Il falsario burlone

Con il suo talento fece impazzire tanti soloni dell’arte. Vent’anni fa il giallo della morte. Eric Hebborn nei ricordi di un amico pittore. “La definizione di falsario è decisamente insufficiente a descrivere Eric. Lui non era un falsario, era un interprete. Un interprete magistrale. Infatti, quando creava le opere a sua firma non raggiungeva quel livello di divina leggerezza".
Il falsario burlone

Eric Hebborn, il falsario di maggiore successo del secondo Novecento. Aveva 69 anni quando lo trovarono a terra, privo di conoscenza, la notte tra l’8 e il 9 gennaio 1996 in piazza Trilussa, a Roma

E’ morto vent’anni e un pugno di mesi fa. Alle 7.40 del 10 gennaio 1996 era sopraggiunta la crisi respiratoria che lo aveva stroncato. Aveva 69 anni e nella notte tra l’8 e il 9 gennaio lo avevano trovato privo di conoscenza a pochi passi dal monumento a Trilussa nella piazza omonima di Trastevere. Aveva piovuto quella notte, uno di quei violenti acquazzoni invernali che smentiscono il luogo comune che a Roma ci sia sempre bel tempo, e i suoi capelli bagnati, a quanto pare, avevano nascosto che avesse la testa fracassata; lì per lì i soccorritori avevano creduto fosse un ubriacone. Considerando quanto era grande e grosso, con tanto di imponente barba quadrata che lo faceva assomigliare a una via di mezzo tra Falstaff e il capitano Haddock di Tintin (anche se la sua barba era rossiccia e non nera), la caduta non doveva essere stata delle più lievi. Nessuno aveva riconosciuto in un quell’omone quello che era senza alcun dubbio il falsario più di successo della seconda parte del Novecento, l’uomo che aveva riempito di suoi Leonardo, Pontormo, Pisanello, Van Dyck, Michelangelo e tanti altri i principali musei e le più importanti case d’aste del mondo: Eric Hebborn.

 

Su Hebborn è stato scritto parecchio perché la sua morte avvolta dal mistero, ai tempi aveva fatto discutere parecchio: il procuratore della Repubblica Giancarlo Amato aveva aperto un fascicolo contro ignoti sospettando che l’artista inglese potesse essere rimasto vittima di un’aggressione, ma sei mesi più tardi il procuratore aggiunto Italo Ormanni aveva archiviato il caso decretando la morte per cause naturali. Tutti gli articoli però, più o meno riportano ciò che è maggiormente noto di Hebborn: la sua diabolica abilità nel riprodurrre lo stile dei grandi maestri e il fatto che i suoi disegni hanno fatto prendere non pochi abbagli ad autorevolissimi soloni del mondo dell’arte. A me però interessava conoscere il suo volto privato e così sono andato a Tarquinia a trovare uno dei suoi più cari amici, che è anche uno dei più noti pittori che vivono nel nostro paese: Alessandro Kokocinski.

 

“Non mi ha mai convinto la tesi della morte accidentale di Eric. E’ stato un poderoso bevitore per si può dire tutta la sua vita e ha sempre retto bene quantità impressionanti di alcol; sicuramente la notte fatale aveva bevuto, ma sarebbe piuttosto strano che avesse perduto così tanto il controllo da cadere per terra e battere la testa in modo mortale. Una coincidenza sospetta, soprattutto perché una settimana prima Eric mi aveva detto di essere molto preoccupato per tutto quello che si era scatenato a seguito della pubblicazione dei suoi due libri. Non mi ha detto di più perché non amava particolarmente parlare di queste cose, ma era indubbio che fosse preoccupato”. Come altrettanto indubbio è che la morte di Eric abbia consentito a un bel po’ di gente importante del mondo dell’arte: antiquari, mercanti al massimo livello, case d’aste internazionali e curatori di museo, di trarsi da una situazione estremamente imbarazzante.  “Come quella volta”, ricorda Kokocinski, “che durante un dibattito televisivo Eric aveva spiegato come avesse realizzato il Piranesi della Galleria nazionale di Copenhagen, mentre il direttore della galleria, che era presente e – sia detto per inciso, di cui lui non aveva una grande stima – si sbracciava a sostenere che non era possibile”.
Che Hebborn avesse un talento fuori misura nel rifare i grandi maestri è indiscutibile, ma perché uno con un talento così era finito a fare il falsario?

