Perché, scissione o no, per il Pd la conquista della Regione Lombardia è un miraggio

Il Pirellone è lontano. Ma c’è Gori (forse)

Perché, scissione o no, per il Pd la conquista della Regione Lombardia è un miraggio

Neve a Milano nei pressi del Pirellone (foto LaPresse)

Quando il Pd regionale pensa alle regionali si trova di fronte allo splendore del vuoto. Pare di udire la voce di San Giovanni della Croce e del suo “nada, nada, nada”. Quante possibilità ha di vincere la contesa contro Maroni? Nessuna. Chi si vuole candidare? Nessuno. Quanta attenzione c’è al tema dal livello nazionale? Nessuna. In effetti, qualcosa si muove, sotto il pelo dell’acqua. Ma niente di incoraggiante per Alessandro Alfieri e soci, almeno da un punto di vista prettamente elettorale. Poco male, si possono consolare i renziani lombardi, con le soddisfazioni congressuali future. Secondo le prime rilevazioni le altre mozioni, quella di Emiliano e di Orlando, sono largamente minoritarie in tutti i capiluogo di provincia. Specialmente la prima, a parte un drappello su Milano, è assente quasi ovunque. Il ministro della Giustizia ha attirato su di sé invece le attenzioni di quasi tutta l’ex corrente di Cuperlo. In più, ma non è gran cosa se non nella Brianza patria, c’è il ritorno di Pippo Civati.

 

Tuttavia secondo i vertici chi può crescere è proprio Orlando, in chiave regionale, perché ha presa sugli iscritti. Che, tra l’altro, secondo voci di corridoio, sono aumentati nella tornata appena conclusa di tesseramento. Tornando alla Regione Lombardia, il Pd lombardo è là, al palo. Attaccato a quel sondaggio che impietoso rivela la non contendibilità di Palazzo Lombardia. Certo, si può sperare in qualche incidente giudiziario. Magari di Maroni. Ma non è molto fair, e soprattutto molto intelligente, considerato che ad ogni inchiesta gli unici che crescono sono i pentastellati. E perché le voci si rincorrono, maligne, e parlano – ad esempio – di focolai accesi in Brianza. Fuochi che brucerebbero i dem, non i leghisti. Insomma, il tema per il Pd è sempre quello: che fare? A riproporlo è uno che si è candidato per fare chiarezza, come Alessandro Alfieri. Il segretario regionale con tutta probabilità avrà un futuro a Roma, più che al Pirellone.

 

Per un posto da consigliere c’è un sindaco che vi aspira, Eugenio Comincini, che pare abbia detto a Renzi di preferire la capitale del nord a Roma. E la candidatura a presidente? E le primarie? Chi si è visto anche sabato scorso a un convegno organizzato da Librandi, presenti Beppe Sala e Susanna Camusso, e che non molla un colpo (anzi, pare stia commissionando studi, gruppi di lavoro e abbia acceso i motori), è Giorgio Gori. Sembra ci stia credendo. Forse gli exploit dell’Atalanta di Percassi licenziataria di Starbucks (tutto si tiene) che hanno acceso l’ottimismo della città dei Mille, lo hanno convinto. Chissà che la sua non sia la voce giusta, da Bergamo, per riuscire a vincere laddove si vince per davvero: nelle valli, nella Lombardia operosa e profonda, che fino ad adesso non ha mai tradito il centrodestra e la Lega.

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