Primarie d'America

Una raccolta di notizie e analisi, verso il voto delle presidenziali del 2016
Primarie d'America

1 maggio, ore 9.30

 

“Mai!” con un punto esclamativo grande così a rimarcare il concetto. A dirlo (urlarlo, sarebbe meglio dire) è stato Christ Schrimpf, portavoce di John Kasich, governatore dell’Ohio che è andato bene nelle primarie della East Coast ma che ha speranze zero di vincere la nomination (a meno di cataclismi impensabili). Il “mai” è la risposta alla domanda che qualcuno s’è fatto, laggiù in America: ma non è che Kasich resta in campo perché alla fine negozierà con Donald Trump la sua nomina a vicepresidente? L’Ohio, si sa, è Stato che decide le contese elettorali e mai nessun repubblicano è andato alla Casa Bianca senza vincerlo. Avere nel ticket il governatore moderatissimo potrebbe giovare. “Nessuna possibilità”, ha ribadito Schrimpf. Niente da fare neppure per Jeb Bush “Hahahahahahahahaha” è la risposta che un consigliere dell’ex governatore della Florida ha dato al Nyt. Pollice verso pure da Scott Walker (che infatti aveva fatto campagna per Cruz in Wisconsin), mentre l’esperto senatore Lindsey Graham usa le metafore: “E’ come comprare un biglietto sul Titanic”. E dunque? Le opzioni sul tavolo ci sono: mentre Ted Cruz ha già fatto sapere di volere Carly Fiorina – e il senso della disperazione è stato colto da tutti – Newt Gingrich, Jeff Sessions, Ben Carson, Chris Christie e Mary Fallin hanno fatto intendere che non direbbero no. Il problema è che nessuno di questi sposta al centro la barra della campagna, che avrebbe bisogno di strizzare l’occhio alla nebulosa degli indipendenti e dei cosiddetti moderati.

 


10 aprile, ore 12.15

 

Alla fine, complici gli astrusi regolamenti delle primarie americane, i 14 delegati in palio sono stati equamente divisi, sette a uno e sette all’altra. Ma il dato politico è che Bernie Sanders ha battuto Hillary Clinton anche in Wyoming, nel caucus che si è tenuto ieri. Hanno votato pochissimi – lo stato è fieramente e saldamente repubblicano – ma l’ennesimo exploit del senatore socialista del Vermont mette pressione su Hillary, al punto che già qualcuno inizia a chiedersi se al #NeverTrump debba essere associato un #NeverHillary. A tirare le somme saranno le primarie nello stato di New York, dove si voterà il 19 aprile.  I sondaggi dicono che Clinton è avanti, ma meglio non dare nulla per scontato.

 


9 aprile, ore 10.00

 

Chi ha visto le ultime due puntate di House of Cards si è fatto un’idea di cosa sia una convention aperta (o contestata). Una specie di delirio, gente che urla, martelletti tribunalizi che richiamano all’ordine scalmanati delegati, fischi, cartelli che sventolano. E’ proprio questo ciò che sta cercando Ted Cruz, divenuto di colpo e contro ogni pronostico il candidato dell’establishment (almeno fino a luglio) in grado di far deragliare il treno di Donald Trump. Si lavora in silenzio, soprattutto negli stati che assegnano i delegati senza primarie o caucus, bensì con complicate convenzioni locali. Qualche risultato lo si porta a casa: Cruz ha conquistato 21 dei 37 delegati messi in palio in Colorado. Nessuno ha scelto Trump o Kasich. Tredici saranno decisi oggi. E’ il secondo successo del senatore del Texas dovuto alla capillare diffusione della sua macchina organizzativa. Prima era stata la volta del North Dakota.

