Passeggiando così, alla Galleria d’arte moderna

Percorsi più facili e non più obbligati. Incontro con la nuova direttrice, Cristiana Collu. “L’idea di venire a Roma con un progetto pronto era come se mi pregiudicasse la potenzialità che questo luogo invece esprime”.  Reinterpretata la collezione del museo, che è tornato a essere un luogo di scoperta, sempre più disposto al nuovo, alla ricerca.
Passeggiando così, alla Galleria d’arte moderna

Cristiana Collu

"The time is out of joint”, “il nostro tempo è fuori squadra”, fa dire Shakespeare al suo Amleto dopo aver parlato con lo spirito del padre. E subito dopo aggiunge: “O cursèd spite that ever I was born to set it right”, “Una maledetta iattura, che io sia nato per rimetterlo in sesto”, evidenziando così la caratteristica di un eroe che ristabilisce l’ordine del tempo, restituendo alle meccaniche celesti la loro giusta rotta, disturbata dalla percezione degli equinozi. Cristiana Collu si è affidata proprio al tempo, e alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma – di cui è la nuova direttrice – ha deciso di portarci il suo, ma rimanendo ben salda sul presente, “perché quest’ultimo richiede attenzione, ascolto, cura e consapevolezza”, come ribadisce quando la incontriamo nel suo ufficio all’ultimo piano dell’edificio realizzato da Cesare Bazzani più di un secolo fa, tra i Parioli e Villa Borghese. Quello che ne è venuto fuori è uno sconvolgimento in positivo del museo stesso che così si stacca dalla cronaca e dall’attualità per poter dire, finalmente, qualcosa d’altro che non è stato mai detto prima e che sicuramente fa la differenza.

 

Un discorso sull’idea di durata e persistenza che raggiunge il suo culmine con un grande progetto, “Time is Out of Joint”, appunto, il titolo di una mostra che prende in prestito quella citazione shakespeariana e che durerà un anno e mezzo, fino al 15 aprile del 2018. “La seconda parte della frase non c’è, ma la cito nel lavoro che faccio”, ci spiega la Collu, una donna timida ma determinata, molto preparata e piena di energia, decisamente cool anche nel look scelto per il nostro incontro: tuta, sneakers di tendenza, piumino, occhiali e collana multicolor. “Ho voluto sì rimetterlo in sesto, ma creando un nuovo ordine, mettendo le cose a posto ma non nella situazione precedente”, aggiunge. “Cerco sempre un posto originario come uno stato nascente, un luogo primordiale, una sensibilità che pensa a un ordine che sta prima delle leggi. Ho sentito una sorta di urgenza e quello che ho fatto è la traduzione di questa urgenza”.

 



 

Nata a Cagliari quarantasei anni fa e già con un lungo percorso da archeologa e da storica dell’arte alle spalle, la più giovane direttrice di un museo italiano (il Man di Nuoro, che ha diretto dal 1997 al 2011), dopo tre anni passati al Mart di Rovereto, con sua madre e sua figlia Sofia al seguito, e le successive dimissioni (“per ragioni che ho cercato di spiegare e che andavano al di là di ogni discorso di dissenso, espresso dicendo che non avrei lavorato lì e che non avevo un’alternativa”), è tornata per qualche mese in Sardegna prima della “chiamata” romana. “Tutti i miei amici mi dicevano che ero una pazza a tornare a casa, invece è stato un periodo di grande rigenerazione. Sono molto primitiva, e il mio primordiale ha a che fare con la mia terra e con le mie origini”.

 

E’ pertanto rimasta in Barbagia senza mai pensare di dover andare via fino al gennaio di quest’anno, quando la telefonata del ministro Franceschini le ha cambiato, ancora una volta, la vita (“ero sotto un albero, in aperta campagna, e il cellulare prendeva poco e male”), ma ha deciso di accettare la sfida e di rimettersi in gioco. “Tutte le esperienze lavorative che ho fatto sono state molto importanti, perché mi hanno aiutato a posizionarmi rispetto alla mia responsabilità”, dice al Foglio. “Ho deciso di accettare di venire a Roma senza alcun tipo d’idea o preconcetto pur essendo quella che gli altri definiscono una manager: sono venuta qui senza una strategia, senza alcuna idea su cosa potessi o dovessi fare, ma non la ritengo una posizione da perdente, bensì un vantaggio”. “L’idea di venire con qualcosa di già pronto – aggiunge – era come se mi pregiudicasse la potenzialità che questo luogo invece esprime. Mi assumo un rischio, ho voluto farlo”, precisa più di una volta, “sembra che sia senza un progetto, ma in realtà esiste e si plasma quando entro in contatto con questo luogo”. Grazie a lei, si è passati dalla Gnam a “La Galleria nazionale” con un nuovo logo (ideato dall’italiana Designwork) dove l’affermazione identifica chiaramente l’istituzione museale, dichiarandone con decisione la specificità e semplicità, senza dimenticare di esaltarne la soggettività. La Collu ha concepito “La Galleria” come una passeggiata da intraprendere senza avere un percorso predestinato, permettendo così a quante più persone possibili di avvicinarsi all’arte, all’edificio e alla storia dello stesso. “Per entrare in un museo una persona non deve avere una valigetta con gli strumenti, chi vorrà se li andrà a cercare. Ho molta fiducia nel pubblico che lo visiterà (dal giorno dell’inaugurazione della mostra a oggi, sono quasi ventimila i biglietti staccati, ndr) e nella loro capacità di comprendere. Non si deve capire per forza tutto”.

