato alle media e grande industria sul fronte dell’internazionalizzazione, intendendo quali frontiere nuove i mercati extra Ue”.

 

Non a caso la Regione Lombardia ha di recente avviato il programma-bando ad hoc da 300 milioni per lo sviluppo tecnologico e industriale dei sistemi e impianti produttivi. Un sostegno necessario al tessuto imprenditoriale anche perché come ha ricordato l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Pier Francesco Maran intervendendo al dibattito “Pmi motore dello sviluppo del paese” tenutosi lunedì sera alla Festa de l’Unità di Milano, circa un sesto delle aziende cosiddette innovative nascono all’ombra della Madonnina. Una dimostrazione dell’efficacia del concetto di città metropolitana e una conferma che Milano conferma di aver sviluppato un ecosistema industriale sostenibile.

 

“Abbiamo inoltre notato che gli investimenti in termini di adeguamento al progetto Industria 4.0 delle aziende lombarde sono cresciuti a doppia cifra nel primo semestre di quest’anno”, aggiunge Enginoli. “E le pmi seguono questo trend. E spesso gli imprenditori scommettono sul rilancio anche senza rivolgersi al credito bancario. Sono piccoli segnali incoraggianti nell’ottica della digitalizzazione”. La minor richiesta di prestiti o linee di credito può essere dettata anche da un altro fattore: l’apertura al mercato dei capitali, alla ricerca di partner finanziari. Una buona predisposizione al cambiamento culturale, secondo il consigliere regionale Daniela Mainini, anch’essa presente nel panel del convegno sulle pmi.

 

Evidentemente queste aziende, anche grazie al ricambio generazionale in atto, sono sempre meno family oriented e sono sempre più predisposte ad aprire il capitale. A due condizioni essenziali: che i fondi in arrivo servano a proteggere e sviluppare il know.-how e per garantire l’internazionalizzazione. Una spinta in questo senso arriva anche dal boom dei Pir (Piani individuali di risparmio) la cui raccolta è stimata dal ministero dell’Economia in 10 miliardi su base annua.

 

Ma tutto ciò ovviamente non basta. Oltre alla spinta economica serve un patto politico o uno stimolo proveniente dal settore pubblico. “Si potrebbe infatti valutare l’estensione delle agevolazioni fiscali per i Pir ed enti previdenziali ai loro investimenti in finanziamenti diretti alle imprese, fino a 15 mesi prerogativa esclusiva delle banche”, segnala Simone Dragone, responsabile dell’area Sviluppo partecipate del Pd milanese. “Emerge quindi la necessità di consolidare il percorso intrapreso negli ultimi anni per agevolare la canalizzazione del risparmio verso l’economia reale”. Ma anche la politica deve fare il suo mestiere. “Si rende pertanto necessario”, conclude Dragone, “un patto strategico che coinvolga le istituzioni, centrali e locali, gli investitori e le imprese”. Insomma un tavolo, magari pure 4.0, che permetta di creare infrastrutture quanto più digitali possibili per massimizzare gli sforzi fatti dalle pmi. E solo da Milano può partire questa sfida.

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