Aiuto, Armani non vuole più chiudere le sfilate. Panico nella moda

Lo stilista ha fatto sapere all’associazione di piazza Duomo di voler rinunciare all’onere di blindare con la propria sfilata l’ultimo giorno del calendario

Aiuto, Armani non vuole più chiudere le sfilate. Panico nella moda

Giorgio Armani (foto LaPresse)

Il pomeriggio del 16 giugno aprirà la tre-giorni-e-mezzo delle sfilate di Milano Uomo, giusto il tempo di scendere dal treno in arrivo da Firenze dove si sarà assistito almeno a una trentina fra gli oltre cento eventi di Pitti Uomo 92, per precipitarsi alla premiazione di Milano Moda Graduate o, volendo prendere un aperitivo, alla sfilata da Ermenegildo Zegna all’Università Statale alle otto di sera. Ma il presidente di Camera Moda Carlo Capasa, che molto sta facendo per saldare in un unicum il potente appuntamento fiorentino governato da Claudio Marenzi e Raffaello Napoleone con le passerelle dell’abbigliamento uomo, deboli da sempre a Londra e Parigi ma ora anche a Milano per via della progressiva tendenza al cosiddetto “coed”, cioè alle sfilate uomo e donna accorpate per motivi commerciali contrabbandati come filosofici, è già concentrato sul calendario delle sfilate donna del 20-26 settembre, dove si profila qualche seccatura.

 

Dopo dieci anni oggettivamente generosi, Giorgio Armani ha fatto sapere all’associazione di piazza Duomo di voler rinunciare all’onere di blindare con la propria sfilata l’ultimo giorno del calendario, e intende anticipare la passerella al venerdì o al sabato. Il calendario è da decenni il tema caldo delle sfilate a dispetto degli inviti delle associazioni e alle pressioni del Mise al famoso “fare sistema”, un controsenso per l’ego spropositato della categoria e i complicati calcoli dei loro uffici stampa sulle probabilità di assicurarsi la presenza dei media e dei compratori più importanti a seconda della giornata, dell’orario e della location scelti. L’attuale calendario, deciso a metà del decennio scorso in risposta all’attacco sferrato dal direttore di Vogue America Anna Wintour per indebolire il sistema degli eventi di Milano a favore di quelli di Parigi dove la signora tiene casa e molti interessi, e di cui oggi sta tentando di rinvigorire le passerelle della haute couture, prevedeva che Gucci sfilasse nel giorno di apertura e Armani in quello di chiusura: un modo efficace per tenere in città media e compratori e favorire le presentazioni dei giovani stilisti, solitamente inseriti proprio nel primo e nell’ultimo giorno, seguito anche da Parigi che apre la propria Fashion Week con Saint Laurent e la chiude con Louis Vuitton.

 

Qualche sera fa, alla cena fiorentina per Gucci, Capasa mostrava l’aria rassegnata e divertita del preside di una scolaresca brillante ma molto turbolenta, sperando che qualche nome di peso nelle prossime settimane di sostituire Armani. Ha però un asso nella manica: la prima edizione dei “Green Carpet Fashion Award”, gli Oscar della moda sostenibile organizzati da Capasa e Livia Firth alla Scala il 24 settembre, dove la richiesta di partecipazione sembra superare perfino la capienza del teatro: media, compratori, perfino le griffe italiane che di solito sfilano a Parigi come Valentino, che in questi giorni, però, è impegnato su fronti ben diversi rispetto al calendario e agli Oscar per la moda ecologica. Controllato da Mayhoola, il fondo sovrano del Qatar, si trova suo malgrado al centro della crisi diplomatica che ha investito l’emirato, benché l’amministratore delegato Stefano Sassi getti acqua sul fuoco e difenda il sistema dei consumi che ruota attorno al medioriente: “A noi il Qatar ha dato libertà e rispetto”. Mentre l’incertezza politica è ormai “la regola del gioco” anche nella moda.

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