Se mi lasci non vale

Tutto quel che c'è da sapere del referendum inglese sull'Europa – a cura di Paola Peduzzi
Se mi lasci non vale

- 1 (22 giugno, 2016)

 

Ci siamo. Domani si vota. Qui il live dell'ultimo giorno di campagna elettorale organizzato dalla Bbc.

 

Qui l'ultimo mio racconto sul "divorzio all'inglese" con il cordoglio per Jo Cox. Ieri ha parlato suo marito, ha detto che lei è stata uccisa per le sue idee. Noi si sta con India Knight (non è certo la prima volta)

 

 

 

Notizie tecniche:

Le urne aprono alle 7 e chiudono alle 22. 46,5 milioni di persone hanno diritto di voto, "la più grande consultazione organizzata nel Regno Unito".
Jenny Watson, presidente della commissione elettorale, darà l'annuncio ufficiale del risultato, "friday for breakfast", dice. Qui c'è una guida su come arrivano i risultati: l'unica cosa da tenere a mente, per evitare svenimenti, è che se all'una il "leave" è dato per vincente, c'è ancora tempo perché cambi tutto. Forse.

 

La Regina ancora una volta è stata tirata in mezzo nella campagna della Brexit: datemi tre ragioni buone per restare in Europa, titola il Sun, rispondendo: sorry, non ne sappiamo dare nemmeno una.

 

 

Ci si aspetta una smentita, un biografo della Regina sostiene che questo euroscetticismo è una scemenza, ma sulle buone ragioni non è che i sostenitori del "remain" siano stati in questi mesi molto precisi e rassicuranti.

 

Ieri sera c'è stato un debate referendario sulla Bbc, molto combattuto. Notizie: Ruth Davidson, colei che ha riportato i Tory in Scozia, e Sadiq Khan, neosindaco di Londra, sono dei "natural", bravissimi. Il Telegraph dice che sono il futuro della politica britannica. Questa sera c'è l'ultimo appuntamento televisivo: su Channel 4, un parterre enorme, conduce Jeremy Paxman, il mastino della tv inglese. Dicono che qui, stasera, si spostano voti.

 

I sondaggi alla vigilia sono da panico: c'è una divergenza forte tra le rilevazioni e i mercati, i primi danno il "leave" avanti di due punti, i secondi credono nel "remain". La probabilità di Brexit è data al 37 per cento. Qui il tracker di Bloomberg:

 

 

Gli scommettitori sono il barometro decisivo, dicono quelli che conoscono bene gli inglesi. Qui un po' di commenti da parte delle aziende di scommesse, in sintesi:


Ladbrokes dà il 27 per cento di possibilità al "leave" di vincere (aggiunge che lunedì il 95 per cento delle scommesse è stato per il "remain").

 

William Hill dà la chance del "leave" di vincere al 28,5 per cento.

 

Ma come ha detto anche Cameron, si prendono questi dati come gli agricoltori prendono le previsioni del tempo: non ci sono alternative, ma si è scettici.


 

Sulle spiegazioni di quel che può succedere i giornali e i think tank inglesi hanno pubblicato guide e materiali straordinari. Forse gli elettori non hanno capito quanto è importante questo voto, ma di certo hanno avuto a disposizione tutti gli strumenti per farlo. Ho l'imbarazzo della scelta, ma intanto segnalo:

 

- Diciassette cose da sapere, secondo l'Economist


- la guida della Chatam House


- il giorno dopo, se vince la Brexit, spiegato da Bloomberg (cioè l'instabilità e le sue sfaccettature tutte in fila)


- il giorno dopo, se vince la Brexit, spiegato dall'Iiea (infografica bellissima)

 

- se vince la Brexit chi si prende tutto il giro d'affari inglese? Analisi del Bruegel

 

(grazie ad Alberto Brambilla,  che mi ha segnalato i forecast in caso di Brexit)

 

Dalla stampa: oggi è arrivato l'endorsement del Mail, anche se non c'era bisogno. Sta con il "leave", lo avevamo intuito.

 

Un ripasso degli endorsement:
Guardian: Remain
Telegraph: Leave
Times: Remain
Sun: Leave
Spectator: Leave
New Statesman: Remain
Economist: Remain
Financial Times: Remain
Sunday Telegraph: Leave
Mail on Sunday: Remain
Observer: Remain
Sunday Times: Leave
Sun on Sunday: Leave

 

Il premier Matteo Renzi ha fatto un appello contro la Brexit dalle pagine del Guardian: restiamo insieme, fatelo per voi più che per noi europei.

 

 


 

- 15 (8 giugno, 2016)

 

Oggi parto subito con una chicca che mi ha segnalato, come spesso accade, David Carretta (@davcarretta): i circa centomila elettori inglesi che vivono in Germania potrebbero aver votato via posta per nulla, perché i loro voti non riusciranno a raggiungere il Regno Unito. Perché? Perché l'Unione europea non ha regolamentato le dimensioni delle buste, così le Poste tedesche rifiutano lo standard delle buste che invece vale nel Regno Unito. Nessuno si è accordato, e le buste chissà dove sono finite.

 

Altre follie: ieri era l'ultimo giorno valido per registrarsi, ma ieri sera il sito della registrazione si è impallato, così oggi è ancora possibile registrarsi. Se ci si riesce, perché il sito continua a fare i capricci.

 

Quanto alla politica. Oggi ho scritto un articolo sui tormenti del Labour nel dibattito sulla Brexit: due visioni ideologiche e tattiche si stanno combattendo, non ai livelli dei Tory, ma comunque creando una faglia che poi avrà il suo peso. Tra 15 giorni questo circo finisce, e sarà tutto un lavorio di cocci da rimettere insieme.

 

Ieri sera c'è stato un dibattito diretto in tv tra Cameron ("remain") e Farage ("leave"). Rispetto agli altri incontri, che per il premier erano stati piuttosto disastrosi, ieri è stata una buona serata. Cameron si è rivenduto come un "combattente", riprendendo un piglio che aveva smarrito, mentre Farage ha fatto il suo, con quella monotonia euroscettica che ha da sempre avuto il suo consenso. Qui c'è tutto il racconto del Guardian.

 

Quanto all'euroscetticismo: Pew Research ha fatto uno studio sull'euroscetticismo in Europa, in cui si scopre quanto poco europeista sia l'Europa. C'è di buono che i giovani sono più eurofili, quindi il trend in futuro potrebbe cambiare, ma oggi per chi è terrorizzato sull'effetto contagio della Brexit può sentirsi di avere ragione.

 

L'andamento dell'euroscetticismo:

 

 

Come la pensano i vari paesi sull'Europa:

 

 

Per fortuna che ci sono i giovani:

 

 

La questione dell'immigrazione ha spaccato tutto:

 

 

La questione economica:

 

 

Tutti i partiti sull'Ue:

 

 


 

- 22 (1 giugno, 2016)

 

Oggi prima di tutto i fiori.
Arena Flower ha lanciato la campagna "Stay or Leaf": "Want to spread the EU love? Or those independence day good vibes? We have just the flowers!"
Ecco i bouquet:

 

 

 

Il cambio di strategia nel campo del "leave" di cui avevo parlato qui sta dando i suoi primi frutti. Secondo un sondaggio pubblicato dal Guardian, il "leave" sta recuperando.

