I rischi di fare selezione all'ingresso dei capitali esteri in Europa

Creare barriere per gli investitori extracomunitari (non solo cinesi) lascia l’Italia in uno stagno pieno di “coccodrilli” francesi

I rischi di fare selezione all'ingresso dei capitali esteri in Europa

Foto LaPresse

Non vi è dubbio che Carlo Calenda sia in rapido movimento, in cerca com’è di un non facile posizionamento nelle ultime battute di questa legislatura. E’ altrettanto indubbio che abbia eletto a piattaforma privilegiata per quest’operazione il ministero dello Sviluppo economico da lui guidato. D’altra parte, il dicastero di Via Veneto gli fornisce ampia materia per interventi pubblici, non foss’altro perché il ministero “dell’economia reale” tratta argomenti che il pubblico sente senza dubbio più vicini di quelli del ministero dell’Economia, oscillante tra la Scilla dei salvataggi bancari e la Cariddi dei vincoli di Bruxelles.

 

Anche sullo schermo radar di Calenda si vanno appalesando oggetti di non immediata identificabilità, dove lo scivolone è in agguato. Si prenda il tema delle protezioni rispetto a investitori extracomunitari, su cui il nostro si è fatto coinvolgere dai suoi pari grado francesi e tedeschi e, dopo una puntuta lettera alla commissario europeo Cecilia Malmström, ha scalato le marce fino al Consiglio Ue pretendendo maggiore reciprocità dai cinesi. Sono attese a settembre proposte della Commissione finalizzate a creare un meccanismo antiscalata, di cui il Financial Times dava conto alla vigilia di Ferragosto.

 

Non mancano, ovviamente, molte e buone ragioni per usare accorgimenti prudenziali, soprattutto di fronte agli investimenti cinesi: dalla disponibilità di prestiti pubblici al trasferimento tecnologico massificato fino a minacce alla sicurezza nazionale. Minacce, intendiamoci, percepite sia al di qua che al di là dell’Atlantico. Non a caso, nelle stesse ore in cui i media di tutto il mondo riferivano di un interessamento cinese per Fiat-Chrysler Automobiles, dagli Stati Uniti rimbombava la notizia di un giro di vite sulle tecnologie cinesi nel settore della driverless car. Vale a dire il futuro dell’automobile, su cui si stanno concentrando gli sforzi dei produttori automobilistici mondiali. Insomma: se non è una cannonata di avvertimento, poco ci manca.

 

Al tempo stesso, il rischio è quello di trovarsi a erigere vere e proprie muraglie attorno all’economia europea. Fuori rimarrebbero non solo i cinesi, ma anche americani e giapponesi (e molti altri). A ben vedere, si tratta di investitori che in comune hanno ben poco al di là dell’etichetta di “extracomunitario”. I cinesi sono infatti assertivi esponenti di un capitalismo autoritario, mentre americani e giapponesi sono solidamente piantati nella dimensione del capitalismo democratico. Per una figura, quella di Calenda, a lungo punto focale italiano per i negoziati transatlantici sul Ttip, la cosa avrebbe contorni paradossali. Senza contare che in seno alla Ue le perplessità più forti sulla revisione degli investimenti da parte di soggetti extracomunitari sono state finora sollevate dal blocco orientale dell’Unione, per l’esattezza dai componenti del tenace e russofobo gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria). Le loro paure derivano soprattutto dal timore di vedere ostacolato il rapporto privilegiato che hanno con gli Stati Uniti, più che dall’aspettativa di investimenti cinesi.

 

E’ sulla natura specifica dell’investitore, anziché sulla generica etichetta di extracomunitario, che occorre concentrare gli sforzi di inquadramento – strategico, ancora prima che giuridico. Sforzi dolorosi, senza dubbio, dato che potrebbero comportare rinunce a investimenti e denaro in una fase in cui ve n’è forte bisogno, ma indispensabili. Diversamente, in nome del drappo blu stellato dell’Unione europea, passeremmo dal grande oceano del mercato globalizzato a un piccolo stagno in cui asset italiani vengono spartiti tra tedeschi e francesi, per giunta a prezzi di saldo.

Francesco Galietti

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