 

“La definizione di falsario è decisamente insufficiente a descrivere Eric. Lui non era un falsario, era un interprete. Un interprete magistrale. Infatti, quando creava le opere a sua firma non raggiungeva quel livello di divina leggerezza. Però, per rispondere più precisamente alla domanda, non credo abbia mai spacciato un suo disegno per l’opera di qualcun altro. Lui si limitava a vellicare l’ego di antiquari e mercanti d’arte – categorie per le quali nutriva scarsa considerazione, poiché le riteneva in gran parte composte da cialtroni avidi di potere che non avevano alcuna reale cultura, né conoscenza di ciò di cui si occupavano – sottoponendo loro dei suoi disegni dicendo: ‘Guarda che cos’ho trovato. Secondo te di chi potrebbe essere?’. Il resto lo facevano loro, sparando delle attribuzioni e poi immettendo nel circuito ufficiale i disegni che a quel punto avevano una verginità garantità dalla loro autorevolezza. Naturalmente il fenomeno delle attribuzioni allegre non riguardava solo i disegni di Eric; una volta, negli anni Ottanta, il mio amico pittore Riccardo Tommasi Ferroni andando a vedere una mostra su Leonardo vi aveva trovato un suo disegno che un illustre critico diceva essere senza dubbio opera del genio di Vinci. Insomma, il sistema funzionava perché intorno all’arte girava, e gira ancora, un sacco di gente priva di cultura, tanto tra i venditori quanto tra gli acquirenti. Molte volte – ma ci sono delle eccezioni, va detto – i privati che acquistano un’opera importante vengono uccellati dalla messa in scena, da ciò che Pico Cellini, un grande restauratore di qualche tempo fa, chiamava ‘il tappetino’: la cornice sontuosa del Seicento, il cavalletto extralusso, le moquette alte tre dita, l’atmosfera di luxe calme et volupté dei negozi di antiquariato e insomma tutto l’apparato scenografico che sta intorno all’opera vera e propria. Eric non sopportava tutto questo; detestava la stupidità umana e non sapeva trattenersi dal farsene beffa”. 

 

Quindi Hebborn falsificava i grandi maestri per scherzo? “Sinceramente non credo che si potesse parlare di falsificazione: Eric non riproduceva disegni esistenti, ne creava altri del tutto compatibili con la produzione dell’artista in oggetto. E poteva farlo perché oltre al talento aveva anche una profondissima conoscenza della sua arte e dei suoi strumenti, che spesso si fabbricava da sé rispettando le tecniche tradizionali. Per esempio, con gli aculei dell’istrice appuntiti si fabbricava delle magnifiche penne, perfette per disegnare sulla carta dell’epoca con inchiostri che fabbricava lui stesso utilizzando bacche o altre sostanze naturali. Eric aveva imparato il mestiere e a conoscere i materiali in una bottega di restauro mentre ancora frequentava la Royal Academy. Se a questo aggiungiamo che ogni suo disegno si inseriva perfettamente nel percorso artistico e biografico dell’artista, di cui indagava anche i dettagli prima di mettersi al lavoro, ecco che allora i suoi disegni alla maniera di Michelangelo o di Leonardo erano qualcosa di molto più che semplici falsi. Erano disegni virtualmente autentici, infatti ci caddero in molti”.