 

 

Anche gli scommettitori si stanno riorientando. Secondo Ladbrokes:

Remain: 5/2 (73% chance) DOWN 6%
Leave: 3/10 (27% chance) UP 6%


Boris Johnson e Michael Gove, assieme alla "donna del leave" Priti Patel, hanno lanciato una rivisitazione del modello australiano da applicare anche al Regno Unito. Un abstract dal Telegraph:


After a vote to leave the EU the “automatic right of all EU citizens to come to live and work in the UK will end”, Mr Johnson and Mr Gove say.
Under the Australian system, migrants are only granted skilled migration visas if they pass a points test based on what type of job they do, their age, English language skills, previous employment and education.

 

Infine un longread, l'articolo di copertina del Weekly Standard scritto da Chrisopher Caldweel. Titolo: "See you, EU?"

 

 

La conclusione: This campaign is starting to look like what, in retrospect, the 2012 election in the United States was—a referendum on whether the public is sick enough of being taken for fools or whether they can stand it for one election more.

 


 

- 24 (30 maggio, 2016)

 


I giovani potrebbero essere decisivi al voto della Brexit. Come ho spiegato nell'articolo monstre sulla Brexit, intervistando Simon Kuper, autore e giornalista che adoro (@KuperSimon), i giovani sono "cosmopoliti" e per questo più eurofili: magari possono essere molto arrabbiati con le riforme o con gli effetti del capitalismo, come dimostra la piazza francese contro la "loi travail", ma non sanno cosa sia l'Europa con le frontiere o l'Europa chiusa. Questo rende i giovani un asset imprescindibile per il "remain". Il problema è che i ragazzi sono un po' pigri e un po' demotivati: non sono sicuri che andranno a votare.

 

Ecco la spiegazione lunga:

La regola di base è: i ragazzi sono più eurofili e gli anziani più euroscettici. Kuper spiega che a contare è il fatto che i giovani sono per lo più “cosmopoliti, possono avere opinioni diverse sul libero mercato e sulle questioni economiche, ma per quanto riguarda l’immigrazione, per esempio, sono per lo più a favore dell’integrazione e dei confini aperti. Per questo il progetto europeo, pur con le sue difficoltà e crisi, ha un grande seguito presso i giovani: perché è un progetto che ha una vocazione cosmopolita”. Generalizzare sui giovani è spesso un errore, si vedono ragazzi istruiti e, appunto, cosmopoliti che protestano in piazza contro la riforma del lavoro (liberale) in Francia o che si appassionano per il socialismo di Bernie Sanders negli Stati Uniti. Se nel dibattito referendario britannico conta l’approccio ideologico, il protezionismo vs il libero mercato, come è possibile stabilire che i giovani sono per lo più eurofili? Per Kuper conta il concetto di apertura e di assenza di frontiere: sul resto si può discutere, ma sull’appartenenza a un mondo più aperto no. Molti giovani non sanno cosa sia un’Europa divisa, con le frontiere, senza voli low cost o la possibilità di studiare e lavorare più o meno ovunque. Secondo un sondaggio condotto da Opinium, il 53 per cento dei giovani britannici tra i 18 e i 34 anni è a favore del “remain”, mentre il 29 per cento è a favore del “leave”. C’è un problema però: il 52 per cento di questo gruppo di età dice di non essere sicuro di andare a votare. Di più: molti non si sono ancora registrati al voto, e se non lo fanno entro il 7 giugno non potranno comunque dare la loro preferenza il giorno del referendum. A Downing Street sono tutti molto preoccupati, il premier fa appelli continui per la registrazione, e la settimana scorsa ha organizzato una task force per convincere i giovani a non fare scemenze: andate a votare, e votate “remain”. All’incontro, guidato da uno dei consiglieri speciali del premier sull’Europa, Daniel Korski, erano presenti Facebook, Twitter, Google, Buzzfeed, veicoli indispensabili per raggiungere l’elettorato più giovane, assieme alla cosiddetta operazione “Swipe the Vote” lanciata su Tinder. L’obiettivo è, come ha spiegato più volte il guru di Cameron Lynton Crosby, “mobilitare mobilitare mobilitare”: gli indecisi sono secondo le rilevazioni più propensi a votare a favore dell’Europa. A gennaio gli indecisi erano calcolati attorno al 20 per cento dell’elettorato: ora questo gruppo si è quasi dimezzato per buona parte a vantaggio del “remain”, ma poiché i margini di vittoria sono risicati, i consiglieri del governo dicono di non sottovalutare la minaccia della pigrizia.

 

Politico.eu oggi racconta la generazione Easy Jet e come il governo Cameron sta cercando di corteggiarla e di convincerla a votare. Cruciale è il ruolo di Sam Gyimah, che lavora al ministero dell'Istruzione e che ha coinvolto l'agenzia Venture Three per mobilitare i giovani.

 

 

Gyimah ha studiato in Ghana, ha lavorato a Goldman Sachs e all'inizio dell'avventura cameroniana divenne famoso con un paper in cui spiegava come il Partito conservatore potesse risorgere dalle ceneri di un decennio fuori dalla politica e fuori dal dibattito delle idee.


Quel che viene fuori a Venture Three è uno degli aspetti culturalmente più rilevanti nel dibattito sul referendum inglese: ai giovani viene chiesto di votare per lo status quo, cosa che idealmente non amano affatto:

 

"People at Venture Three said the main problem they saw was that young voters were being asked to support the status quo, which many found unappealing. Instead, the campaign targets things youngsters value about Europe — primarily traveling, studying and working abroad".

 

Dalle parti dei sostenitori della Brexit dicono che la generazione Bernie Sanders in America potrebbe in realtà diventare un asset per chi combatte il corporativismo dell'Europa, quindi per il "leave". Come abbiamo già detto altre volte: che alleanze strane, che collante appiccicosissimo è l'isolazionismo che unisce soprattutto chi finora non aveva nulla da dirsi.

 


 

 

- 27 (27 maggio 2016)

 

Oggi ho pubblicato un articolo monstre sulla Brexit per spiegare quel che sta succedendo a poco meno di un mese dalla campagna elettorale.

 

Intanto è uscito il New Statesman che ha una storia di copertina interessante sulla "Odd Squad" che sta travolgendo l'ordine liberale non soltanto dell'Europa, ma del mondo.

 

Ci sono in questa brigata anche Donald Trump e Vladimir Putin, che sono molto critici nei confronti dell'Ue: Trump è ancora soltanto un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Putin è presidente della Russia da davvero tanti anni. La differenza si vede, naturalmente. Sul futuro non si può dire, ma è interessante che anche l'Europa, che finora ha più o meno taciuto sull'esito del referendum britannico, si sia espressa per sottolineare proprio queste alleanze strane e pericolose. Domani in un editoriale sul Foglio David Carretta (@davcarretta) spiega il tatticismo di Bruxelles.

