Memento Mori

Il generale del Ros deve soccombere. E’ stato assolto due volte ma i pm della Trattativa non cedono e passano alla “character assassination”.

Memento Mori

Mario Mori (in primo piano Claudio Scajola) (foto LaPresse)

Chissà com’era Sofia nel 1961, l’anno delle Universiadi. E chissà se si saranno fatti un’idea i pubblici ministeri di Palermo che si sono spinti in terra bulgara nel tentativo di riacciuffare un processo, quello sulla trattativa fra lo stato e la mafia, che sfugge loro di mano. C’è persino chi ha smesso di chiamarlo processo. Piuttosto “la vostra è un’inquisizione di matrice stalinista”, ha detto una manciata di udienze fa il legale di Mario Mori. Apriti cielo. “Non si permetta, eviti di proseguire su questi toni”, ha replicato un indignato procuratore aggiunto Vittorio Teresi poco prima di offrire un passaggio alla Corte d’assise su una macchina del tempo storico-giudiziaria che riporta tutti indietro fino agli anni Sessanta.

 

Il fatto è che all’avvocato Basilio Milio lo screening a ritroso sulla carriera e la vita del generale Mori sembra un tantino esagerato. Si sconfina dal capitolato di prova del processo perché se Trattativa ci fu questa sarebbe avvenuta dal 1992 in poi. Fino a quando sia proseguita è sempre stato un rebus, ma almeno il paletto della datazione iniziale del presunto e scellerato patto pareva consolidato. Ora i confini si sono liquefatti. Non si sa quando finì e neppure quando iniziò.

 

Il punto è che in questi mesi la procura ha virato con decisione su una nuova (?) ricostruzione: il dialogo segreto con i boss non fu portato avanti solo da Mori per conto di politici e governanti, ma anche dagli uomini dei servizi segreti. C’era una strategia della tensione molto più complessa e complessiva che affondava le radici nella destra eversiva e nella massoneria. Ecco la necessità di scavare nel passato remoto per trovare una nuova prospettiva che superi le picconate delle assoluzioni di Calogero Mannino, in primo grado, e di Mario Mori, in due gradi di giudizio.

 

E no, dice il legale del generale, siamo fuori tempo massimo e poi il processo finirebbe per fondarsi sulla cosiddetta “colpa d’autore”. Così veniva definita nella dottrina tedesca l’idea che un soggetto potesse essere punito non tanto per il fatto commesso, quanto per il suo modo di essere. Molto oltre, dunque, il giudizio sulla personalità di un imputato previsto dal codice penale nostrano. Da qui il richiamo del legale allo stalinismo che il procuratore aggiunto Teresi non ha gradito.

 

Un tempo sul siparietto al bunker dell’Ucciardone si sarebbero sprecati i titoloni. E invece neppure un misero titolino sui giornali. Il disinteresse sul processo è generale. I riflettori, che una volta furono luminosissimi, d’altra parte sono tornati a riaccendersi solo qualche giorno fa. Giusto il tempo di raccontare che Marina Petruzzella, il giudice che ha assolto Mannino, ha minato l’intero impianto accusatorio della Procura. Procura che parallelamente batte altre strade nel tentativo di tenere in piedi la traballante ipotesi che alcuni rappresentanti delle istituzioni attentarono contro lo stato trattando con la mafia prima, durante e dopo la stagione delle stragi. Ora ci aggiungono l’aiutino dei servizi, segreti e naturalmente deviati.

 

A pensarci bene il terreno su cui si muovono i pubblici ministeri è tutto fuorché una novità. E non è solo una questione temporale che, di suo, basterebbe a giustificare le perplessità. Innanzitutto perché il personaggio centrale resta Mario Mori, nonostante sia stato processato e ripetutamente assolto. Anzi, è proprio per questo che bisogna demolire la sua reputazione di pubblico ufficiale per dare ossigeno al processo. Finora è stato giudicato sulle sue presunte mancanze. La mancata perquisizione del covo di Totò Riina, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, la mancata cattura di Nitto Santapaola. Alla fine ciò che sono mancati sono stati i reati. Lo hanno sempre assolto. E ora che, secondo la Petruzzella, è venuto a mancare pure il suo ruolo nella Trattativa le indagini puntano a cercare qualcos’altro.

 

Secondo i pm, il generale dei carabinieri sporco e cattivo lo sarebbe da sempre. Dunque, da molto prima che in Italia i mafiosi mettessero le bombe. E per dimostrarlo hanno prodotto una serie di documenti in modo da avere manica larga sulle domande da porre in aula al tenente colonnello Massimo Giraudo, già alla guida del reparto eversione dei carabinieri del Ros. Bisogna fare emergere che Mori nella sua carriera ha frequentato persone poco raccomandabili prima di diventare tale pure lui.