 


3 aprile, ore 12.20

 

Gli scommettitori che solo una settimana fa accreditavano a Donald Trump il 70 per cento delle possibilità di conquistare subito la nomination repubblicana, ora ci vanno ben più cauti: le chance per il frontrunner del Grand Old Party sono scese al 56 per cento. Aumenta la probabilità di vedere una convention contestata (o, come preferiscono dire dai quartieri alti dell’establishment, “aperta”). Così la pensa il 63 per cento di chi punta qualcosa sulle primarie. Nate Silver, mago dei numeri che ultimamente (vuoi anche per l’imprevedibilità di questa tornata) spesso non c’ha azzeccato, sottolinea come queste cifre non abbiano molto senso: “Se davvero si pensa che le possibilità di una convention con tante votazioni sia pari al 63 per cento, ma allo stesso tempo dai a Trump il 56 per cento di conquistare la nomination, ciò significa che ci sono buone possibilità che Trump vincerà se gli scrutini andranno oltre la prima votazione. Il che è probabilmente sbagliato. Se Trump non vincerà subito, sarà con ogni probabilità sconfitto”. La ragione è semplice, nota Silver: “La maggior parte dei 2.472 delegati con diritto di voto alla convention di Cleveland, difficilmente andrà con Trump”.

 


2 aprile, ore 10.45

 

Il Wisconsin assegna solo 42 delegati (a chi vince anche solo di un voto), ma è diventato l’epicentro della sfida che potrebbe segnare le primarie repubblicane. Si vota martedì e gli ultimi sondaggi (tutti), dicono che Ted Cruz è in testa con una forchetta che va dal +1 per cento su Trump al +10. Pure il governatore Scott Walker (qui un suo ritratto fogliante) ha dato l’endorsement al senatore texano e il nervosismo del clan Trump sembrerebbe dire che qualcosa sta cambiando. Anche perché smentirebbe le teorie secondo le quali Cruz va bene al sud perché sostenuto dalla base evangelica, mentre nel nord delle fabbriche e delle grandi industrie non sfonda. In secondo luogo, perché potrebbe innestarsi una reazione a catena capace di rilanciare Cruz anche presso quegli elettori indecisi che non hanno disdegnato The Donald in questi primi mesi di caucus e primarie. Significativo l’ultimo sondaggio del Los Angeles Times sul voto in California: manca tantissimo (elezioni programmate per il 7 giugno), ma i 172 delegati in palio sono un bottino che rischia di segnare la partita in modo decisivo. E la sorpresa è che Cruz avrebbe eroso tutto il vantaggio accumulato da Trump, lasciandogli solo uno statisticamente irrilevante +1 per cento di margine sul competitore texano.

 

 


19 marzo, ore 14.20

 

L’ultima uscita pubblica di Mitt Romney, annunciata con tanto di countdown, non aveva avuto l’effetto sperato: lui ce l’aveva messa tutta, aveva tentato di demolire Trump con un discorso di quelli che non aveva fatto neanche quattro anni fa, quando era il nominato repubblicano chiamato a togliere la Casa Bianca a Barack Obama. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: The Donald è sempre più lanciato verso la nomination di Cleveland e i moderati tanto sostenuti da Romney sono spariti uno dopo l’altro. Adesso Mitt ha fatto un passo in più: il 22 marzo si voterà nello Utah, stato con la più alta concentrazione di mormoni negli Stati Uniti e per tradizione repubblicano. I delegati in palio sono parecchi (40). Ecco perché fermare qui il frontrunner newyorchese può essere importante. Così, ieri Romney ha annunciato pubblicamente che alle primarie della prossima settimana lui voterà Ted Cruz, dando chiaramente un’indicazione di voto ai compagni di fede. Mormoni mai come ora determinanti e poco innamorati del fenomeno-Trump, come dimostra il voto in Idaho e Wyoming, altri due stati dove sono presenti in forze. Trump ride e domanda: “Siete sicuri che Mitt sia un mormone?”. Il Nyt scrive subito che quella di Romney è sì un’indicazione di voto chiara, ma non è un endorsement per il senatore del Texas, anche perché sarebbe stato più logico – visto il suo orientamento moderato – appoggiare John Kasich. A quest’ultimo Romney manda fiori, baci e abbracci, ma gli spiega che non ha alcuna possibilità di spuntarla. Primum vivere, deinde philosophari.