 

Ma Eric si era arricchito con la sua attività di, per così dire, interprete? “Niente affatto. Eric era un bon vivant molto generoso e dalle mani bucate: gli piacevano le cose belle e i piaceri che la vita poteva offrire, per cui non si faceva mancare niente; per venticinque anni aveva vissuto come una specie di marajà insieme al suo compagno Edgar Alegre – un ballerino filippino, che lavorava nella compagnia di ‘Jesus Christ Superstar’ – per cui aveva spesso necessità di guadagnare del denaro, ma i suoi proventi non venivano che in minima parte dalle sue ‘interpretazioni’; la quasi totalità dei suoi denari veniva dall’attività di ritrattista, sia come pittore che, soprattutto, come scultore in bronzo, per cui aveva una buona quotazione”.
Insomma, si può dire che Hebborn fosse una specie di monello dell’arte.

 

“Esattamente. Era un briccone che si divertiva a farsi beffe dell’altrui mediocrità e soprattutto dell’arroganza. Conoscendo la sua storia personale forse ce lo si può spiegare: Eric aveva avuto un’infanzia e una gioventù molto difficili: un rapporto con una madre anaffettiva e poi anni di permanenza in collegi inglesi, gestiti con il sadismo di cui solo oltremanica si era capaci. Ciò lo aveva reso un ragazzo ribelle, intollerante all’autorità stupida. E questo tratto di ribellismo è stato una costante di tutta la sua vita professionale, fin dai tempi della Pannini Galleries, la società che aveva fondato a Londra con un suo compagno di studi dopo il diploma alla Royal Academy, che riforniva la Colnaghi – famosa azienda antiquaria di Bond Street – uno dei principali centri di diffusione di arte rinascimentale sul mercato inglese, che in realtà aveva diffuso un gran numero di Hebborn autentici. E poi, ovviamente, le solite Sotheby’s e Christie’s”.

 

Quindi è stato attraverso la Pannini che i disegni di Eric sono entrati nei principali musei del mondo? “Sì, ma non solo. Un ruolo altrettanto, e forse ancor più importante, nel successo di Eric lo ha svolto Sir Anthony Blunt, negli anni Cinquanta il padre padrone dell’arte in Inghilterra. Per anni è stato il curatore delle raccolte d’arte reali e un suo avallo sull’autenticità di un’opera era da considerarsi articolo di fede. Poi, anni dopo, venne fuori che era implicatissimo nell’affare Philby, quella storiaccia per cui un gruppo di intellettuali e rampolli dell’upper class britannica passava segreti relativi alla bomba atomica all’Unione sovietica. Comunque, finché è durato, il loro rapporto ha spalancato a Eric tutte le porte dei vari santuari dell’arte: collezioni private prestigiosissime, musei, case d’aste internazionali”.

 

Poi però negli anni Sessanta la Pannini è stata trasferita in Italia. “Esattamente. Eric era irresistibilmente attratto dall’Italia, il che considerando quel che disegnava era più che comprensibile. E venne a vivere ad Anticoli Corrado, un bel paesino a metà tra Tivoli e Subiaco. Con la classe ereditata dal suo popolo, che anche in viaggio non rinunciava allo stile, affittò la Villa San Filippo insieme a Fausto Pirandello, figlio del grande commediografo e pittore di una certa fama. Ed è ad Anticoli Corrado che l’ho conosciuto nei primi anni Settanta. Ad Anticoli sono legati i miei ricordi più belli di e con Eric. Per una strana magia in quel piccolo villaggio già durante la guerra si era creato un cenacolo di artisti formidabile: Moravia, Morante, Pirandello, Cavalli, pittori, scultori, letterati. Ogni giorno era una continua scoperta anche, ma non solo, dal punto di vista professionale. Quando sono arrivato là in mezzo ero un analfabeta artistico e piano piano ho imparato tutto. Eric mi ha insegnato la tecnica dell’incisione su rame, tanto per dirne una. Era un continuum senza interruzione tra arte e vita. Si rideva molto, moltissimo. Una delle cose che ricordo con più allegria era la pausa per il tè, che Eric, da buon inglese, rispettava religiosamente, solo che reinterpretava anche quella. Alla villa San Filippo abitava una femmina di mastino napoletano molto simpatica e mentre lui – e noi con lui – prendevamo il tè, lei emetteva dei suoni, dei piccoli rantoli, dei grugniti, dei guaiti che, secondo Eric, significavano che stava declamando Shakespeare e infatti lui traduceva all’impronta. Era un appuntamento irrinunciabile”.