 

L’elenco della documentazione si apre con quella “attinente Franco/ Gianfranco Ghiron, in particolare da quella presente nella pratica 535 dell’anno 1962 ad oggetto ‘Ghiron Franco, cittadino italiano in contatto con la locale legazione di Bulgaria’”. Un altro Franco, dopo che per anni le cronache giudiziarie hanno dovuto dare conto del fantomatico personaggio inventato, fino a prova contraria e la prova non è arrivata, da Massimo Ciancimino che ha popolato i suoi verbali del personaggio misterioso. E ancora ci sono i documenti relativi a “Ghiron Franco. Universiadi 1961 Sofia”, per proseguire con gli incarichi di Mori al Sid, il Servizio informazioni difesa, dal 1971 al 1975. Il documento più fresco è la “trascrizione dell’audizione del generale Maletti da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (datata 3 marzo 1997)”. Tutto ciò fa nascere la sensazione che, a questo punto della storia, l’obiettivo non sia cercare prove, ma generare uno stato confusionale. Le assoluzioni, quelle decise da altri giudici, passano in secondo piano. Bisogna tenere Mario Mori sospeso in eterno. Offrire un punto di vista agli osservatori esterni senza contare i colpi mortali che Mori ha inferto al terrorismo prima e alla mafia poi. Il generale resterà per sempre nel limbo, a metà strada fra chi difende il paese, anche sporcandosi le mani nel fango e nel sangue, e chi lo tradisce sedendosi a tavolino con il nemico.

 

La Trattativa si dilata e arriva fino agli anni Settanta. Fino a suonare la musica, che piace molto a una certa antimafia, dei rapporti tra Mario Mori, Licio Gelli e i terroristi neri. Se ne cominciò a parlare un paio di anni fa quando le indagini sulla trattativa stato-mafia imboccarono una pista nera, anzi nerissima. Compito arduo fare una sintesi dei tredici faldoni che sono entrati a fare parte del processo. Migliaia e migliaia di pagine. Nel 2014 Mauro Venturi, che nel 1971 era un ufficiale del Sid, i vecchi servizi segreti militari da cui Mori fu allontanato nel 1975, fu interrogato dai pm palermitani. Raccontò dei rapporti intrattenuti dall’allora capitano Mori con una “fonte fiduciaria”. Ed ecco il primo tassello. Perché la fonte era Alberto Ghiron, fratello di Giorgio, il depositario di parte dei segreti economici di Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo che avrebbe avviato la Trattativa ricevendo Mori e il capitano Giuseppe De Donno nella sua casa romana. Gianfranco Ghiron era uno “della Destra più nera” e Mori era “nero quanto lui”. Venturi riferì dei tentativi di Mori di convincerlo a iscriversi alla P2, “una loggia massonica diversa dalle altre”. Non era la prima volta che Gianfranco Ghiron, ormai deceduto come il fratello, si presentava davanti all’autorità giudiziaria. Gli era già capitato nel 1975 quando fu convocato dal giudice istruttore di Brescia che stava indagando sull’estremismo di destra. Un anno prima, il 28 maggio 1974, una bomba piazzata dentro un cestino della spazzatura era esplosa in piazza della Loggia provocando otto morti mentre era in corso una manifestazione sindacale contro il terrorismo neofascista. Ghiron allora fece delle ammissioni. Tirò in ballo Amedeo Vecchiotti, nome in codice “Piero”, un estremista di destra finito in carcere. Fu la fonte Piero nel 1974 ad avvertire Ghiron che Licio Gelli stava per squagliarsela prima in Francia e poi in Argentina. Qualcuno lo aveva messo in preallarme: per il maestro venerabile era pronto un mandato di cattura. Ghiron avrebbe dovuto comunicare la faccenda al “dottor Amici”. I pm di Palermo ritengono che si tratti del nome in codice con cui il Sid aveva arruolato Mori. A dire il vero ne sono certi in virtù di una patente assegnata dai servizi segreti a Mori sotto la falsa identità di “Giancarlo Amici”. Secondo Piero, era necessario avvertire Mori per capire se la partenza di Gelli potesse danneggiare “mister Vito”, individuato in Vito Miceli, allora capo del Sid, in modo da decidere se bloccare o meno la partenza.

