La scienza dei dati è la bellezza della medicina (no fake)

Forum col prof. Mantovani, immunologo dell’Humanitas. Ricerca, giovani, ruolo dell’Italia

La scienza dei dati è la bellezza della medicina (no fake)

Foto LaPresse

I dati. Quasi una ossessione, ma la sua formazione scientifica è costruita in Usa e Inghilterra. I dati. Non si è ancora seduto, e già parte con “data are data”. Un sorriso, un paletto davanti alle fake news. Sicuramente i suoi valori. La necessità dei vaccini, senza un dubbio. Quelli che non li vogliono? Non ci sono dati a loro favore. Così come non ci sono dati per dire no al vaccino del papilloma virus, e non ci sono dati neppure per dire sì al test per sapere in anticipo se una persona avrà un tumore. Scienza. Medicina. Ricerca. La responsabilità sociale è un valore che considera essenziale. “Spesso, come società siamo chiamati a fare scelte su temi riguardanti le scienze della vita, dai vaccini agli Ogm. Fornire a tutti i cittadini gli elementi per compiere scelte consapevoli e per potersi esprimere con cognizione di causa è un dovere imprescindibile”.

 

Debutta così al Forum del Foglio Alberto Mantovani, classe 1948, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University – l’ateneo nato nel 2014 dal lavoro dell’Istituto clinico di Rozzano, un’eccellenza della Sanità ormai di livello internazionale – uno dei più importanti immunologi al mondo, sicuramente il numero uno in Italia. Ricerca e cultura. Spazia come se non volesse rimanere imprigionato nel laboratorio tra libri, vetrini, microscopi e giovani colleghi provenienti da tutto il mondo, e apre all’arte e alla Bellezza. Si nutre di Renoir con il Bal au moulin de la Galette e di Caravaggio con l’Amorino dormiente per parlare di artrite reumatoide. O di Kandinsky per rimettere con i suoi famosi colori tutte le cose al loro posto, come i macrofagi presenti all’interno dei tumori. Accostamenti che sono frutto di studi, di ricerche, sintonie, e mediazioni per comunicare agli studenti, ai pazienti, alla gente comune. Macrofagi? Mantovani con la sua equipe negli Anni 70 ha capito come i macrofagi, contrariamente a quanto ritenuto all’epoca, “costituivano un meccanismo di promozione della crescita e della progressione tumorale”. Così subito dopo, anni Ottanta, la scoperta della chemochina. E poi, recentemente, il primo membro della famiglia della pentrassine lunghe, PTX3. Riconoscimenti e premi per Mantovani che non smette mai di indicare la strada ai giovani: onestà intellettuale e dimensione internazionale.

 

Ma si può costruire una dimensione internazionale lavorando in Italia? Per Mantovani sì. Grazie a Milano. Solo ed esclusivamente a Milano. “Se non ci fosse stata Milano, sarei rimasto all’estero. Non ho dubbi”. Se sul fronte della ricerca dovessimo fare un confronto, dice, con la Germania avremmo una proporzione 100 a 75 a favore dei tedeschi. Ma se dovessimo sostituire la Lombardia con Italia, avremmo 120 Milano, 100 Germania. “I parametri di eccellenza degli indicatori sulla ricerca scientifica di Humanitas, San Raffaele, Ieo, Istituto Tumori, e aggiungo il San Matteo di Pavia, sono altissimi”. Tanto è vero che il governo inglese ha riconosciuto che la produzione scientifica dei ricercatori italiani, a parità di risorse, è una delle più alte nel mondo. Mantovani sottolinea sempre che la metropoli ambrosiana è diversa dal resto del paese “perché c’è un privato al servizio del pubblico”. Poi ci sono “le grandi charities che aiutano lo stato a fare quello che da solo non riesce a sostenere. Fondazione Cariplo, Telethon non a caso sono qui. “C’è tanta storia. Erano i milanesi nel Quattrocento a sostenere la Ca’ Granda, la cui qualità di cura stupiva i viaggiatori stranieri. A tutto questo bisogna affiancare le università: Politecnico, Bocconi; la Statale è la prima università italiana generalista ad essere inserita fra i migliori atenei per la ricerca”. Ma c’è un grande problema. Il trasferimento del sapere alla società e il trasferimento tecnologico e culturale necessario è voluto anche dalle grande Charity, come Fondazione Cariplo. “Non tutta la ricerca passa al letto del paziente. Tra ricerca e applicazione c’è una valle della morte. Dobbiamo lavorare di più. E tutelare di più i ricercatori e i risultati delle ricerche. L’Italia ha grandi scopritori e grandi produttori di vaccini. Dobbiamo togliere lacci e lacciuoli alla ricerca“. Troppo burocrazia”. E attrarre cervelli migliori in Italia. Humanitas lavora su questo. “Puntare su questo oro grigio, sui giovani migliori. Uscire dal proprio recinto è un investimento per la crescita. Il modo migliore per promuovere la cultura dell’Italia è ospitare i giovani ricercatori”. Il futuro quindi è questo? “Certo. Sono stati censiti 30 posti al mondo dove si gioca il futuro: nelle due sponde degli Usa, Londra, Singapore e altre aree. L’unico luogo italiano è Milano. Dobbiamo svegliarci”.

 

Mantovani su questo ha scritto anche un libro. Si parla anche lì di dati: “la verifica dei dati è un aspetto intrinseco della ricerca. E’ quello che permette di ripartire da zero o di prendere il largo. Bisogna coltivare i propri sogni con onestà”. Un sogno anche il primo Centro in Italia per le malattie immuno-infiammatorie progettato e realizzato in Humanitas a Milano. Ritorna sulle fake news antiscientifiche. La biopsia liquida? E’ stata fatta una ricerca a grandi livelli? “Prima i dati, poi discutiamo. Chi paga questa disinformazione, o certe scorciatoie, sono le fasce più fragili, più povere. Vivo queste notizie con grande tristezza”. Nessuna accusa a colleghi e mezzi di comunicazione. Mai una volta in due ore è stata tirata in ballo la politica. Raccoglie le sfide, accetta il giudizio degli altri, impara dai pazienti, predica umiltà. Mantovani vuole smentire solo con il lavoro e i dati. Sì, quasi una ossessione.

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