Il rimpasto e altre tempeste perfette del Pd

Prove di passaggio per la giunta Sala. Complicati enigmi politici da risolvere

Il rimpasto e altre tempeste perfette del Pd

Beppe Sala a Palazzo Marino (foto LaPresse)

Il buon marinaio si vede nelle tempeste. E soprattutto lo si riconosce dalla capacità di prevederle, e magari evitarle. Niente mare a Milano, ma pare proprio, a guardare l’orizzonte, che nuvoloni neri si stiano addensando nel futuro politico della città. Prove di passaggio per la giunta Sala, che compie un anno, e per il centrosinistra che la sostiene. Complicati enigmi politici da risolvere. Tra tutti il primo: avrà avuto ragione Beppe Sala a non “endorsare” Matteo Renzi? Altre incognite collegate. Ad esempio: avrà avuto ragione Matteo Renzi a parlare tanto di “modello Milano” e poi a mortificare, nella scelta dei componenti della nuova direzione nazionale del Pd, il capoluogo (insieme alla “nemica” Brescia e al “nemico” nipote del “nemico” Bazoli)?

  

Certo, a oggi l’incognita è tutta su Pietro Bussolati, il segretario metropolitano. Potrebbe essere recuperato in segreteria. Ma forse anche no, e sarebbe un peccato. O almeno strano. Sicuramente non ci sarà Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, fuori anche lui dalla direzione. Con quale spinta politica l’inventore di Magnolia arriva alle regionali, alle quali vorrebbe concorrere da candidato presidente? E inoltre: esiste ancora un controllo “politico” del territorio da parte di Lorenzo Guerini oppure – come spiegano i più avvertiti – qui è tutta terra di Maurizio Martina, che la governa grazie ai gangli di Matteo Mauri e Alessandro Alfieri? Partita complicata, quella delle regionali. Partita di preferenze, e di voti nelle urne e non di fantasia, che possono smontare reti e castelli costruiti sulla convenienza. A tutto questo rovello, Palazzo Marino non è immune. Anzi, diverrà il luogo delle forche caudine di una prova che Beppe Sala, come si diceva, e il Partito democratico, dovranno affrontare. Alle regionali, come è noto, si candideranno con tutta probabilità in tre: Pierfrancesco Majorino, definito da Repubblica “l’ultimo romantico”, la donna della sicurezza Carmela Rozza e il cattolico Marco Granelli. Tra tutti e tre, gestiscono quasi il 60 per cento dell’intero bilancio comunale.

  

Secondo la vulgata, il sindaco vuole per le deleghe del sociale, del trasporto e della sicurezza persone di grande esperienza. Anzi, con tutta probabilità sta anche iniziando a pensare ai tecnici. Fedelissimi. Ma i dem accetteranno di perdere (eventualmente) tre posti chiave della giunta? Complicato. Per questo si stanno scaldando il capogruppo Pd in Consiglio comunale, Filippo Barberis ma anche Beatrice Uguccioni, la donna che vinse in periferia, zona 9, quando trionfò Moratti, e dopo la partenza della quale ha vinto la destra. Per la Uguccioni c’è chi pensa all’assessorato di Carmela Rozza. Poi c’è il presidente del Consiglio, Lamberto Bertolè. Della stessa corrente di Majorino, andrebbe in giunta a preservare gli equilibri di corrente. Ma davvero Sala accetterà la logica oppure aprirà un contenzioso con il partito? Anche perché – si ragiona in piazza Scala – il Pd non può far cadere il sindaco a meno di farci una ancor più grama figura, e il primo cittadino lo sa al punto da aver resistito, un mese fa, durante una riunione durissima nella quale i vertici renziani gli chiedevano una presa di posizione netta (o anche sfumata) per Matteo Renzi. Niente da fare: il Pd si è dovuto arrendere e Sala ha fatto bel bello quel che voleva. Certo, il partito potrebbe essere decisivo se le cose della giustizia e di Expo e tutto il resto si dovessero complicare, per Beppe. Ma la politica non si fa confidando nei tribunali, e il Pd di Milano è abbastanza maturo per saperlo.

  

Quindi, il futuro rimpasto, che potrebbe avvenire poco prima delle politiche e delle regionali, viene vissuto già oggi con apprensione. Beppe Sala, dal canto suo, lo può tranquillamente presentare come un “tagliando” di metà mandato leggermente anticipato. Il problema del partito è che oggi, in tutte le correnti, è un grande caos. I renziani sono arrabbiati per la mancata rappresentanza. I cuperliani, poi divenuti orlandiani, sono infuriati per l’assenza di Cuperlo (e per la presenza di Barbara Pollastrini, immancabile) in direzione nazionale. In tutto questo c’è l’anomalia di una maggioranza in comune che è a trazione “sinistra” (l’80 per cento sosteneva la mozione Orlando) in un partito che tra iscritti e votanti alle primarie per il 70 per cento è cosa di Renzi e dei renziani. E ci sono anche gli altri player in gioco, come Pisapia e i suoi “boys”.

   

C’è chi dice che gli ex Sel, come Anita Pirovano ma anche come Alessandro Capelli, potrebbero entrare nella squadra di governo per “aprire” a sinistra (e ridurre il peso specifico dei dem). In tutto questo, se il rito di passaggio dovesse avvenire dopo la fine del 2018, si sarebbe in piena campagna per il rinnovamento degli organi dirigenti (leggasi segreteria provinciale), e dunque in una fase ulteriore di turbolenza. Insomma, la tempesta perfetta. Dal canto suo, Bobo Maroni si sente in una botte di ferro. Se davvero il processo che lo coinvolge andrà lungo ancora un po’, e magari venisse assolto nel frattempo in secondo grado l’ex dg di Expo Christian Malangone, per il governatore la campagna elettorale diverrebbe una gita di piacere.

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