 

Un ventennio dopo, nel luglio del 1992, quando secondo l’accusa la Trattativa è in pieno svolgimento, Vincenzo Scotti lascia il ministero degli Interni del governo di Giuliano Amato per piazzarsi agli Esteri. Gli subentra Nicola Mancino. Giovanni Conso, l’uomo che firmò la revoca dei 41 bis, va alla Giustizia al posto di Claudio Martelli, costretto successivamente alle dimissioni perché coinvolto nelle indagini sul conto Protezione, la cassaforte delle tangenti socialiste gestita da Gelli. Ci siamo, è ora che la pubblica accusa riconosce i segni tangibili della Trattativa che sarebbe poi ripresa con il papello, le richieste di Totò Riina ai politici per fermare le bombe.

 

Su queste vicende si è indagato per anni. Di nuovo c’è il tentativo di incastonarle nella Trattativa. I confini delle indagini si dilatano. Si guarda al passato remoto, quando sulla ricostruzione dei fatti temporalmente più vicini pesano, a sfavore della Procura, le decisioni del Tribunale e della Corte d’appello che hanno assolto Mori e del giudice che ha scagionato Mannino.
Al secondo tentativo i pm ci sono riusciti. Hanno portato nel processo ciò che era stato escluso nell’appello Mori. Allora la documentazione era stata trasmessa al procuratore generale Roberto Scarpinato che provò a fare riaprire l’istruttoria dibattimentale. I giudici decisero di porre un argine di fronte a prove considerate irrilevanti.

 

Nuovo non è neppure il nome di Giraudo, chiamato in aula a fare da guida nella stagione buia che ha preceduto la Trattativa. Di lui si parlava già nel processo di primo grado che si concluse con l’assoluzione di Mori e Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Lo misero a confronto con Sergio De Caprio, il capitano Ultimo che ammanettò Totò Riina. Giraudo lo incalzava. Gli ricordava di quando arrivò ai ferri corti con Mori, nel 1995-1996, perché il generale non voleva dargli gli uomini sufficienti per stanare Provenzano. Come faceva ad avere dimenticato “l’astio e la rabbia” che provava per Mori? “Quello che dici è falso”, tagliò corto De Caprio. Che aveva pure una spiegazione: “Tu mi hai visto sempre sporco. Non hai mai avuto rapporto con me se non raramente e sempre per chiedere promozioni. Volevi che intercedessi. Mori mi ha sempre dato gli uomini, non c’è dubbio su questo".

 

Era ancora il processo di primo grado. In appello, per tentare di vincere, Scarpinato provò a smarcarsi da tutto e tutti. Cominciò con il “no grazie” rivolto ad Antonino Di Matteo che tentò di farsi applicare al processo. Poi, arrivò il colpo di teatro: sganciare il processo a Mori da quello sulla Trattativa divenuta una zavorra, specie dopo che, nel frattempo, era caduto un altro pezzo della tesi trattativista con l’assoluzione di Mannino. E così Mori e Obinu divennero i favoreggiatori di Provenzano, considerato non il successore di Riina alla guida di Cosa nostra, ma un criminale come tanti. Niente più contestazione dell’aggravante di mafia. La carriera di Mori, sosteneva Scarpinato, sarebbe stata caratterizzata da una “deviazione costante dai doveri istituzionali e dalle procedure legali” volta ad assecondare inconfessabili interessi extra istituzionali. Del generale disse che era un “soggetto dalla doppia personalità e dalla natura anfibia”. Un giudizio durissimo sulla personalità dell’imputato espresso nel tentativo di controbilanciare la mancata evidenza delle prove, sulla scia di quella che gli anglosassoni definiscono “character assassination”, e cioè la demolizione della reputazione pubblica di Mori. Non è l’unica analogia fra quel processo e quello in corso in Corte d’assise. Perché le mosse dei pm della Trattativa affondano in quei “Sistemi criminali” teorizzati da Scarpinato. Quell’inchiesta era il contenitore di tutto e di nulla dentro il quale si muovevano e fortificavano la loro immagine l’allora procuratore aggiunto e il sostituto Antonio Ingroia. L’ipotesi era che dal 1991 al 1993 Cosa nostra, la massoneria deviata, la ’ndrangheta e l’estrema destra avessero contribuito alla strategia della tensione. Mentre la mafia piazzava le bombe in giro per l’Italia qualcuno sottotraccia portava avanti un progetto politico separatista, poi abbandonato per fare confluire l’appoggio su Forza Italia. L’inchiesta si chiuse con l’archiviazione su richiesta dello stesso Scarpinato. L’elenco degli indagati si apriva allora con “Gelli Licio, nato a Pistoia il 21.4.1919”. Il venerabile Gelli di cui si torna a parlare nella Trattativa.

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