 

 


15 marzo, ore 18.20

 

Dicono che pure lui, Rubio, non ci creda più. Quasi quasi aspetta lo scrutinio di stasera (notte italiana) come una liberazione: in Florida è dietro Trump di una percentuale che varia dai 17 ai 24 punti. "The Donald" è talmente tanto avanti che ha ridotto perfino le apparizioni nello stato che consegnerà 99 delegati a chi vincerà anche di un solo voto la sfida. Perfino Ross Douthat, il columnist conservatore del Nyt, non sa più a che santo votarsi, tanto da retwittare sconsolato sondaggi che darebbero Rubio vincitore contro Hillary negli stati chiave, a novembre. Quando Marco, a novembre, salvo miracoli assisterà alle elezioni seduto in poltrona, a casa sua. Sondaggi più o meno freschi anche dall'altro stato da seguire, l'Ohio: Kasich sarebbe in lievissimo vantaggio, con Trump alle calcagna. In North Carolina avanti The Donald (+11 per cento su Cruz). Fronte democratico: Hillary dovrebbe vincere ovunque, con margini ridotti in Illinois e Ohio. Ma attenti alle sorprese, il Michigan insegna.

 


14 marzo, ore 19.30

 

Ted Cruz vuole che Marco Rubio e John Kasich si tolgano di mezzo, lasciando lui come unico uomo da mandare alla guerra contro Donald Trump. Il manager della campagna del senatore texano, Jeff Roe, dice che con un testa a testa il vincitore sarebbe senza dubbio Cruz, perché così dicono i numeri, le proiezioni e i sondaggi. Certo, ci vuole anche un po' di fortuna e – soprattutto – sbaragliare la concorrenza nel voto del 22 marzo in Utah e Arizona. Discorsi ipotetici e sulla carta, visto che la conta dei delegati è quella che è, con il passivo tra il miliardario newyorchese e Cruz che potrebbe crescere se davvero Trump prevalesse in Florida (portandosi a casa tutti i 99 delegati in palio).

 

Il computo aggiornato dei delegati repubblicani, prima del "vero" Super Tuesday

 

 


13 marzo, ore 14.20

 

Sarà l’effetto delle intemerate di Mitt Romney, sarà che laggiù nell’ovest i miliardari newyorchesi sono visti con insofferenza mista a disgusto. Sarà tutto quel che volete, ma i numeri dicono che chi proprio non ne vuol sapere di consegnarsi a Donald Trump sono i mormoni. Ieri si è votato in Wyoming (lo Stato di Dick Cheney e di Nuvola Rossa), dove i mormoni sono l’11 per cento della popolazione. Risultato? Cruz 66 per cento, Rubio 20, Trump 7, Kasich non pervenuto. In Idaho le primarie si sono svolte lo scorso 5 marzo con Ted Cruz vittorioso (45 per cento) su Trump (28). Qui i mormoni sono il 23 per cento della popolazione. Ma il “regno” mormone per eccellenza è lo Utah (60 per cento degli abitanti), dove si voterà il 22 marzo. I sondaggi dicono che “The Donald” è miseramente terzo. Post scriptum: ieri si è votato anche a Washington D.C.: ha vinto Marco Rubio, con 59 voti in più rispetto a John Kasich.