 

Negli ultimi anni della sua vita Hebborn aveva alzato il livello delle sue burle, con due estremi sberleffi alla categoria dei mercanti d’arte, mandando alle stampe nel 1991 in Inghilterra la sua autobiografia: “Troppo bello per essere vero” (in originale e con ben maggior lungimiranza “Drawn to trouble”), in cui spiega per filo e per segno quali musei esponessero a più alto nome i suoi disegni e poi, nel 1994, il “Manuale del falsario”, in cui rivelava senza alcun ritegno le tecniche per produrre un falso perfetto. “E da lì sono cominciati i suo guai. O perlomeno così è come la vedo io. Prima oltre Manica e poi nel resto del mondo si era scatenata una vera e propria bufera nel mondo dell’arte, con curatori di musei e di case d’aste internazionali inferociti per essere stati così brutalmente sputtanati. Eric Hebborn, da rispettato ritrattista era diventato nel giro di una notte il babau. Se avessero potuto incenerirlo con una folgore divina lo avrebbero fatto molto volentieri. Ovviamente tutti negarono che i loro disegni fossero di mano di Eric ma poi, molto discretamente, nei successivi mesi molti di essi furono ritirati. Non tutti, per la verità: molti sono ancora esposti”.

 

Ora, sarà un caso, ma procurarsi l’autobiografia di Hebborn in italiano è pressoché impossibile, poiché è fuori catalogo da anni e quando ci ho provato scrivendo all’editore non ho neppure ottenuto risposta. Ma anche in inglese non è facile; per riuscirci ho scartabellato tutte le librerie online e ci ho messo tre giorni a trovare una copia usata (e carissima) in un bookshop di Gloucester. Ad ogni modo, è un fatto che Eric è morto perché è stato ricoverato e poi per otto ore nessuno si è occupato di lui, scambiando quello che era un coma da trauma – aveva una frattura della scatola cranica – con il sonno alcolico di un ubriacone. E quando lo hanno operato era già troppo tardi. Per non parlare delle circostanze mai perfettamente chiarite di come è stato trovato. Una ricostruzione dei fatti parla di una persona che era in compagnia di Eric al momento della sua supposta caduta, o subito dopo, che aveva coperto il corpo di Eric con il suo impermeabile, perché quella notte stava piovendo, mentre andava a recuperare l’auto, parcheggiata non lontana, per accompagnarlo all’ospedale; ma quando era tornata Eric non c’era più, perché era stato già portato al pronto soccorso del Nuovo Santa Margherita. E ciò spiega perché nessuno abbia scoperto chi fosse. Quando, realizzata l’entità del problema, fu traferito all’Ospedale San Giacomo, dopo una disperata e probabilmente tardiva operazione spirò per insufficienza respiratoria. Lo riconobbero alla morgue due amici di Anticoli Corrado che il 9 gennaio lo avevano aspettato invano a pranzo.

 

“Ora, è chiaro che io non ho nessuna prova decisiva, se non una serie di indizi, ma è indiscutibile che l’uscita di scena di Eric abbia fatto tirare un respiro si sollievo a un sacco di gente. Mi piace pensare che da dove si trova ora stia ridendo a crepapelle di tutto lo scompiglio provocato. E la cosa ancora più buffa è che ogni tanto mi arrivano delle richieste, soprattutto dagli Stati Uniti, che mi chiedono di autenticare dei disegni di Eric come degli Hebborn doc. La vita è beffarda, no?”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni

    18 Novembre 2016 - 21:09

    Che storia fantastica! Grazie

    Report

    Rispondi

Servizi