A Milano è iniziato il balletto dell'urna

Tutte le tessere del domino (e i leader milanesi) che scrutano il cielo di Berlusconi. E pure il Pirellone

A Milano è iniziato il balletto dell'urna

Matteo Salvini, Mariastella Gelmini, Stefano Parisi, Ignazio La Russa e Maurizio Lupi (Foto LaPresse)

Sono tutti là, fianco a fianco. Uno vicino all’altro come tesserine di un domino che parte da Palazzo Marino e percorre, chilometro dopo chilometro, tutto il tunnel dei “neutrini” (geniale invenzione di un addetto stampa fantasioso) e arriva a Roma. Una qualche filosofia dice che il battito d’ali di una farfalla può causare una tempesta dall’altra parte del mondo. E allora chissà che tra un caffè e l’altro alla bouvette del Consiglio comunale di Milano non si elaborino scelte capaci di influire sui destini della nazione, mentre in aula si discute del bilancio di previsione, e poi di Tari, Tasi, multe, tagli ai mezzi pubblici, partecipate, M4 e altre amenità. Del resto, là seduti, guardando l’aula, sulla destra, ci sono in serie Mariastella Gelmini, Stefano Parisi, Matteo Salvini. Ognuno con la sua traiettoria, ognuno alle prese con una pressione che cresce, giorno dopo giorno, visto che l’argomento numero uno – insieme alle interminabili beghe del Collegio San Carlo – è questo, sotto la Madonnina: come si vota, quando si vota, chi sta con chi. A destra. A centro-destra.

 

Ed eccoci, allora, al balletto dell’urna. Stefano Parisi ha dichiarato che non è utile andare a votare. Meglio la scadenza naturale del mandato Gentiloni. I leghisti, maligni: “È perché Silvio Berlusconi mica lo candida nelle sue liste”. Cattiverie, ma verosimili. A un anno dall’inizio della sua avventura politica, Parisi ha tantissimi sogni, qualche buona e preziosa idea e poche certezze nel cassetto. Bilancio in pareggio? Un dubbio su tutti: come fare a entrare in Parlamento. Mica può pensare di fare il leader nazionale da uno scranno di Palazzo Marino, a parlare un minuto prima di Tasi, Tari, strisce blu e il minuto dopo della politica energetica transnazionale. I bene informati pensano che saranno gli ex azzurri ciellini a portarcelo. Ma, gli ex azzurri ciellini orfani di Formigoni e pure di Maurizio Lupi (lo si vede spesso in Fiera, ma a fare che? Non si sa), ne avranno la forza? Complicato, complicatissimo. Il progetto di Lombardia Popolare è di fatto fallito, e i tronconi stanno là, sul terreno. In vista delle regionali, che Roberto Maroni potrebbe voler anticipare in un unico election day se Matteo Renzi riuscisse a ottenere il voto in autunno, dei centristi che cosa resta? Raffaele Cattaneo di qua, e Alessandro Colucci di là.

 

E poi c’è il gioco di Maroni. Non esiste una Bobo’s version ufficiale. La vulgata lo vuole in asse con Luca Zaia contro l’asse tra Matteo Salvini e Giovanni Toti. Altri in avvicinamento a Toti e in marcia contro Arcore. Quello che di certo Bobo sa è che un accordo con il segretario federale, soprattutto dopo che lo spettro-congresso del Carroccio è stato allontanato da Salvini, lo deve trovare, se vuole tornare a fare il candidato in Lombardia. Viste le ultime nomine, pare proprio che stia privilegiando questo aspetto tutto interno alla Lega, piuttosto che il rapporto con Forza Italia, schiaffeggiata in questi giorni su due posti chiave: le presidenza dell’Aler Milano e dell’Aler di Monza: praticamente tutte le case popolari che contano. Tantissimi voti. Arcore, per la mancata nomina del geometra Magnano a Monza, si è irritata. Ma tace. Come tace, iraconda, vedendo Toti andare per la sua deriva leghista. Il delfino dalla tuta bianca (gossip: si vocifera ci sia tornato sotto Natale, nella famosa spa della foto con Silvio), si giustifica: in Liguria rimane su perché la maggioranza leghista lo sostiene. Ha un solo consigliere regionale, in effetti. Mica può mettersi contro il suo main stakeholder. Non va in Parlamento, Toti. Ma ci vuole mandare i suoi. E chi fa le liste? Il tempo dello strapotere di Mario Mantovani, ormai in un cantuccio insieme a Daniela Santanché, è terminato. È finito il tempo delle liste compilate a quattro mani (le altre due erano e sono di Silvio, of course). Qui è un mestiere duro, e Marisatella Gelmini deve apparecchiarsi a farlo con serietà, magari decidendo se il seggio su cui vuole sedersi sarà regionale o parlamentare.

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