 


 

- 28 (26 maggio, 2016)

 

Ho scritto un manuale sul referendum capriccioso, esce sul Foglio di venerdì, qui c'è la parte relativa ai sondaggi e un miniritratto del monello Boris Johnson.

 

Le previsioni sono un argomento delicato nel Regno Unito. Dopo gli errori alle politiche dello scorso anno – quasi nessuno ipotizzò la vittoria dei Tory – ora i sondaggisti sono a caccia di un riscatto, ma soffrono di un grave handicap statistico. Non ci sono precedenti. Solitamente le previsioni si basano su una rielaborazione dei dati storici unita alle interviste, via email o via telefono, agli elettori. Poiché il Regno Unito non è un paese in cui si organizzano molti referendum (per fortuna, viene da dire) e l’ultimo sul tema risale a 40 anni fa, non esiste un trend storico solido cui fare riferimento. Non esiste nemmeno un altro caso in Europa con il quale fare comparazioni, anzi: la possibilità che un paese lasci l’Ue è talmente remota che non è nemmeno stata prevista una procedura di uscita. Ogni volta che si cita un sondaggio quindi è necessario enunciare tutte le cautele possibili, riassumibili in: nessuno-sa-davvero-che-cosa-accadrà. Le rilevazioni comunque ci sono, anzi ce ne sono tantissime. Le più citate sono quelle aggregate da NC Politics Uk, perché questa è l’unica organizzazione che, l’anno scorso, ha previsto – inascoltata – la vittoria dei Tory o, per meglio dire, ha previsto il disastro statistico di tutti gli altri. Secondo un “sondaggio dei sondaggi” elaborato da NC Politics Uk, al momento la possibilità che vinca la Brexit è data al 20 per cento, il campo del “remain” è al 47 per cento (in crescita) e il “leave” al 42 (in leggera discesa). Matt Singh, fondatore di NC Politics Uk, dice al Foglio che “il trend è a favore del ‘remain’, anche se non in modo così deciso come portrebbe sembrare: c’è una distorsione dettata dal fatto che si fanno pochi sondaggi via telefono”, si preferisce la formula online, e le risposte possono differire di parecchio. “Comunque l’avanzamento del ‘remain’ è stato nelle ultime settimane consistente”, dice Singh.


Gli indecisi rappresentano ora circa il 12 per cento dell’elettorato. Simon Kuper, che è uno scrittore molto attento e molto originale – scrive articoli bellissimi, tra gli ultimi ce n’era uno imperdibile sul Financial Times sul peso fisico di lasciare l’Europa – dice al Foglio che per capire davvero come andranno le cose non serve avventurarsi in mezzo ad algoritmi incomprensibili: “E’ sufficiente assecondare i gusti britannici e controllare sempre gli umori degli scommettitori”. Landbrokes scrive che nelle ultime settimane le scommesse sul referendum sono state “a senso unico”: la possibilità di una Brexit è data oggi al 21 per cento, il dato più basso mai registrato (era al 40 per cento alla fine del 2015). Il 90 per cento delle puntate fatte presso Ladbrokes nell’ultimo mese sono state a favore di una vittoria del “remain”.

 

 

Il monello. Boris Johnson è l’uomo del momento, del mese, dell’anno. Non c’è politico nel Regno Unito che fa piangere e abbracciare come l’ex sindaco di Londra. Andrew Gimson, noto giornalista inglese che ha scritto una delle prime biografie di Johnson, “Boris: The Rise of Boris Johnson”, uscita nel 2006, dice al Foglio che Johnson “è come quei ragazzini che continuano a rispondere alla maestra, che la prendono in giro, facendola arrabbiare e mostrando anche le sue debolezze. E’ chiaro che gli altri studenti un po’ lo seguono, un po’ lo invidiano, un po’ lo evitano”. Boris è secondo Gimson uno “spirito libero” che si scontra con “gli uomini dell’establishment”, i Cameron o gli Osborne, ed è il motivo principale per cui il Partito conservatore si è spaccato ed è nata la guerra civile che i giornali chiamano in modo aggraziato “blue-on-blue clash”. Da un punto di vista strettamente ideologico, Michael Gove è più pericoloso per Cameron, perché ha le idee molto chiare, fa meno gaffe ed è un amico storico del premier. “Ma Gove con le sue buone maniere, con il suo tono pacato – dice Gimson – piace più ai Tory ribelli che agli elettori, i quali si nutrono di frasi a effetto e dei dettagli più irriverenti sulle storture delle regole imposte dall’Ue di cui parla sempre Johnson”. Non c’è dubbio: Boris è popolare. Secondo l’ultima rilevazione di YouGov, pubblicata dal Times, che dà il “remain” e il “leave” appaiati al 41 per cento, Johnson è considerato il più credibile: il suo consenso è al 31 per cento, davanti al leader del Labour Jeremy Corbyn, europeista scettico. Seguono il ministro-ribelle che si è dimesso Iain Duncan-Smith, Nigel Farage e soltanto al 18 per cento compare David Cameron. La battaglia strettamente personale, di leadership e di convinzione, la sta vincendo Boris Johnson, che però rischia di giocarsi la carriera se poi la Brexit dovesse perdere. “L’ex sindaco – dice Gimson – è spericolato ma tenace: questa potrebbe essere la sua ultima chance, è vero, ma credo che troverà il modo per evitare che la sia davvero. L’esito del referendum è imprevedibile, ma sono convinto che se Cameron dovesse vincere poi non vorrà vendicarsi, ma anzi farà di tutto per tenere insieme il partito”. Gimson pensa che nel rimpasto che ci sarà in ogni caso dopo il voto il premier potrebbe dare un ruolo di governo a Boris Johnson, anche confermare Michael Gove addirittura, perché non gli conviene incaponirsi contro i ribelli. “Ora è una partita di rugby, ci si azzuffa con violenza, ma poi ci sarà il terzo tempo con le pinte di birra”. Una fonte vicina al governo citata dall’Independent dà la possibilità di una riconciliazione nel Partito conservatore “a sud del 10 per cento”.

 


 

- 37 (17 maggio, 2016)

 

La campagna referendaria sta diventando ogni giorno più brutta, non si fa che parlare di Hitler e di paragoni storici deprimenti. Newsnight, uno dei principali programmi di approfondimento della Bbc, ha fatto un video satirico su tutta questa faccenda che l'Europa è come Hitler.

Non è così che doveva andare, ma a qualche settimana dal voto è difficile pensare che i toni possano cambiare.

 

Negli ultimi giorni c'è stata un'offensiva a livello inglese ed europeo da parte dei liberali.

 

 

L'Europa aveva detto che si sarebbe tenuta fuori dal dibattito, e così sta facendo: non è rassicurante il fatto che Bruxelles debba tacere perché se parla rischia di aiutare i sostenitori della Brexit, ma tant'è.

I liberal-democratici hanno organizzato negli ultimi giorni la campagna #InTogether a livello europeo: ieri era l'ultimo giorno valido per gli expat per registrarsi al voto del referendum.