 


12 marzo, ore 12.30

 

La strategia l’aveva spiegata Mitt Romney, eletto a vecchio saggio del Partito Repubblicano: per fermare Donald Trump bisogna giocare di squadra. Tradotto nella pratica significa che Cruz e (soprattutto) Rubio devono mollare l’Ohio, lasciandolo a John Kasich, governatore e dato dai sondaggi a una incollatura (c’è qualche istituto che lo vede addirittura in vantaggio) dal frontrunner newyorchese. In cambio, Cruz e Kasich dovrebbero sostenere Rubio nel disperato tentativo di portarsi a casa i 99 delegati in palio in Florida. Al senatore texano, invece, campo aperto negli altri stati dove si vota, a cominciare dalla North Carolina. Obiettivo dichiarato: evitare che Trump arrivi al quorum che fa scattare la nomination automatica. Ieri, parlando alla CNN, il portavoce di Rubio, Alex Conant ha detto sì: “Se tu sei un elettore repubblicano alle primarie in Ohio e vuoi battere Donald Trump, la migliore chance qui è John Kasich”. Conseguenza scontata: gli elettori di Rubio nello stato da sempre decisivo votino in massa il governatore. Ma ecco arrivare la doccia gelata: dall’entourage di Kasich è stato velenosamente fatto notare che quest’ultimo in Ohio sta vincendo “anche senza l’aiuto di Rubio”, così come “Rubio sta perdendo da solo in Florida”. Anche per questo il favorito dell’establishment ha tergiversato quando gli è stato chiesto di commentare le dichiarazioni del suo portavoce. La possibile soluzione per far partire il piano di Romney? Rubio deve bloccare gli spot anti Kasich in Ohio, e poi si vedrà.

 

L'ultimo sondaggio Mason-Dixon relativo alle primarie in Florida è il più benevolo per Rubio, che sarebbe staccato di soli 6 punti da Trump. Tutti gli altri istituti danno uno scarto ben più ampio.

 


11 marzo, ore 12.45

 

Ancora qualche ora e Ben Carson, il neurochirurgo che per qualche settimana – nei mesi scorsi – aveva conteso a Donald Trump il titolo di frontrunner del Partito repubblicano, renderà noto il suo sostegno proprio al miliardario newyorchese. Il Washington Post aveva già fornito i dettagli prima del dibattito trasmesso ieri sera dalla Cnn (nella foto i Google Trends durante lo "show" che rispecchiano l'attuale classifica quanto a computo di delegati), al punto da scrivere che l'evento si sarebbe tenuto questa mattina (ora locale) nell'esclusivo club Mar-a-Lago, a Palm Beach. "Abbiamo parlato per un'ora di istruzione", ha detto Trump gongolando per il secondo endorsement di peso alla sua causa, dopo quello pesante del governatore del New Jersey, Chris Christie.

 

 

 


10 marzo, ore 15.15

 

Nessun repubblicano è diventato presidente senza aver vinto lo stato indeciso per eccellenza, l'Ohio. Terra di blue collars come il Michigan, che per tradizione votano democratico (salvo quando sulla scheda era indicato il nome di Ronald Reagan). Stavolta, però, il vento potrebbe cambiare. "Le Unions (che di solito sostengono i democratici), molti dei nostri membri e le loro famiglie sono dalla parte di Trump", ha detto alla Reuters Keith Strobelt, direttore della United Steelworkers di Canton, città del nordest dello stato. Il motivo? La frustrazione per un'economia dai ritmi lenti e per la concorrenza dei grandi marchi stranieri che mandano in affanno le gloriose industrie della rust belt. Idem sentire, appunto, con il Trump pensiero. Che i blue collars non disdegnino di stare con il candidato "improbabile", avversato dall'establishment alla perpetua ricerca di un uomo presentabile da opporre a Hillary Clinton il prossimo 8 novembre, lo dimostra anche il voto di martedì in Michigan, dove "The Donald" ha asfaltato gli sfidanti. Il 15 marzo si vota in Ohio e i sondaggi prevedono un testa a testa con il governatore dello stato, John Kasich

 


27 febbraio, ore 12.30

 