 

Le critiche, diverse e di vario genere, sono ovviamente arrivate, perché c’è chi – ad esempio – non ha sopportato la mancanza di cartelli per orientare il pubblico come – lo citiamo – “la decontestualizzazione delle opere stesse dalle loro storie e genesi culturale”, non considerando invece la bellezza della nuova Galleria – luminosa più che mai – che è tornata finalmente a essere un luogo di scoperta sempre più predisposto al nuovo, alla ricerca e alla contemplazione, un grande spazio totalmente restaurato (sono stati recuperati più di cinquemila metri quadrati di parquet originario, giardini e nuove sale), aperto al visitatore che ne viene così reso partecipe sin dall’ingresso, o nella sala delle Colonne, l’uno e l’altra ripensati e realizzati dal designer Martí Giuxé assieme al vicino bookshop, ben in evidenza e facilmente fruibile. Un museo dove l’arte, la filosofia, la storia e l’antropologia vanno di pari passo con la tecnologia, fortemente voluta dalla direttrice con un potenziamento del sito, dei social network dedicati, con la creazione di una nuova app e di un blog i cui contenuti andranno ad arricchire “il libro” (guai a chiamarlo catalogo) che sarà realizzato in primavera.

 

“Mi riconosco nel non pensare come gli altri, ma quello che faccio mi corrisponde, sono io”, precisa questa grande outsider, che non ha mai dimenticato l’importante e significativa collezione del museo, ma ha voluto reinterpretarla a modo suo, spostando di sala in sala le tante opere che c’erano prima, accostandole ad altre o togliendole fino ad aggiungerne di nuove, provenienti da musei pubblici come da collezioni private. Il consiglio che vi diamo è quello di avvicinarvi a quello spazio e al suo contenuto senza pregiudizio e aspettativa, lasciandovi semplicemente trasportare dalle opere stesse che sono mezzi di trasporto che ci muovono, che ci commuovono e che ci toccano. “Nel mio lavoro porto sempre quello che sono e non potrei fare diversamente. Ho agito perché ho avvertito un’urgenza, una cosa che dovevo iniziare a fare partendo proprio dall’edificio e dalla sua collezione”. E aggiunge: “Non doveva essere una mostra, ma un allestimento che ha una data di scadenza e a questo bisogna farci caso, perché tra un anno e mezzo il museo ha bisogno di essere ripensato nuovamente e sarà quindi una grande sfida per me, il problema è tenere la stessa quota e mantenere le promesse”.

 

Da sempre contraria a quello che lei chiama “un eccesso indicativo” (“perché fuori dal museo non abbiamo bisogno di tutti questi apparati e invece all’interno è necessario dire tutto?”, si domanda), è riuscita a creare un percorso non cronologico tra cinquecento opere, un invito ad attraversare le sale senza punti di riferimento, un piacevole errare nel museo che dimostra – a chi non lo sa o a chi non se ne vuole rendere conto – che non è un libro di storia dell’arte, ma un dispositivo che fa altro, una dimensione con uno spazio preciso attraversato da persone in movimento che lo abitano temporaneamente proprio come alcune di quelle opere. “Già Bazzani aveva individuato questo luogo e si era messo in collegamento con Villa Borghese, con l’esterno, con il paesaggio antropizzato e con l’essere in un luogo che ha una relazione con l’esterno”, ci spiega. “Essere accolti significa che non mi si chiede nulla e le persone, quando arrivano, sono immediatamente competenti”. I paragoni con Palma Bucarelli, storica direttrice del museo per trent’anni, sono stati in molti a farli, ma lei risponde di non averla mai sentita come una presenza ingombrante. “Le persone sono uniche e irripetibili, nutro un grande rispetto, ma mi sento differente”.

 

Cosa dobbiamo aspettarci, dunque, in futuro da questa donna che ha scelto di non stare al passo con i tempi, ma di segnarlo? Ci guarda per quasi cinque secondi (li abbiamo contati) per poi dire: “Non lo so”. E aggiungere: “Per me è difficile vedermi con uno sguardo retrospettivo. Guardo allo specchietto retrovisore solo quando devo superare… a volte posso fare anche dei sorpassi azzardati, ma nel far ciò non tengo mai conto di aspetti che possano mettermi in pericolo. Quello che è sicuro è che sono sempre molto consapevole e attenta a non mettere in pericolo le istituzioni per le quali lavoro”.

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