 

 

L'Alde, che raggruppa i liberali europei ha organizzato un'iniziativa sua: i toni sono un po' burocratici e rigidi, difficile che i cuori si scaldino molto. Ma evidentemente l'obiettivo dell'Ue è di parlare alla razionalità degli elettori inglesi: non possiamo farvi innamorare, ma almeno siate ragionevoli.

 

Oggi a Bruxelles l'ex ministro per l'Europa di Tony Blair, Denis MacShane, presenta il suo libro che nasce come un antidoto al "Project Fear" tanto in voga a Londra: i buoni motivi per rimanere insieme.

 


C'è stato un momento in cui davvero il Regno Unito ha creduto nell'Europa: al potere c'era Tony Blair, appunto, che aveva un'idea di riforma dell'Ue illuminata e che allora, a differenza di oggi, era molto popolare. Qui uno dei suoi discorsi più famosi, per morire di nostalgia: era il 2005, il 23 giugno, che è la data del prossimo referendum.

 


 

- 45 (9 maggio, 2016)

 

Oggi sarà ricordato come il giorno più brutto della campagna referendaria inglese, so far. 

 

Il premier David Cameron è intervenuto in un discorso molto atteso per dire che con la Brexit scoppierà la guerra in Europa. Ora, non voleva dire proprio così: voleva dire che l'Ue è un grandioso progetto di pace e stabilità, che se c'era un intento buono e positivo e ottimista nella creazione dell'Ue era proprio quello di salvaguardare la pace tra i paesi europei. Il celebre soft power dell'Ue si basa proprio su questo principio: stiamo tutti insieme qui, difendiamoci a vicenda, prosperiamo insieme, chi vuole venire, se rispetta le nostre regole, è il benvenuto. Molte sfaccettature di questo buon proposito sono andate perdute, ma la pace ancora no. Ecco, ricordandoci come stavamo settant'anni fa e ancora prima non ha esattamente avuto un effetto positivo sulle coscienze degli inglesi, e ancor meno su quelle europee. Se questo è il massimo dell'ottimismo che Cameron ha da offrire, il campo del "remain" non ha molto di che gioire.

 

L'ormai ex sindaco di Londra Boris Johnson ha risposto a Cameron, ponendo cinque domande al campo del "remain" e avventurandosi pure lui in territori in cui in realtà nessuno gli ha chiesto di andare – e che non sono molto rassicuranti. Ha detto che l'Europa, con la sua ossessione per l'integrazione, ha causato il populismo, cioè la Le Pen è "colpa" di Bruxelles. Ha anche detto, Johnson, che pure la guerra in Ucraina è stato un errore europeo, e questo è piaciuto ancora meno di quel che aveva detto prima: sei un "Putin's apologist", gli hanno detto – e in alcuni ambienti del Regno Unito (molto meno in Italia) questa è ancora una critica molto forte. 

 

Un disastro.

 

I sondaggi però registrano un consolidamento del "remain", alcuni con un grande vantaggio. Il sondaggio dei sondaggi dà una parità perfetta.

 

Una buona notizia: David Miliband è tornato a Londra. Per fare campagna contro la Brexit, anche assieme a Cameron, cosa che per molti laburisti corbyniani è quasi insultante. Ecco: visto che c'è, magari David potrebbe pure fermarsi.

 


 

- 55 (29 aprile, 2016)

 

 

La "guerra civile" nel Labour a causa dell'antisemitismo sta occupando le prime pagine dei giornali in questi giorni, anche perché il 5 maggio si vota, non soltanto a Londra, ma in Scozia e in altre parti del paese. Il referendum sulla Brexit è come un nuvolone nero su questo appuntamento: si cercherà di interpretare ogni segnale dalle amministrative come un vaticinio per il 23 giugno. Chissà con che pertinenza, e con che risultati.

 

La Brexit, allora.
Gli "Economist for Brexit" hanno lanciato un manifesto liberale a favore dell'uscita dall'Ue. Ne ho parlato qui, cercando di spiegare le contraddizioni e i tormenti legati alla domanda: l'Europa è protezionista come dicono questi economisti di area thatcheriana o è protezionista voler lasciare l'Europa? Non chiedetelo ai sostenitori della Brexit, perché si arrabbiano.
 

Poco prima l'Ocse aveva pubblicato un rapporto, che è stato considerato un grande endorsement per il cancelliere dello Scacchiere Osborne e per il report del Tesoro, in cui si sostiene che la Brexit è una tassa, una tassa permanente sui redditi individuali del valore di un salario mensile medio (2.200 sterline) l'anno fino al 2020.

 

Naturalmente il dato è stato smentito: il meccanismo ormai è chiaro. Poiché ogni previsione ha margini d'errore, ogni previsione è attaccabile. Questa settimana il personaggio che si è prestato al gioco delle smentite è stata Priti Patel, responsabile delle politiche del lavoro al ministero del Lavoro e delle Pensioni.

 

 

Di origine indiano-ugandesi, Patel era una dei candidati della "Lista A" stilata da Cameron nel 2010, i volti nuovi del conservatorismo moderno inglese. Classe 72, induista, Patel è considerata un membro dell'ala più a destra del Partito conservatore. Da qualche mese però l'unico termine che accompagna sempre i resoconti su di lei è "ribelle": ha tradito la linea del governo, fa campagna per la Brexit. Secondo Patel, non è vero che il Regno Unito starebbe peggio fuori dall'Ue, "il costo dell'Europa è pari al 7 per cento del pil inglese", sostiene, 4.600 sterline ogni anno a famiglia. Per cosa poi? Niente, perché soltanto il 6 per cento delle aziende inglese esportano in Europa: a pagare il prezzo più alto sono le piccole e medie aziende, che fuori dall'Ue sarebbero molto più prospere.

Puntuale è arrivata la smentita, affidata a InFacts, il sito che fact checking delle dichiarazioni sulla Brexit e le ribalta. Ma chi fa fact checking su InFacts ribalta ulteriormente i risultati.
In tanta incertezza, è quasi certo che l'effetto Obama non c'è stato. Tre rilevazioni diverse dicono che non s'è spostato nulla nelle intenzioni di voto, anche se avere il presidente a Londra è stato meraviglioso.

 

 

- 58 (26 aprile, 2016)

 

Barack Obama se n'è andato, ora ricomincia il business as usual nel dibattito sul referendum a Londra. Oggi c'è uno sciopero enorme dei medici, e la questione è già diventata utile per litigare sulla Brexit (oltre che per ricordare che questo è "il momento minatori" del governo Cameron). Tra due giorni è previsto un paper di stampo thatcheriano a favore della Brexit - ne parleremo parecchio: la visione liberale della Brexit è la più interessante, pure se non la più popolare, ed è quella che davvero infastidisce David Cameron.

Intanto, prima di poter stabilire se c'è stato un effetto Obama (ne ho parlato qui quando il presidente è arrivato a Londra venerdì: quanto dura e quanto è utile  il "consiglio di un amico?" ), alcuni dati spiegati da Lynton Crosby, consigliere di Cameron.