A Marco Rubio servirebbe un mezzo miracolo per riaprire la gara verso la nomination repubblicana, è vero. Ma i numeri non lo condannano ancora, anche se il tempo stringe sempre di più e le strade per la gloria iniziano a essere davvero tortuose. In teoria, parlando più di aritmetica che di politica, il senatore della Florida potrebbe pure perdere in tutti gli stati che andranno alle urne il 1° marzo, nel Super Tuesday, senza per questo veder precluse le proprie possibilità. L’importante, scrive Nate Cohn sul Nyt, è che superi quota 20 per cento (così da accedere alla distribuzione dei delegati su base proporzionale) e che faccia man bassa di vittorie il 15 marzo, quando si voterà in Florida (la sua Florida), Ohio, Missouri, Illinois e North Carolina. Qui i delegati saranno ripartiti col sistema winner-take-all, il vincitore si prende tutto. Il risultato sarebbe di ridimensionare drasticamente Trump anche per quanto attiene la conta dei delegati. Ma è aritmetica, appunto. Quel che conta è la politica, e ora la politica dice che "The Donald" è un carrarmato impossibile da fermare.

 

Questa infografica del New York Times fotografa le possibilità di vittoria che ha Rubio anche in caso di sconfitta nel Super Tuesday.

 


25 febbraio, ore 17.45

 

Il trend delle scommesse parla chiaro: alla fine a conquistare la nomination repubblicana sarà "The Donald". Almeno così la pensa il 72 per cento di chi punta qualcosa sulle primarie del Grand Old Party. Interessante è anche il secondo piazzato, quel Marco Rubio che sempre più osservatori di tendenza conservatrice esortano a fare qualcosa: "Cosa sta aspettando?", si chiedeva ieri il columnist del Nyt, Ross Douthat. Il senatore della Florida è accreditato del 24 per cento di possibilità di farcela, mentre Ted Cruz è al 2 per cento. Degli altri interessa poco. Partita chiusa, dunque? Possibile ma non scontato. Gli ultimi sondaggi, infatti, segnalano un recupero di Rubio su Cruz in qualche stato che andrà alle urne per il Super Tuesday. Il problema, però, è che a guidare la marcia non è il texano anti establishment, ma l'imprevedibile Trump.

 

 


20 febbraio, ore 13

 

In attesa di sapere quanto la “scomunica” di Papa Francesco avrà galvanizzato l’elettorato di Trump, che punta a conquistare anche la South Carolina (dove oggi si vota per le primarie, mentre i Democratici saranno impegnati con i caucus del Nevada), si può buttare un occhio sui sondaggi che a cascata arrivano dallo stato del sud. Roba da far impallidire i nostri guru dei numeri, Pagnoncelli o Ghisleri che siano. A cosa ci riferiamo? Ecco spiegato. Prendiamo il sondaggio dell’Augusta Cronicle: Trump 27 per cento, Rubio 24, Cruz 19. Calmata l’euforia, buttiamo l’occhio su quello monstre (perché il campione è fatto da ben 3.500 rispondenti) del SC House GOP. Risultato? Trump 34 per cento, Cruz 19, Rubio 18. Non è finita qui, perché molto più ecumenicamente, il sondaggio realizzato da NBC/WSJ/Marist vede Trump sempre in testa con il 28 per cento, ma quasi tallonato da Cruz al 23 e Rubio staccassimo al 15 per cento. Insomma, nessuno sa che dire, che pesci pigliare (per usare un’oscena frase fatta). La media calcolata da RealClearPolitics vede Donald avanti con il 31,8 per cento, poi dietro una ricorsa alla piazza d’onore tra Cruz (18,4 per cento) e Rubio (17,8). Non ci sorprenderemmo se alla fine il buon vecchio Jeb Bush facesse una pernacchia a (quasi) tutti, tentando l’assalto a Trump.

 


15 febbraio, ore 11.30

 

Tutti ne parlano, ma nessuno sa per chi voteranno. Forbes pubblica un sondaggio tra gli elettori musulmani d'America, per capire a chi vada – al momento, visto che i ribaltino sono sempre possibili in queste primarie folli – la loro preferenza. Se il 53 per cento ammicca a Hillary Clinton (e non è una sorpresa), il 22 per cento guarda al senatore socialista del Vermont, Bernie Sanders. Ma sono i dati relativi al campo conservatore quelli che fanno strabuzzare gli occhi: tra Jeb Bush, Ted Cruz e Marco Rubio, a spuntarla in ordine di preferenza è Donald Trump. Cioè colui che i musulmani vorrebbe, nella migliore delle ipotesi, cacciarli dal suolo americano.

 

 

 

 


9 febbraio, ore 19:20 

 

Breve polpettone di alcune cose viste qui in New Hampshire e altre rimaste indietro, direttamente dalla moquette dell’hotel Radisson, dove Rubio ha allestito il party per lo scrutinio prevedendo l’arrivo di circa dodici giornalisti. E la wifi non funziona. 

 

Al seggio di Londonderry, a una mezz’ora da Manchester, ho visto un saggio dal vivo dell’alta affluenza che molti ora riportano. C’era molta più fila al banco degli indipendenti che a quello dei registrati. Come da Manuale del Cronista d’Altri Tempi ho parlato con un sacco di gente e consumato le suole in una ventina di metri quadrati e ne ho ricavato l’impressione che almeno in quel seggio Rubio fosse totalmente nullo, Cruz abbastanza forte e i suoi sostenitori galvanizzati, e lo stesso valeva per quelli di Bernie, che aveva una singola attivista all’ingresso, commovente per dedizione e per niente millennial. Senza offesa.

 

Hillary non pervenuta, se non nei cartelli lasciati a presidiare il lato democratico della faccenda. Molti non volevano parlare con i giornalisti, e dovessi trasmettere la mia impressione fondata su quello che il Manuale del Cronista eccetera chiama Fiuto e la realtà chiama il Nulla Più Assoluto direi che erano soprattuto quelli che hanno votato Trump. Può essere che ci sia un po’ di Bradley Effect? Possibile. Sarebbe utile saperne di più per il futuro. Comunque di attivisti di Trump ce n’erano, e a disturbarli si sono presentati personaggi anche di gusto più discutibile tipo l’Uomo Spazzolino (aveva uno spazzolino gigante) e l’Uomo Megafono (aveva un megafono). A un certo punto è spuntato pure il figlio di Trump, non quello che ha detto che il waterboarding lo fanno anche alle feste delle confraternite, quell’altro. Mancava soltanto SuperFluo, il supereroe di cui non c’era effettivamente bisogno.

 

Al seggio s’è palesato anche Robot Rubio, con tutto il suo bagaglio simbolico. Sulla questione della coazione a ripetere di Rubio nei discorsi però c’è poco da scherzare, riuscire a veicolare in modo umano e non autistico il messaggio è fondamentale per andare avanti. Però c’è un però. Che forse Rubio è incredibilmente dotato per parlare ai moderati e si robotizza drammaticamente quando deve caricare la base dura e pura. E’ una teoria che Vox ha svolto con ordine.

 

 

 


 

8 febbraio, ore 19.15

 

A più o meno ventiquattr'ore dalle primarie in New Hampshire, i sondaggi (per quel che valgono) hanno lo stesso livello di chiarezza che aveva l'oracolo di Delfi pronunciato dalla pizia, e cioè sono interpretabili in tutti i modi possibili. Le ultime dicono che (Trump a parte, primo con un vantaggio incolmabile dagli inseguitori), sono tutti lì: Rubio e Cruz, Bush e Kasich. Pure Chris Christie potrebbe puntare a un piazzamento onorevole. Insomma, bisogna aspettare lo scrutinio. Montel Williams, ex repubblicano diventato indipendente negli anni Novanta, ha scelto il suo candidato e lo dice a FoxNews: John Kasich, il governatore dell'Ohio finora rimasto nelle retrovie. E' l'unico, scrive Williams, che nel Grand Old Party "può unire l'America". Il resto, non pervenuto (Rubio compreso).

