Maroni ci spiega i motivi del referendum per l’autonomia

Perché la chiamata referendaria in Lombardia è una buona carta per tutti (e non solo elettorale per Maroni)

Maroni ci spiega i motivi del referendum per l’autonomia

Foto LaPresse

A denti stretti lo ammettono anche a sinistra: se non succede un fatto eccezionale, per Bobo Maroni la strada verso la riconferma alla guida del Pirellone è in discesa. Sarà per questo che (al momento) nessuno sgomita per scendere in campo alle regionali in programma la prossima primavera. Maroni, leghista in doppiopetto, ha saputo costruire un solido sistema di relazioni. Ottimi rapporti col mondo del lavoro e dell’impresa, leggi pilota su lavoro e welfare, Bobo ha saputo anche tenere assieme un centrodestra in sofferenza. Dando qualche mal di pancia all’amico-nemico Matteo Salvini.

 

Oggi gioca la sua carta. Si chiama referendum per l’autonomia e potrebbe diventare la marcia trionfale verso il voto amministrativo. Abbiamo chiesto al governatore lombardo: ma il referendum del 22 ottobre può aprire le porte a un concreto negoziato col governo per ottenere una rinnovata autonomia fondata su nuove risorse da destinare al territorio? “Se, come credo, ci sarà una ampia partecipazione alla consultazione, Lombardia e Veneto avranno un potere negoziale forte e concreto da spendere sui tavoli ‘romani’. In altre parole, il governo non potrà più fare orecchie da mercante alle richieste dei nostri territori. Perché, voglio ricordare, non è che non abbiamo già provato a ‘trattare’ con lo Stato centrale. Negli ultimi anni, ho avviato l’interlocuzione con quattro premier: Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, chiedendo che la Lombardia potesse gestire una quota maggiore dei suoi soldi. Peccato che le nostre, giuste e sensate, richieste siano sempre state lasciate cadere nel vuoto. Un’affermazione del sì darebbe la spinta decisiva, perché a discutere con Palazzo Chigi non andrebbero più solo due governatori, ma 15 milioni di cittadini lombardi e veneti”.

 

La Lombardia è sicuramente la regione pilota del paese. In caso di vittoria del Sì, se dovesse stabilire alcune priorità su dove destinare le risorse, tra infrastrutture welfare e lavoro, quali sceglierebbe? “La Lombardia ha un bilancio di 23 miliardi e un residuo fiscale di 53 miliardi l’anno, in pratica regaliamo a Roma un miliardo alla settimana. Ci basta trattenerne la metà per diventare la regione più sviluppata e moderna del mondo. Vorrebbe dire avere le risorse per abolire il bollo auto (che pure abbiamo già cancellato per chi cambia l’auto scegliendone una meno inquinante), per togliere i ticket sanitari (che già abbiamo dimezzato, anche se il governo si è opposto e abbiamo un contenzioso di fronte alla Corte costituzionale). Avremmo le risorse per potenziare ulteriormente gli strumenti di sostegno alle imprese, riqualificando e riconvertendo le aree industriali dismesse per consentire al nostro tessuto produttivo di essere ancora più competitivo. E potremmo dare ulteriore ossigeno a interventi di sostegno sociale, come il nostro reddito di autonomia, che ha dato prova di funzionare bene. La Lombardia è una regione virtuosa, non solo perché ha i conti in ordine, ma perché è capace di spendere bene i suoi soldi. Non per niente siamo la prima Regione a statuto ordinario in fatto di investimento dei fondi europei. Maggiore autonomia, quindi, non può che voler dire più sviluppo e benessere per tutti”. L’Italia fa fatica a uscire da una crisi economica che sembra mettere piombo nelle ali della crescita, il debito economico non scende sensibilmente. In questo contesto crede sia possibile la ridistribuzione delle risorse alle regioni del Nord? “Ritengo sia un passaggio obbligato. Far ‘correre’ il Nord, non può che giovare anche al resto del Paese. Se la ‘locomotiva’ continua a viaggiare a scartamento ridotto, gli altri ‘vagoni’ di certo non se ne avvantaggiano. E poi bisogna smettere di presentare l’autonomia come un ‘danno’ o un ‘pericolo’ per il Sud. E’ ormai chiaro a tutti che il sistema centralista dell’assistenzialismo produce solo danni. Se ancora oggi abbiamo certe zavorre, come il debito pubblico, lo dobbiamo a decenni di politiche sbagliate, che invece di puntare sullo sviluppo, hanno pensato solo a distribuire prebende e contentini”. Questo referendum come entra in sintonia con la nuova vocazione nazionale della Lega? “L’autonomia e l’autogoverno sono nel dna della Lega. Il fatto che, oggi, le nostre idee possano diventare un patrimonio anche per territori diversi da quelli dove storicamente siamo radicati, penso sia un vantaggio per tutti. L’Italia è il Paese dei mille campanili, già nel Risorgimento c’erano fior di ‘patrioti’ che ne immaginavano un futuro in senso federale. In Europa, stati centralisti per definizione come Francia e Regno unito, nel corso degli ultimi decenni, hanno avviato una serie di riforme tese a dare più potere e maggiori competenze alle Regioni e alle amministrazioni locali. Questo è il futuro, dobbiamo solo decidere di entrarci”.

   

Sembra esserci una rincorsa a dire Sì al referendum tra gli amministratori della sinistra (vedi Sala e Gori): opportunismo, realismo o una forma di pentimento di fronte alla sconfitta del referendum costituzionale? “Il centrosinistra è ondivago. Il Pd nazionale si è detto contrario, quello veneto a favore, quello lombardo un po’ l’una e l’altra cosa. Alcuni sindaci di primo piano hanno detto che sosterranno il referendum, altri come quello di Milano, hanno fatto dichiarazione di voto per il sì salvo premettere che a loro modo di vedere è inutile votare. Idee un po’ confuse e forse paura di ‘disturbare’ troppo i loro ‘manovratori’ a Roma. La realtà, è che hanno le spalle al muro: a un quesito del genere non si può dire di No. La gente non capirebbe e soprattutto, non gli perdonerebbe mai di aver sciupato questa opportunità storica”.

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