 

Punti principali:

- mancano otto settimane al voto, azzardare previsioni definitive è da pazzi: la maratona è appena cominciata


- il remain ha perso due punti, il leave ne ha guadagnati due, siamo a 51 vs 43 – dentro al margine d'errore


- gli elettori del remain si stanno mobilitando, ora sono al 66 per cento, cinque punti in più dell'intenzione di voto registrata all'inizio di aprile


- il 21 per cento degli elettori dice di essere indeciso o di poter cambiare idea man mano che la data del referendum si avvicina - 1 elettore su 5 va conquistato, il bottino è grande


- l'immigrazione è il tema più forte del leave, l'economia quello del remain (ecco perché il paper di giovedì è importante)

 

 

L'articolo più divertente del giorno è quello del premier albanese sul Times.

Michael Gove, leader del Leave, aveva detto che gli inglesi una volta sganciati dal giogo europeo potrebbero ispirarsi al modello albanese. Edi Rama gli risponde: lascia stare.

 

Angolo musicale + appello

Mentre Obama intratteneva il piccolo principe George in accappatoio, Noel Gallagher, ex degli Oasis, ha detto la sua sul referendum (h/t @LondonerVince che segnala le opinioni che contano):

“Nobody has asked my opinion thus far. The thing that bothers me is why have they given us a referendum on it? If the issue of being in Europe is too ****** big for David Cameron to handle then they shouldn’t be in office.
“And if they’re giving out referendums. Then why don’t they give out one for going to war or whether we should hang paedophiles or not?
Let’s have a referendum every six months then, do you know what I mean?”

 


Da quando ho visto un trafiletto sul Sunday Times domenica voglio sapere tutto su questo genio, Jonny Abrams, che ha inventato gli Ian Duncan Smiths, i Daft Junck (da Juncker), i Farage against the Machine e Borrissey e che sta lavorando a un  doppio album sul referendum. Chiunque sappia qualcosa me lo segnali!

 

 

 

 

- 62 (22 aprile, 2016) - update

 

Effetto Obama - Sky News ha fatto un sondaggio iperveloce

Occhio ai giovani, mobilitare loro che sono più eurofili dei loro genitori e nonni è importante. L'Economist fa un articolo sulla campagna referendaria nei campus

 

 

 

 

 

 

 

- 62 (22 aprile, 2016)

Oggi è la gran giornata di Barack Obama a Londra.

 

 

Ha scritto un editoriale sul Daily Telegraph. Boris Johnson, che è il fronte anti ingerenza di Obama – gli ha dato di ipocrita, ora dice "yes we can leave" –, fa e farà di tutto per far sì che questa visita sia dimenticata in fretta.
Anche l'ex ministro Ian Duncan-Smith è mobilitato, ma non fa lo stesso effetto di Boris. Mai.

 

Un merito Obama ce l'ha già: è ottimista. Qui ho spiegato perché il "Project Fear" ha dei limiti grandissimi, per entrambi i fronti, e "l'amico" Obama ha l'obiettivo preciso di ribaltare questa visione apocalittica del referendum.
Ce la farà?
Non lo sapremo oggi né domani. Dovremo aspettare almeno una pochino per valutare l'effetto Obama. E conterà il fatto che il presidente americano è un amico calorosissimo quando si presenta di persona, ma tutto il resto del tempo no.

 

Intanto una bella pubblicità del remain, finalmente. Quell'incrociamo le dita come sintesi del progetto dei sostenitori della Brexit potrebbe diventare un simbolo efficace.

 

 


 

-65 (19 aprile, 2016)

 

Michael Gove, ministro della Giustizia, è l'intellettuale del fronte del "leave". E' tra i pensatori che hanno rivoluzionato il conservatorismo britannico, dopo gli anni di buio (per i Tory) del blairismo, è un falco in politica estera, thatcheriano in economia, riformatore del modello scolastico inglese (molto controverso). L'aggettivo che è sempre unito Gove è "polite": educato, gentile, non alza mai i toni, preferisce il dietro le quinte alla ribalta. Ma è determinato e convinto, forse più di tutti i suoi colleghi, al punto che la rivista NewStatesman, che certo non lo ama, lo definisce "l'assassino educato". La decisione di "tradire" l'amico Cameron, il premier e suo datore di lavoro, è stata molto tormentata per lui, ma essendo euroscettico da sempre, ha deciso di non fingere. Dice che sarebbe stato un disastro nel campo del "remain", ma la verità è che il suo passaggio tra i fan della Brexit è stato un disastro per il governo (personalmente e politicamente).

 

Gove ha parlato oggi di Europa, con l'intento di inserire nel dibattito un elemento che manca del tutto: l'ottimismo. Il ministro ha detto che lasciare l'Europa è una liberazione, che è la dimostrazione che i giorni migliori del Regno Unito sono davanti agli inglesi, non sono già passati, che il paese sarà più libero, più sicuro, più ricco. Brexit = libertà, è questo l'azzardo di Gove, il più entusiasmante sentito finora. Dice che la liberazione sarà contagiosa, partirà dall'Inghilterra e contagerà tutti, che è esattamente il terrore più grande degli europei.

 

10 ragioni per la Brexit, secondo Gove:

1. Lasciamo l'Europa prima che sia troppo tardi, è la scelta più sicura

2. Se non ce ne andiamo, saremo ostaggi, bloccati in un'auto diretta verso una maggiore integrazione

3. La Corte di giustizia europea sta diventando semipro più potente

4. Se ce ne andiamo, possiamo riprendere il controllo sulla nostra economia

5. L'Europa non è riuscita a siglare accordi con la Cina, l'India, l'America. Fuori dall'Europa, l'Inghilterra potrà negoziarli

6. Se ce ne andiamo, potremo riprendere il controllo dei nostri confini. Al momento ogni cittadino europeo, anche con precedenti penali, può entrare nel Regno Unito

7. Possiamo avere un'immigrazione points-based, fondata sul merito e su criteri definiti

8. Il Regno Unito ha il sistema sanitario, l'esercito e i media più belli del mondo

9. Siamo i leader del mondo in soft power

10. Riprendiamo il controllo!

 

Note a margine:

Gove ha citato il paper di Open Europe di cui avevo parlato qui, dicendo che è la spiegazione perfetta di come la Brexit sia un'opportunità. In effetti, essendo lui un liberale, Open Europe parla di lui. Ma secondo il Politics Editor del Times, Sam Coates, Gove ha preso soltanto quel che gli piaceva del paper, sottostimando il dato che fa impazzire tutti: secondo Open Europe con la Brexit il Regno Unito dovrà accogliere più immigrati, non meno. Vaglielo a dire all'Ukip.

 

 

Sempre su Open Europe (ve l'avevo detto che era il paper più chiacchierato del momento, sì?): i detrattori dicono che è l'unico report rassicurante sulla Brexit. Gove dice di no: ci sono anche quelli di Nigel Lawson e John Longworth.

 

Battuta su Osborne:

Asked by The Telegraph's Laura Hughes whether he was offended at being called "economically illiterate" by his Government colleagues, Michael Gove responds: "No, George has called me much worse in private."

 


 

- 66 (18 aprile, 2016)

 

La Brexit costa 4.300 sterline a famiglia ogni anno, dice il cancelliere dello Scacchiere Osborne. Un "numero grande ma credible", commenta Chris Giles del Financial Times, mettendolo a confronto con uno studio della London School of Economics che è considerato tra i più affidabili report a livello accademico sulla Brexit. Quest'ultimo è stato scartato dal fronte del Leave, che lo considera troppo eurofilo dal momento che la London School of Economics è stata negli anni anche a favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro. Questa critica però cade nei confronti della stima del Tesoro: il capo degli economisti che hanno lavorato al dossier è Dave Ramsden, che nel 2003 elaborò i test che portarono a un rifiuto netto alla possibilità di aderire all'euro.

 

La domanda che tutti fanno a Osborne oggi è: perché non ci sono mai, nei report del governo, i costi dell'Unione europea? Sarà troppo sbilanciato? Lui risponde caustico che preferisce occuparsi dei benefici.

 

Le previsioni di Osborne sono più pessimistiche rispetto a quelle di altri studi, in particolare quello di Open Europe: ho intervistato uno degli autori venerdì scorso, e mi ha spiegato che l'effetto della Brexit in termini economici è pari allo 0,5-1,5 per cento del pil, non altissimo, ma sono le decisioni che dovranno essere prese in caso di Brexit a essere molto difficili: sono decisioni liberali, di grande apertura, quando buona parte degli animatori del fronte "leave" è protezionista.

 

 

A proposito di fronte del "leave". Ieri Boris Johnson, sindaco di Londra ancora per poco (si vota a Londra il 5 maggio), ha fatto sapere – via Sun on Sunday – che Cameron dice soltanto "cazzate" sulla questione dell'immigrazione e dell'Europa e che il vero spirito britannico si rivelerà a favore del "leave".

 

Complice l'arrivo di Obama giovedì, ormai la Brexit sta diventando una questione tutta personale.

 


 

- 69 (15 aprile, 2016)

 

In questi giorni sono stata a Parigi, ho partecipato a incontri con funzionari di diversi ministeri e con esperti di centri studi: la questione Brexit è stata affrontata in modo laterale all'interno di un discorso generale e molto pessimistico sull'Europa. Parigi teme l'effetto contagio: se gli inglesi decidono di andarsene, poi altri paesi potrebbero volere la stessa cosa. E' una minaccia un po' sovradimensionata, perché il Regno Unito vive già in uno statuto speciale nei confronti dell'Europa – banalmente: no euro, no Schengen – ma si sa che la questione europea non ha molto a che fare con la razionalità o i tecnicismi. Il segnale di Londra, in caso di Brexit, sarebbe: tana liberi tutti.

 

Poi naturalmente Parigi teme l'instabilità economica, imponderabile, che deriverebbe dall'uscita del Regno Unito, ma questo è un tema che riguarda tutti. Sul Foglio oggi Cristina Marconi ha intervistato Ronald Rudd, superadvisor di David Cameron, che cerca di trovare l'equilibrio tra quel che si può dire e quel che è meglio evitare quando si fa campagna per il "renani" (indizio: mai dire che l'Europa è bella, non ci crede nessuno).

 

Oggi inizia ufficialmente la campagna elettorale per il referendum: sì, oggi. Vi sembra che non si parli d'altro da decenni? Già. La commissione elettorale ha deciso di dare i finanziamenti a Vote Leave (avevo spiegato qualche giorno fa la divisione nel fronte dei sostenitori della Brexit), e l'Ukip, legato a Grassroots/Leave.Eu non è affatto contento.

 

Ma Nigel Farage non molla. Vi ricordate il volantino che Cameron ha spedito agli inglesi per spiegare i disastri della Brexit, costato 9 milioni di sterline? Eccolo qui (h/t @giuliapompili)

 



 

Ci sono state molto polemiche, il governo non può spendere tanti soldi per un volantino, i fan della Brexit sono insorti. Farage ha detto: rispeditelo al mittente.

 

Oggi l'ha fatto lui. E' andato a Downing Street con il suo depliant, per dire a Cameron: tieniti sta robaccia.

 

 


 

- 76 (8 aprile, 2016)

I soldi ricevuti. I soldi spesi. Questi sono giorni difficili per David Cameron. Ha ammesso di aver beneficiato delle operazioni offshore di suo padre fino al 2010, quando è diventato primo ministro, confermando così in parte quel che viene insinuato nei Panama Papers. Si tratta di pochi soldi (38 mila sterline), ma una settimana di spin da dimenticare. Quattro versioni in quattro giorni, fino all'ammissione: è un caso che probabilmente farà storia.

 

Ma i parlamentari conservatori sono furiosi per un'altra spesa. Quella di 9 milioni di sterline sostenuta dal governo (con i soldi dei contribuenti, quindi) per stampare e distribuire un volantino che sostiene il "renani", la permanenza del Regno Unito nell'Ue. I parlamentari dicono che faranno guerra ai Comuni contro il premier.

 

Boris Johnson, sindaco di Londra, ha detto che si tratta di "una perdita di tempo" e sintomo di "isteria".
Michael Gove, ministro della Giustizia ribelle (e dato in ascesa nel mondo dei conservatori), ha detto che quei soldi sarebbero meglio spesi in altri campi, tipo la sanità.

 

I Grassroots/Leave.Eu sono soprattutto arrabbiati per un dettaglio: lo stampatore del volantino è tedesco.

 

 

Ecco cosa dice in sintesi  il volantino incriminato, nella settimana terribile per Cameron.

- Il Regno Unito si è assicurato uno status speciale nell'Ue riformata. Non adotteremo l'euro e non faremo parte dell'integrazione politica europea.

 

- L'Europa è il principale partner commerciale del Regno Unito. I paesi europei comprano il 44 per cento di quel vendiamo all'estero, dalle automobili alle assicurazioni. Se il Regno Unito vota per il "leave", lo choc economico che ne risulterà farà alzare i prezzi dei prodotti inglesi.

 

- Più di tre milioni di posti di lavoro sono legati alle esportazioni in Ue.

 

- La cooperazione con l'Ue rende puù facile tenere i criminali e i terroristi fuori dal Regno Unito.

 

- Secondo il governo, si possono presumere dieci anni e più di incertezza se il regno Unito rinuncia alla sua relazione con l'Ue, rinegozia con l'Ue nuovi accordi e con altre 50 nazioni nel mondo.

 

- L'Ue ha reso viaggiare più facile e più economico. Le riforme degli anni 90 hanno fatto scendere del 40 per cento i costi dei voli.

 

- Per ogni sterlina pagata in tassa, poco più di 1 per cento va all'Europa. Per il governo i benefici sono più alti dei costi della membership.

 

 


 

- 79 (5 aprile, 2016)

 

In questi giorni i sondaggi sul referendum del 23 giugno hanno fatto le bizze: è avanti il “leave”, no ora il “remain”. Sarà così fino al voto, ma come ho già spiegato la settimana scorsa, quel che conta è il popolo degli indecisi. Lynton Crosby, stratega della vittoria di Cameron dell’anno scorso, gran tattico non esattamente simpatico, ha scritto sul Daily Telegraph la parola magica, l’unica che conta e conterà: mobilitazione. Chi vince la campagna della mobilitazione vince il referendum. Ne parleremo parecchio.

 

Intanto domani c’è una piccola prova generale del referendum inglese: in Olanda, dove si vota sull’accordo di associazione con l’Ucraina. Ora, questa è l’Olanda, il paese che più ha pagato in termine di vittime per l’abbattimento dell’aereo malese sul cielo ucraino due anni fa (qualche giorno dopo quell’incidente sconvolgente, scrissi questo articolo, ero triste allora, lo sono ancora oggi). Nonostante questo, al momento pare che il fronte pro europeo sia un filo indietro nei sondaggi, e che ci sia difficoltà a raggiungere il quorum. Il referendum non è vincolante, si dirà, quindi poco importa. Ma allora perché farlo? Per contarsi e perdere?

 

Nigel Farage, leader dell’Ukip, annusando il sangue, dice di votare no in Olanda, di fare un favore a Vladimir Putin più che all’Europa (Geert Wilders, biondo olandese antieuropeo, ha rilasciato un’intervista a Breitbart, il sito conservatore americano molto trumpiano, in cui dice che l'Europa "è un mostro espansionista", bisogna fermarla).

Ora, come è noto, buona parte dei partiti populisti e antieuropei dell’Unione ha la passione per Putin. Prende anche soldi dalla Russia (il Front national francese in particolare). Il capo del Cremlino rappresenta l’uomo forte decisionista in netto contrasto con la tentennante leadership occidentale e soprattutto è molto anti europeo. Alcuni americani, come il senatore repubblicano McCain, accusano Putin di aver fomentato l’ondata di rifugiati dalla Siria, con i suoi bombardamenti, con l’obiettivo deliberato di indebolire l’Europa. Senza arrivare a presumere piani che pure appaiono plausibili: di certo la debolezza europea non dispiace alla Russia.

 

Al referendum in Olanda, l’Ue rischia di mostrare ancora una volta di essere divisa e poco innamorata di se stessa. E i sostenitori della Brexit già gongolano.

 

Spot del giorno – Dall’account Twitter di Leave.Eu h/t @davcarretta (nella foto c’è il Parlamento belga)

 


 

 

 
 

 

- 83 (1 aprile, 2016)

 

L'Economist oggi in edicola ha un bel racconto dei problemi della campagna per il "remain". Il titolo è: “Referendum? Quale referendum?”.

 

La campagna è stata lanciata nell'autunno del 2015, e fa capo principalmente a Britain Stronger in Europe, che dovrebbe ottenere il riconoscimento da parte della Commissione elettorale come la campagna ufficiale per il "remain".

 

Il presidente di Britain Stronger in Europe (BSE) è Stuart Rose, ex chief executive di Marks and Specners e oggi presidente del supermercato online Ocado. E' un conservatore notissimo nel mondo del retail e, quel che più conta, in generale nel mondo del business, che è quello che potrebbe fare la differenza al referendum del 23 giugno.

 

Il chief executive della campagna è Will Straw, figlio dell'ex ministro laburista Jack Straw, molto attivo e molto globe-trotter.

 



 

Jeremy Cliff, che è l’autore della rubrica Bagehot dell’Economist, ha intervistato Straw e ha tratto poi le sue considerazioni.

 

Eccole:

  • secondo BSE, il 35 per cento dei votanti è a favore del “remain”, e un altro 35 per cento è indeciso. L’obiettivo è conquistare almeno la metà di questi indecisi per vincere il referendum. Ma bisogna tenere conto di un altro fenomeno: più s’avvicina la data del referendum più il “remain” si indebolisce. Secondo le rilevazioni, a dicembre il “remain” era avanti di almeno 20 punti percentuali, ora nel migliore dei casi ha un vantaggio di 7/8 punti
  • il problema è portare gli indecisi al voto. Cioè entusiasmarli, appassionarli. La più grande forza della campagna BSE è anche la sua più grande debolezza: è calma, professionale, pacata. Di là, tra i sostenitori del “leave”, ci sono personaggi estroversi e simpaticissimi, da Boris Johnson a Nigel Farage, e nel fronte del “remain” ci sono persone competenti, impegnate, precise, ma molto, troppo, tranquille (un po’ come in America, lo showman di qui e la prof. competente di là)
  • i sostenitori del “leave” si dedicano a questo referendum da sempre. Cioè la loro missione è sbarazzarsi dell’Europa (come per gli scozzesi era l’indipendenza). Secondo le analisi demografiche, hanno anche un vantaggio. Alle elezioni del 2015, il 78 per cento degli over 65 sono andati a votare: è un elettorato per lo più euroscettico. Il turnout tra i giovani dai 18 ai 24 anni era stato del 43 per cento, e questo è un elettorato per lo più eurofilo. In sostanza, i bastioni del campo del “remain” sono formati da elettori che vanno a votare con meno frequenza rispetto alla media, il che significa che convincere gli indecisi a mobilitarsi è complicato
  • Un altro problema: al momento, nonostante sei mesi di lavoro, il BSE non ha l’infrastruttura necessaria per ribaltare il suo svantaggio. Di più, i Tory, che pure secondo il premier Cameron dovrebbero votare per il “remain”, sono estremamente euroscettici, soprattutto a livello locale. Ecco che allora il BSE deve fare affidamento sulle strutture del Labour: ma anche il leader laburista, Jeremy Corbyn, non è un appassionato eurofilo. Anzi. Formalmente il Labour è a favore del “remain” e la base del partito è eurofila, ma Corbyn ha difficoltà ad argomentare il “remain”, non può fingere una passione che non ha. Ecco perché il politico laburista più importante che gira per il paese è Alan Johnson, ex ministro con una storia personale commovente (come scrisse in “This Boy: A Memoir of a Childhood” nel 2013), ma non molto conosciuto
  • Una nota positiva: il fronte del “remain” è compatto e ha un approccio che si basa sui fatti e sul realismo, al contrario di quel che avviene tra i sostenitori della Brexit che sono più divisi e molti più proni a sventolare paura e rabbia (il cavallo di battaglia è l’immigrazione)

 

Bagehot conclude dicendo: “La campagna Britain Stronger in Europe va bene, è meglio di quanto dicano i suoi detrattori. Ma non può vincere il referendum da sola”.

 


 

- 84 (31 marzo, 2016)

 

Oggi è l’ultimo giorno disponibile per le campagne del “leave” e del “remain” per chiedere alla Commissione elettorale di essere designate come “gruppo ufficiale”. Il riconoscimento significa finanziamenti pubblici (sette milioni di sterline), spazi televisivi e volantini da distribuire casa per casa in vista del referendum. C’è un posto per il “remain” e uno per il “leave”. Per i primi c’è un unico gruppo forte, si chiama Britain Stronger in Europe, e dovrebbe ottonere il riconoscimento. Per i secondi invece è battaglia, perché sono due i gruppi che si contendono lo scettro – Vote Leave, più legato ai Tory, e Grassroots Out/Leave.Eu, più legato all’Ukip: i giornali per semplificare dicono che la sfida è tra Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, e Nigel Farage, leader degli indipendentisti dell’Ukip – e sono molto in competizione.