 

 


5 febbraio, ore 14.14

 

Dicono che Bernie Sanders sia in viaggio verso New York per fare un cameo al Saturday Night Live con il suo imitatore, il mitologico Larry David, che nei panni del socialista con l'accento di Brooklyn supera chiunque ("We're doomed!". Forse è secondo soltanto a Jimm Webb fatto da Alec Baldwin). Donald Trump e Hillary Clinton hanno già dato. Adesso che Bernie si sente sempre meno il candidato impossibile deve pur dare il suo contributo alla pop culture.

 

 


4 febbraio, ore 15.41

 

Nella ventinovesima copertina del Time dedicata a Hillary (ventinovesima: significa in media più di una all'anno da quando Bill è stato eletto alla Casa Bianca) c'è un'intervista di Joe Klein che è un saggio del pensiero e della comunicazione d'establishment, distillato tanto dall'intervistata quanto dall'intervistatore. E' tutto un "ti ricordi quella volta", un "io c'ero quando Mario Cuomo diceva che", "hai lavorato così duramente, e così bene”, “mi piace quello spot in cui…”. Kleinismo supremo: "Nothing, it seems, ever comes easy for Hillary Clinton in politics. Citazione da ricordare di Hillary: "I have a much broader critique of the power of economic forces than Sen. Sanders"

 


 

3 febbraio, ore 13.45

 

Marco Rubio, da molti considerato il “vero” vincitore del caucus repubblicano in Iowa, è già in New Hampshire per cercare di risalire la china di sondaggi che lo danno – ma si è visto quanto poco c’azzecchino i sondaggi di questi tempi – un bel po' dietro Trump e Cruz e in mezzo a un gruppone di candidati più o meno al dieci per cento (Kasich, Bush, forse Christie). Proprio su Kasich e sul governatore del New Jersey si starebbe appuntando l’attenzione della campagna di Rubio, cercando di convincerli a fare presto un passo indietro. Sarà difficile, soprattutto con Christie, visto quanto il senatore della Florida si è lasciato scappare ai microfoni della Abc nell’euforia post Iowa: “Credo che Chris abbia avuto un paio di giorni difficili. Ha fatto molto male, ieri”, commentando l’1,8 per cento di consensi ottenuti dal gigantesco Governor.

 


2 febbraio, ore 19.20

 

Dio ha sconfitto Donald Trump in Iowa. Sono i vantaggi dell'onnipotenza, ma c'è anche altro. Il palazzinaro con il ciuffo ha mobilitato tanti elettori che votavano per la prima volta, disaffezionati o disillusi che fossero, e la gente effettivamente ai caucus ci è andata con affluenza da record. Ma fra i votanti il 67 per cento è evangelico, percentuale mai vista (nel 2012 erano il 54 per cento), cioè non corrisponde al tipo elettorale che Trump voleva attrarre. Cruz ha il piglio sermonistico e i big data, ma non è Mike Huckabee, non è un santone della destra religiosa. Quindi? Proabilmente gli evangelici sono andati in massa ai caucus per votare contro Trump.

 


2 febbraio, ore 11.15

 

Quale partito beneficia davvero, nelle urne, dai nuovi flussi migratori? I Democratici o i Repubblicani? Sul Wall Street Journal, mappa dei collegi elettorali alla mano, Josh Zumbrun cerca di dare la risposta, sfatando più di un luogo comune.

