Il viaggio di Rota fuori da Atm e quello di Atm fuori città

Un uomo retto, il direttore nonché presidente dell'azienda dei trasporti milanese. Ma ancora non riesce ad abbandonarla

Il viaggio di Rota fuori da Atm e quello di Atm fuori città

Al centro, Bruno Rota (foto LaPresse)

C’è un simpatico librettino che Bruno Rota, mentre prende il Frecciarossa per recarsi, come si vocifera, alla corte di Virginia Raggi, potrebbe leggere, se lo trova ancora nelle bancarelle di piazzale Cadorna, sotto la sede di FNM. Si chiama “Gnomologia, o sia deletto d’aneddoti”, dato alle stampe da Pirotti nel 1831. Il numero 150 racconta di un paesano che recatosi a Milano chiede se il Duomo è stato fatto a Milano. E l’altro, celiando: “No, fu recato da Roma bello e fatto”. Atm è figlia di Milano, non di Rota. Di Rota sono figli i conti, molto migliorati rispetto a quelli, comunque non negativi, di Elio Catania. Quelli non glieli può levare nessuno, e gliene va reso merito.

 

Ora però Bruno Rota sta conducendo un’altra partita. E’ presidente uscente di Atm (non poteva essere riconfermato), ma anche direttore generale uscente. E su questa uscita è stata chiara la scelta politica dopo i pasticci di M5. Da allora mastica amaro. Ma visto che è uomo intelligente, ha deciso di ricorrere al suo primo amore, il giornalismo (ha un passato al Sole 24 Ore). E come comunicatore, appunto, ha costruito una narrazione precisa. In una conferenza stampa “selettiva” si dipinge come uomo incensurato e buon manager. Poi passa ad attaccare, in una intervista a Elisabetta Soglio del Corriere della Sera, l’assessore Roberto Tasca. Sottolineando però di essere un manager capace di lavorare bene con sindaci di destra come Albertini e di sinistra come Pisapia. L’intento è chiaro: porsi come “difensore” dell’interesse pubblico al di là e oltre la politica.

 

Un curriculum perfetto per approdare, come dice il Messaggero, nella Capitale di Virginia Raggi come dg di Atac. Non a caso il Fatto e i pentastellati milanesi alzano Rota al rango di salvatore incorruttibile. Sia chiaro: Rota è un uomo retto. Fin qui, la narrazione di Rota su Rota. Il problema è che in questa narrazione ci è finita Atm. Che vive una fase in cui c’è un nuovo presidente ma il vecchio (Rota, appunto) non se ne è ancora andato perché tra veri o falsi malori e falsi impegni, revisori dei conti dell’opposizione che stranamente non si presentano, il nuovo cda, a ieri, non è ancora riuscito a riunirsi. E l’azienda resta nel limbo. Un luogo che non le è consono. Una riflessione seria andrà ben aperta. Primo: che cosa bisogna fare con la gara per il Trasporto Pubblico Locale? Dove sono finiti i liberali che vogliono la competizione? Spariti? E veramente si pensa che Atm possa resistere in regime di protezionismo per sempre, o si può ipotizzare che si attrezzi al meglio, magari alleandosi e non scontrandosi con Fs, per legittimarsi per i prossimi decenni? Davvero si vuole pensare che l’abbrivio anche troppo baldanzoso di Mazzoncini debba essere ostativo a una visione di città che riguardi i prossimi vent’anni?

 

Secondo: il ruolo della politica. Davvero si può pensare a una azienda partecipata che ha un legame diretto ed esclusivo con il solo sindaco, così come ce l’aveva Rota con Pisapia (che infatti ieri lo ha difeso, attaccando per la prima volta Beppe Sala sull’operazione Fs) e diretta da un uomo solo? Dove sono finiti gli uomini che difendono le prerogative della Giunta, e magari anche del Consiglio, per non parlare del cda? Saranno finiti insieme ai liberali e liberisti. Nel Pd il primo (e per ora unico) che si schiera con Pisapia è Gabriele Messina: “Ha perfettamente ragione. Il partito deve aprire un momento di riflessione su Fs e Atm”. Terzo: la politica delle competenze. Fa il paio con quanto successo in Fiera Milano, dove sono arrivati nuovi vertici dai curriculum pesanti, ma non schierati né figli di una spartizione politica. Anche il nuovo presidente di Atm, Luca Bianchi – così come Alberto Baldan presidente di Fiera e Corrado Colli neo ad – non ha una stilla di curriculum politico. Ma con la politica ci devono tutti parlare, e alla politica devono tutti riferire. S’è visto come finisce con i tecnici che non rispondono a nessuno.

 

Quarto: la coppia Alesina&Giavazzi sul Corriere scrive che sarebbe meglio vendere Atm per fare cassa e migliorare le scuole nelle periferie. Interessante spunto, purché sia alla luce del sole. Qualcuno pensa davvero (si prega il Pd di rispondere) che sia giusto vendere Atm? Se c’è un progetto, se ne discuta. E si chieda ai milanesi se vogliono vendere il gioiello. Tutto è possibile, purché avvenga nella massima trasparenza. A Rota, buon viaggio e buona fortuna (ne avrà bisogno). Con libro o anche senza. 

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