 

Vote Leave

E’ stato lanciato nell’ottobre del 2015, comprende leader e parlamentari dei Tory, dell’Ukip, del Labour e di altri partiti. E’ stato fondato da Matthew Elliot, ideatore del think tank/lobby Taxpayers’ Alliance che, come s’intuisce dal nome, è contro il big government, e da Dominic Cummings, che è un ex collaboratore di Michael Gove, uno dei ministri ribelli che si sono schierati per la Brexit contro il premier David Cameron.

Robert Colvile, ex capo delle pagine editoriali del Daily Telegraph e delle news di Buzzfeed, li ha intervistati entrambi su Politico Europe (di recente ho parlato con Colvile delle aspirazioni dei sostenitori della Brexit).

 

Vote Leave è guidato da Michael Gove, appunto, e da Gisela Stuart, che rappresenta parte della minoranza laburista a favore della Brexit. Collabora anche John Longworth, ex capo della Camera di commercio inglese, che si è dovuto dimettere dopo aver espresso simpatia per la Brexit. Elliot è il chief executive e Cummings il direttore della campagna elettorale.

 

Vote Leave è finanziato da businessmen di diverse affilazioni politiche, tra cui Peter Cruddas, milionario della City big donor dei Tory, John Mills, il privato più generoso nei confronti del Labour, e Stuart Wheeler, storico finanziatore dei Tory ora passato a sostenere l’Ukip.

 

Boris Johnson, sindaco di Londra, personaggi più in vista tra i fan della Brexit, sostiene Vote Leave, assieme agli altri ministri ribelli: John Whittingdale, ministro della Cultura, e Theresa Villiers, che si occupa di Irlanda del nord. Anche Priti Patel,

 

L’altro big per la Brexit, Ian Duncan-Smith, era ministro del Lavoro ma si è dimesso di recente, dopo aver litigato con il cancelliere George Osborne, e anche perché per lui la Brexit conta.

 

Chris Gryling, speaker della Camera dei Comuni, è un altro sostenitore di Vote Leave.

 

L’unico parlamentare dell’Ukip, Douglas Carswell, ha “tradito” il suo partito e partecipa alla campagna di Vote Leave, assieme all’ex vice dell’Ukip, Suzanne Evans.

 

Tre gruppi sostengono Vote Leave:

  • i Conservatives for Britain, creati dal parlamentare conservatore Steve Baker e preseduto dall’ex cancelliere dello Scacchiere conservatore Lord Lawson. Lawson è stato presidente ad interim di Vote Leave e ha lasciato qualche settimana fa il posto a Gove
  • il Labour Leave, che è guidato da Gisela Stuart. Come si sa, il Labour è a maggioranza contro la Brexit, ma ci sono parecchie eccezioni. In realtà anche il leader, Jeremy Corbyn, è considerato un euroscettico, visto che per lui l’Europa è soltanto un club di capitalisti (suo fratello, che non deve mentire, lo dice chiaro)
  • il Business for Britain, che è guidato da John Longworth e da Martin Bellamy, presidente del Salamanca Group.

 

 

Grassroots Out/Leave.Eu

All’inizio c’era soltanto Leave.Eu, fondato da Arron Banks, big donor dell’Ukip, e sostenuto dal leader dell’Ukip, Nigel Farage. A gennaio, quando è stato lanciato il Grassroots Out Movement, Leave.Eu è confluito dentro a questo movimento, al quale partecipano anche la laburista Kate Hoey e il conservatore David Davis, che è stato ministro e che ha conteso la leadership del Partito conservatore a Cameron nel 2005. L’altro personaggio di spicco di Grassroouts Out è George Galloway, fuoriuscito laburista leader del partito Respect.

 

La forza di Grassroots Out (GO) è la mobilitazione: se Vote Leave si basa su personaggi famosi, Grassroots Out organizza eventi in tutto il Regno Unito a un ritmo frenetico, al punto che in un giorno ci possono essere centinaia di eventi in contemporanea. Simon Heffer, sul Telegraph, è stato uno dei pochi a scrivere che GO dovrebbe essere riconosciuto come la campagna ufficiale del “Leave”, perché ha una base popolare molto attiva e impegnata.

 

Il must have della campagna di Grassroots Out è la cravatta verde e nera con scritto “GO”, creata mentre Cameron negoziava i termini del suo accordo con l’Europa. Nigel Farage ne è molto fiero.

 

 

 


 

 

- 85 (30 marzo, 2016)

 

Mancano ottantacinque giorni al referendum inglese sulla Brexit e già si litiga sui sondaggi. Ora, come si sa, dopo le elezioni del maggio 2015, nessuno in Inghilterra crede più ai sondaggi: allora le previsioni si rivelarono sbagliate, ci si aspettava una frammentazione del voto che fu invece spazzata via dalla solida vittoria dei Tory. Ma possono gli inglesi fare a meno dei sondaggi? No. Nemmeno noi, in realtà. Come scrive Robert Hutton su Bloomberg, tutti i sondaggi sono sbagliati, ma alcuni lo sono più di altri. Al momento, secondo uno studio appena pubblicato, le rilevazioni fatte al telefono sembrano più accurate di quelle fatte online. L'analogico vince sul digitale. Se così è, il "remain" è più forte del "leave". Lo scarto da febbraio a marzo si è ridotto, cioè il "leave" avanza, pure se deve ancora riempire un gap di circa una decina di punti percentuali. Le rilevazioni online invece dicono che i due fronti vanno avanti appaiati, il "remain" è più avanti, ma di poco. C'è poco da fidarsi, insomma. I dati anche questa volta potrebbero non essere precisi, e questo spiega perché sono tutti così agitati. Sempre per restare in ambito sondaggi: se il premier David Cameron, sostenitore del "remain", dovesse perdere, il 48 per cento degli elettori vorrebbe le sue dimissioni, il 44 per cento no (lui ha già detto che non se ne parla: se perde, negozia la Brexit).

 

La guerra civile dentro ai Tory è già scoppiata. Se Cameron potesse tornare indietro, forse questa follia del referendum se la sarebbe risparmiata. Dicono che quando incontra nei corridoi un ministro o un parlamentare a favore della Brexit non alzi nemmno lo sguardo. E stiamo parlando di un premier che ha portato i Tory a una vittoria squillante e inaspettata. Oggi per spaccare ancora di più il fronte conservatore, è circolato molto questo post: le motivazioni della Thatcher a favore dell'Europa sono ancora valide oggi. Se c'è una cosa che fa imbestialire i Tory è tirare l'eredità della Lady di Ferro da una parte o dall'altra. Ormai lo fanno tutti, a seconda delle esigenze (del sito che oggi mette la Thatcher dappertutto parleremo molto: è appena nato, si chiama InFacts, ha tantissimi dati e fatti a favore del Regno Unito nell'Ue. Qui avevo intervistato i suoi fondatori)

 

Per non tormentarsi troppo, la Bank of America ha vietato ai suoi dipendenti di usare la parola "Brexit".

 


 

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