I grillini ci sono

Prove tecniche milanesi di un M5s “Appendino style”. Tra candidature e ambizioni

I grillini ci sono

Un flash mob del MoVimento 5 Stelle davanti al Pirellone (foto LaPresse)

Il Pd che forse non si spacca ma perde qualche scheggia, le baruffe nella Lega, le tensioni tra gli azzurri (fisiologiche). Difficile vedere uno scenario più roseo per il Movimento cinque stelle, in Lombardia. Ma potrebbe essere un complotto, per dirla con le parole illuminate di una statista come Paola Taverna: “C’è un complotto per far vincere il Movimento cinque stelle nella Capitale”. Fa sorridere, eppure un pericolo c’è, per il Partito democratico e per Forza Italia, e anche per la Lega – che pure, fino ad oggi, ha drenato molto del voto populista-rabbioso che in altre regioni è confluito su Beppe Grillo. E anche per tutti gli altri, compresi i cespugli che stanno nascendo a sinistra dei dem, e che quel malcontento puntano a intercettare.

 

Il pericolo è che nel Movimento cinque stelle prenda piede un’area potenzialmente diversa da quella caciarona e peracottara della Capitale. Un’area più credibile, quasi governativa. Appendino style, diciamo. Perché c’è pure questo in quello che solo apparentemente è un marasma (o una marmaglia?) indistinguibile. Dalle parti di Torino, ad esempio, c’è una classe dirigente grillina che sta provando a crescere e che non spaventa la Compagnia di San Paolo, e per il momento l’establishment che conta in città non è scontento. Ma anche sotto la Madonnina piccoli grillini crescono. La via milanese dei pentastellati nella Milano che, qualunque cosa covi, diventa più o meno riformista. Incredibile. La via che Gianroberto Casaleggio avrebbe voluto (forse) percorrere, al netto di Rousseau. In Lombardia ci sono i talebani, ma anche quelli che invece vorrebbero proprio vincere. Come Eugenio Casalino o Stefano Buffagni, come Dario Violi, Andrea Fiasconaro. Poi ci sono i talebani, come Silvana Carcano, la candidata presidente (come Crimi prima di lei: lui con percentuali da prefisso) sconfitta da Maroni, e pure da Ambrosoli.

 

È chiaro che la partita delle elezioni, nel contesto attuale, non è solo una partita tra il M5s e le altre formazioni, ma anche tra le anime all’interno. Quale linea prevarrà? Verrà candidato? E in che modo? Perché non tutto accade sul web. Anzi, ben poco, in questa fase. E considerata la partecipazione alle consultazioni, che ha avuto in Roma il suo apice e si è visto con quali risultati, il ricorso al web in un momento nel quale la maggior parte degli onorevoli lombardi è al primo mandato, così come i consiglieri regionali, ha uno scarso rilievo. Dunque, che cosa si agita nel Movimento?

 

Primo problema sono le regole. Esiste una norma interna (abbastanza inspiegabile) per la quale tutti i candidati al Parlamento che abbiano più di 40 anni finiscono automaticamente candidati al Senato. Questo vuol dire che buona parte di quelli che ora stanno alla Camera dovrebbero trasferirsi nell’altro ramo del Parlamento. E che pure quelli che aspirano, dal Consiglio regionale lombardo, ad andare a Roma (Paola Macchi, Iolanda Nanni, Eugenio Casalino), finirebbero per doversi candidare al Senato. Dove, peraltro, c’è una situazione che, a livello milanese, è alquanto tragica: non c’è neppure un senatore che viene da Milano. Su sette, tre sono stati cacciati o se ne sono andati (Luis Alberto Orellana, Monica Casaletto, Laura Bignami). Uno, Luigi Gaetti, ha raggiunto i due mandati e non può farne un terzo (nel suo passato c’è la Lega Nord, consigliere comunale di Curtatone dal 2000 al 2005). Poi c’è la capogruppo, Giovanna Mangili, che ha già provato due volte a dimettersi e non brilla certo per operatività (secondo l’indice di produttività Openpolis è 266esima su 315 senatori). C’è da dubitare che si ricandiderà.

 

E alle regionali? Quel che pare certo è che Silvana Carcano non si riproporrà come candidata presidente. Ma sembra certo che tutti gli altri si faranno valere per ricandidarsi. Sempre che Maroni faccia il miracolo e le due elezioni siano coincidenti. Se si votasse ad ottobre, l’operazione potrebbe riuscire. La Lega, infatti, è sempre più lontana dalle posizioni azzurre, e Maroni ha in mano il pallino del gioco. In caso di legge elettorale favorevole, con un marcato proporzionalismo, la tentazione di far cadere la Regione e unificare le competizioni, sarebbe forte. E i grillini brinderebbero. In Lombardia la lotta è impari, e difficilmente sarebbe contendibile la più popolosa regione d’Italia. Ma secondo un sondaggio interno al Pd, l’unico modo per mettere in difficoltà Maroni sarebbe proprio quello di auspicare una crescita del M5s, che pesca a destra più che a sinistra. In caso contrario, il governatore ha già vinto. Il paradosso è che far crescere una classe politica pentastellata anche in Lombardia in funzione antileghista potrebbe far male al Pd in ottica futura. Come diceva Napoleone, il pericolo più grande lo si corre nell’ora della vittoria.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi