Tutte le caselle del Pd a Milano

Il risiko milanese sui nuovi assetti all'interno del Partito democratico. Il posto di Guerini, che farà Martina, Rosati se ne va

Tutte le caselle del Pd a Milano

Lorenzo Guerini (foto LaPresse)

La segreteria del Partito democratico è un po’ come il gioco del Quindici, quello dove le caselle, scompaginate, devono essere messe al loro posto. La differenza con il rompicapo inventato da un postino americano è che quello è uno scacciapensieri, qui invece i pensieri ci sono, e pure pesanti come nuvole cariche di pioggia. E’ un rompicapo complicato, quello della segreteria nazionale, e che impatta pesantemente su Milano e le sue atmosfere politiche. La casella che proprio non si capisce come fare a mandare al suo posto, e in base alla quale tutte le altre si muovono qui o la, è quella di Lorenzo Guerini. Parlamentare “comune”, l’hanno definito dopo la sua uscita dalla segreteria, dove aveva il ruolo di vice di Matteo Renzi, per lasciare il posto a Maurizio Martina. I due si dice che ballino sulla stessa mattonella, anche se continuano a rassicurare in lungo e in largo che non hanno mai litigato. Probabile, ma non sicuro. Intanto, bisogna capire che cosa farà Guerini, il potentissimo uomo di Lodi, colui il quale ha retto il partito in Lombardia e che ci tiene a tenere ben saldi i ruoli e i rapporti con i propri uomini chiave, come Alessandro Alfieri. Altro che “martiniani”, quella è la sua rete. Una rete che pare proprio che nei prossimi giorni, ma comunque dopo la fine della querelle sulla segreteria, dovrebbe organizzare un momento di confronto e di ritrovo “di corrente”. Tra l’altro, una corrente unitaria con gli ex di Area Dem (leggasi Mirabelli, Fiano e soci), giacché tra le “sensibilità” (splendido eufemismo) non si capisce benissimo, ad oggi, chi sia più renziano tra i franceschiniani lombardi e i renziani della prima ora (che però rivendicano con orgoglio l’anzianità). Comunque, il futuro di Guerini impatta su Milano e sulla Lombardia.

 

E che cosa farà Guerini? Potrebbe andare a finire al governo, come probabilmente aspirerebbe, ma sicuramente non all’Agricoltura, dove Martina intende rimanere. Oppure, più probabilmente, per lui potrebbe essere creato un ruolo di direzione politica (che bisogna capire se superiore o concorrente a quello dell’uomo-ticket Martina all’interno del partito) ad hoc. Una sorta – si vocifera – di commissione di coordinamento tra il governo e il partito che ne detiene il pacchetto di maggioranza, nel quale trovino posto i ministri Pd e i capi dei capi dem. Insomma, la supercommissione, che è sempre un po’ una supercazzola. In più, si vocifera a Roma, dovrebbero essere sanate nelle decisioni dei prossimi giorni (ormai, salvo altre intercettazioni tra padri, figli, nipoti e nonne nel colabrodo giudiziario Consip, manca poco) anche le ferite causate a Milano e soprattutto a Brescia con il pasticcio dei millennials nella direzione nazionale Pd. Come? Non è ancora chiaro. Quel che è chiaro è che l’assetto nazionale avrà riflessi molto evidenti in Lombardia, fin da subito. Nei rapporti di forza, ovviamente. Ma anche nei prossimi passi.

 

Sul capitolo regionali, ad esempio, si è tenuta una direzione lunedì. Pare che Giorgio Gori, agli amici, abbia detto che se c’è Maurizio Martina non ci sarà lui, per le primarie, ma se non ci sarà Maurizio Martina il più forte è lui, sempre per le primarie. Quindi, che cosa farà Martina? Se davvero rimarrà al governo potrà mai sostenere i tre ruoli (vicesegretario, ministro e pure candidato presidente di Regione)? Difficile. Difficilissimo. Impossibile proprio è invece una candidatura di Guerini, che di tornare alle nordiche latitudini proprio non ci pensa. Il tempo comunque stringe, perché le primarie sono fissate all’inizio di ottobre, o forse anche prima se Maroni farà colpi di testa, ed entro luglio bisogna individuare i nomi (magari senza fare i pasticci della volta scorsa con Umberto Ambrosoli candidato, scandidato e ricandidato via Corriere della Sera).

 

In tutto questo, c’è lo smottamento dell’addio di Onorio Rosati, che di quella direzione regionale è il presidente. Se ne va armi e bagagli in Articolo 1, e preannuncia al Foglio: “E’ ovvio che rimaniamo nel campo del centrosinistra lombardo ed è ovvio che le primarie non saranno un affare tra renziani. Ci sarà una nostra lista alle elezioni e alle primarie, se saranno di coalizione, ci sarà un nostro candidato. Siamo interessati al discorso che si è aperto con Pisapia”. Quindi, ricapitolando, nel gioco del Quindici, abbiamo Lorenzo Guerini che potrebbe avere un ruolo nella supercommissione, Martina che potrebbe fare un passo indietro dalla Lombardia, Gori che potrebbe candidarsi alle primarie e un candidato sicuro di marca Articolo 1-Pisapia. E c’è anche Fabio Pizzul, sostenutissimo dal mondo cattolico. Lui c’è. C’è sempre. E i voti ce li ha, il giornalista ex direttore di Radio Marconi e outsider di lusso che si muove sempre in autonomia, lontano dalle camarille del partito e tra sacrestie e campetti oratoriani. Vecchia politica, la chiamano, ma funziona sempre.

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