I conti, non solo politici, del primo anno della giunta Sala

Parla Roberto Tasca, assessore al Bilancio. Cosa è partito e cosa partirà. Tra Brexit e cantieri

I conti, non solo politici, del primo anno della giunta Sala

Foto LaPresse

Roberto Tasca è un professore di Economia, un consulente in materie finanziarie che ben conosce il mondo dell’impresa privata. Da un anno i milanesi hanno imparato a conoscerlo come il ministro dell’economia di Beppe Sala, l’uomo che dice sì o no sulle spese, e mette le tasse. Lo hanno conosciuto come l’assessore al Bilancio e al Demanio che ha dato qualche sforbiciata “di responsabilità” al sistema di spesa e di welfare, perché ha un’idea chiara: “Non si possono spendere i soldi che non ci sono. Io ai miei figli, e ai figli degli altri cittadini di Milano, non intendo lasciare montagne di debiti che ne distruggerebbero il futuro. Nessun amministratore serio lo farebbe”. E’ soprattutto un manager pragmatico, “per me il politico è colui che è stato votato dagli elettori e a loro risponde, io sono stato chiamato a fare un altro lavoro”, e le liturgie della politica, coi loro infiniti processi non-decisionali, non le sopporta. Perciò è forse l’esponente di giunta che meglio può tracciare un consuntivo di quello che si è fatto, non si è fatto, c’è da fare dopo un anno di amministrazione Sala. A partire da un giudizio sulla nuova situazione dopo le amministrative di domenica, che hanno cambiato colore politico a molti pezzi dell’area metropolitana milanese. A partire da Sesto San Giovanni. Di questo dovrà tenere conto anche la giunta milanese, sebbene Tasca non si mostri particolarmente preoccupato: “Non è che il prolungamento della Linea rossa per Monza cambierà percorso perché a Sesto e Monza sono cambiate le giunte. Credo che ci siano aspetti della buona amministrazione che seguono il percorso dell’interesse dei cittadini, che non è di destra né di sinistra. Io credo molto nella Città metropolitana, ci sono risultati concreti e utili, non soltanto problemi. E’ una strada che andrà avanti con qualsiasi colore”.

 

Quanto ai bilanci e alla forza di investimento e di attrattiva per la città – le grandi promesse di Sala – precisa: “Milano ha una posizione patrimoniale estremamente solida, quello che manca, in generale nella cultura amministrativa italiana, è la capacità di operare ‘scelte di politica industriale’. Ad esempio, non siamo subordinati a un ‘patto’ di stabilità con lo stato, a sua volta figlio del patto tra l’Italia e l’Europa. Legittimo, e io condiviso, altro che uscire dall’euro. Non si può deragliare, ma occorre pensare a come non far pesare questo solo sugli enti locali”. La giunta Sala si è presentata con grandi ambizioni di rilancio, sviluppo, internazionalizzazione, attrattività. A che punto siamo, anche in relazione a un governo centrale non più così “propulsivo” sul modello Milano, diciamo? “Partiamo dal Patto per Milano, che concretamente significa 85 milioni arrivati, o dai cantieri delle MM che lavorano. Poi ci sono le cose che, nel mio primo anno da amministratore, mi sono accorto che funzionano meno. Ad esempio l’inerzia procedurale che rallenta i tempi attuativi. Prenda il piano delle periferie – banalmente: è cambiata la legge sugli appalti e, legittimamente qualsiasi funzionari del comune prima di deliberare una cosa vuole sapere cosa, come, e che responsabilità si assume. Anche Arexpo, che sta seguendo il suo percorso programmato, deve fare i conti con procedure complesse”. Sul Ema è ottimista ma non si sbilancia, ora il lavoro è in mano al governo; sull’attrattività post Brexit spiega, tra l’altro: “Milano ha le carte in ordine per attrarre, dalla città ai servizi all’immobiliare”. Ma ci sono cose che devono cambiare. Il sindaco ha segnalato più volte che vorrebbe poter offrire agli investitori un’area di tassazione e finanziaria speciale. “Però Milano non può legiferare su questo, ovviamente, deve pensarci il livello legislativo centrale. Quello su cui insistiamo, e continueremo a farlo, è che bisogna farlo. E invece c’è una cultura politica ancora legata a degli standard che non sono più adeguati: trattare tutti i comuni d’Italia allo stesso modo significa livellare tutti al basso, quando invece, a parole, tutti vorrebbero ‘innalzarsi’ agli standard di un’area produttiva, amministrativa, come quella di Milano. Occorre pensare di ‘clusterizzare’ i comuni in base alle esigenze reali di ognuno. Senza questo, l’attrattività fatica a decollare”.

 

Le periferie, dicevamo, e l’emergenza immigrazione – di ieri l’allarme anche del prsidente Mattarella. C’è stata la marcia dell’accoglienza a maggio, con il sindaco, ma il voto amministrativo ha mostrato il prevalre di un’altra sensibilità… “Ho aderito idealmente a quella marcia, e mi sembra di poter dire con orgoglio che finora Milano ha saputo coniugare accoglienza e capacità di controllo e gestione dell’emergenza. Senza chiudersi, ma senza mettere a rischio la sicurezza. Continueremo a farlo, ma è chiaro che non possiamo certo raddoppiare i posti letto per l’accoglienza: potranno crescere, potremo ri-allocare una parte delle risorse. Ma dentro un quadro condiviso che non può che essere nazionale. E ognuno con le sue responsabilità: il comune di Milano ha versato quest’anno 115 milioni al fondi di solidarietà dei comuni: non accetto sentire comuni che ricevono solidarietà, che poi si rifiutano di fare la propria parte”. immagini per il futuro: “Il Bulding Federale per il comune, con uffici e attività concentrate, con la digitalizzazione e la messa in rete di tutti i dati necessari ad amministratori e cittadini. E’ un’idea del sindaco. Entro questa amministrazione partirà”.

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