 


Ci meritiamo la politica degli spettinati

 

Rusty Reno, direttore di First Things, è un tipo controculturale, ma non nel senso di Bernie. Non c'è una tazza di tè più lontana dai gusti del New York Times, al quale va il merito di aver pubblicato uno degli op-ed più interessanti a proposito delle cause profonde della fortuna del trumpsandersismo. In a nutshell: l'élite si è persa la classe media bianca. Non è soltanto una questione di impoverimento, sperequazione o ci-avete-rubato-il-futuro, è questione di non aver fornito un'ipotesi di vita plausibile al gruppo che costituisce l'ossatura dell'America, e che è finito fuori strada. Sul lato destro ha incontrato Donlad Trump, che promette di fare l'America di nuovo grande e di battere chiunque, dalla Cina alla politica cialtrona di Washington; sul lato sinitro è incappata in Bernie Sanders, che vuole la rivoluzione del sistema che lo ha fatto sbandare. Nella notte della classe politica le loro teste spettinate sono sembrate stranamente attraenti. "Se questi candidati hanno un'attrattiva è perché negli ultimi decenni le nostre elite politiche, esse stesse quasi intermanete bianche, hanno deciso, per ragioni diverse, che la classe media bianca non ha alcun ruolo da giocare nel futuro multiculturale e globalizzato che immaginano, un futuro che credono di guidare. Questa stagione di primarie mostrerà se hanno ragione oppure no". C'è un aspetto del "declino culturale" della classe media bianca che Reno tocca quasi per inciso e che meriterebbe un approfondimento, ovvero gli effetti collaterali di una cultura orgogliosamente basata su merito e competizione: "Ci complimentiamo con noi stessi per il fatto che un sistema meritocratico sia più aperto ora che cinquant'anni fa. Ed è stato così, ma la risultante cultura dell'ambizione paradossalmente ha eroso la fiducia della middle class". Chi ha spinto la middle class biunca fra le braccia di Trump e Sanders? La middle class bianca.

 


Come siamo arrivati fin qui

 

Se in questo momento tutti i membri della famiglia di Donald Trump sono in giro per l'Iowa a portare ai caucus i voti che gli uomini della campagna credono di avere già virtualmente in tasca, non è per un'improbabile congiunzione di eventi o per le infinite capacità di improvvisazione di quell'istrione con il ciuffo paglierino. E' il frutto di un lavoro di pianificazione iniziato alla fine del 2013, raccontato in questo articolo di Politico Magazine. Quando gli chiedono se davvero sarebbe andato in giro a stringere mani nelle pizzerie dell'Iowa (lui che odia stringere le mani, della pizza odia almeno la crosta e presumibilmente odia l'Iowa) ha risposto: "It’s really about the power of the mass audience”.

 

 


Il pendolo di Trump

 

Oggi in Iowa partono le primarie che porteranno all'elezione del nuovo presidente americano. Tra i repubblicani avanza Trump, fino a pochi mesi fa sottovalutato da tutti. E se succedesse quello che non può succedere? C’è quasi un precedente: l’elezione dell’improbabile “Buzz”

 

 

 


 

La decomposizione del Gop

 

 

Establishment contro popolo, intellettuali contro politici, tutti contro il “terzo partito” post ideologico di Trump. Indagine sulle cause della grande guerra fra repubblicani

 

 

 


 

Se c’è lei, io non vengo. L’ultimo dissidio di Trump con la star di Fox News

 

 

Megyn Kelly, la faida tra conservatori e gli zombie

 

 


 

L’obliqua guerra fra Hillary e Bernie per l’eredità di Obama

 

La Clinton insiste sulla continuità, ma il vento spinge il “cambiamento” di Sanders. Il baco nella “Obama theory”

 

 

 


 

Primarie americane, i calcoli del magnate Bloomberg e gli anticorpi del sistema

 

Il fondo di verità dietro la leggenda del terzo candidato che arriva sul cavallo bianco per correggere le perversioni del bipolarismo statunitense

 

 

 


 

L’incubo di un altro 2008 spinge Hillary a cambiare strategia

 

La frontrunner voleva vincere la candidatura con una guerra lampo in Iowa, ma la crescita di Sanders apre una partita lunga

 

 


 

Asimmetrie Usa: a destra apocalisse, a sinistra dibattito adulto

 

 

I grandi giornali di ispirazione liberal, capeggiati dal New York Times, danno un'immagine "particolare" dello scontro tra repubblicani e democratici

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