Capricci post mortem

Il dito di santa Caterina, il pene di Napoleone. Dal culto delle reliquie sacre al feticismo per quelle profane e la morte come spettacolo: finché guardiamo, significa che siamo vivi. E’ la morte ordinaria a non trovarci più disponibili. Non sappiamo nemmeno dirla senza ricorrere a una discutibile sinonimica: venire meno, scomparire, mancare.
Capricci post mortem

Jacques-Louis David, “Napoleone che attraversa le Alpi”, 1805. La “reliquia napoleonica” e altre storie nel saggio di Antonio Castronuovo “Ossa, cervelli, mummie e capelli” (Quodlibet)

"Noi siamo quello che voi sarete, voi sarete quello che noi siamo”: quando i frati cappuccini posero questa scritta sull’uscio della cripta della chiesa di Santa Maria Immacolata, oggi al civico 27 di via Veneto, Roma centro, la morte aveva sembianze precise. Era fatta di pallore e freddo prima, scheletri e teschi poi. Le ossa di ben quattromila frati cappuccini che da secoli adornano, insieme ad alcune mummie, le pareti delle cinque cappelle sotterranee, sono tutte uguali: reliquie del destino che spetta agli esseri umani e alla divisa della loro mortalità, il corpo. L’esposizione di cadaveri (“Stanno là allineati rinsecchiti e godono della stima di tutti”, scrisse Thomas Mann nella “Montagna incantata”, riferendosi agli ex vivi mummificati che vide, esibiti come cimeli del transeunte, nelle Catacombe dei cappuccini di Palermo, dove Francesco Rosi girò, anni dopo, i primi, inquietanti minuti di “Cadaveri eccellenti” e, oggi, turisti non pellegrini s’ammassano, fotografano, giubilano) così come l’esposizione di ossa, teschi, sangue, organi, capelli che, nei secoli, la chiesa ha curato, peraltro sempre con illuminazione indovinata (mica come certe mostre dove scansare i riflessi dei faretti è impossibile per l’occhio umano), sono state esempi strepitosi e unici di memoria del futuro. A noi, forse i primi della storia dell’umanità ad aver completamente estromesso dal pensiero sull’avvenire la morte, sebbene proprio del futuro essa sia la destinazione ultima e, quindi, più compiuta, quel ricordare come saremo da morti, prima di essere morti, ovvero il senso laico della reliquia religiosa, ha smesso di interrogarci.

 

Il sangue di San Gennaro che si coagula è puro folklore, scampolo e quindi memoria di credenze “medievali” che hanno tenuto in scacco la mente umana, sobillandola contro la ragione: una memoria che non pone questioni, ma scolpisce dati. Lo spettacolo della morte ci trova partecipi solo quando è too close to call – che è poi la condizione peggiore per tracciare il senso di un avvenimento: Bloch ammoniva la storiografia troppo vicina ai fatti, per esempio – caldo, interagente e, soprattutto, quando la morte è colpa dei vivi ed è certamente più assurda e dolorosa, ma pure meno ineffabile, perché la mano umana che l’ha causata è – o potrebbe essere – controllabile. Guardiamo ossessivamente le immagini dei ponti che crollano, degli autobus che investono innocenti, dei newyorchesi che si lanciano delle Twin Towers in fiamme, le lenzuola bianche sulle vittime delle sparatorie, dei crolli, dei terremoti: fintanto che guardiamo, significa che siamo vivi, che a noi non è toccato. E’ la morte ordinaria, che sappiamo attenderci per certo, a non trovarci più disponibili. Non sappiamo nemmeno dirla senza ricorrere a una discutibile sinonimica: venire meno, scomparire, mancare, sono tutti verbi che al morire hanno tolto l’ineluttabilità (ben due serie televisive recenti hanno raccontato i revenant, cioè cari estinti che a un certo punto tornano, in carne e ossa, dimentichi della loro ex fine) e, soprattutto, carnalità, quindi traccia e possibilità di reliquia.

 

Di santa Caterina, compatrona d’Italia e d’Europa, una costola è conservata ad Astenet, in Belgio; un piede nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia; la testa nella basilica di San Domenico a Siena. Con un suo dito, conservato anch’esso a Siena, si procede alla benedizione delle Forze armate e dell’Italia, ancora oggi. Come potrebbe, santa Caterina, così disseminata, rifarsi corpo unico e tornare alla vita? Le reliquie dei santi sono servite – servono ancora – a venerarli, ma pure a dimostrare che sono esistiti: il loro esempio è una eredità cui, ai vivi, spetta l’onere di ricongiungersi e non solo quello, più svogliato, del prendere atto del loro passaggio terreno. La croce di Cristo, di cui ci sono frammenti in tutto il mondo (doveva essere gigantesca!), si venera per esserle, in qualche modo, contigui. Le reliquie anonime, come le ossa dei cappuccini o le mummie dei profani, invece, sono servite più che altro come monito. Ai non fedeli, però, le une e le altre sono apparse o l’affascinante prova del raccordo – se non addirittura del sinolo – di cristianesimo e paganesimo o paccottiglia per fanatici e superstiziosi o, peggio ancora, scorciatoie sul cammino impervio della fede e tradimento della sua condizione essenziale: l’assenza di prove. Insomma, in definitiva, contentini per le masse, i più incapaci sia di credere senza un cenno, un miracolo, un testimone, un ossicino a suffragarli e sia di ammettere che, anche nel credere più virtuoso, la ragione vuole la sua parte. Eppure, incredibilmente, la geografia storica degli illuminati, coloro che anche nell’esse est percipi di Berkley intravedevano una tenda fideista, è proprio una mappa di reliquie. Divertente, no? 

 

”Ciò che il laicismo ha screditato – il rito delle reliquie sacre, siano esse schegge di osso, ampolle di sangue, corpi mummificati o ciocche di capelli – non ha fatto altro che trasmettersi al mondo laico, nel quale circolano teschi, capelli, denti, cuori, cervelli e altri svariati pezzi anatomici di personaggi profani”, scrive Antonio Castronuovo nell’introduzione al suo “Ossa, cervelli, mummie e capelli”, recente nuova uscita di Quodlibet, in cui ha raccolto le avventurose storie, vere o al massimo veritiere, dei venerabili resti di dieci celebrities, decisamente insospettabili di santità. Qualche nome: Napoleone, Beethoven, Mozart, Galileo, Bentham, Einstein.

 

Di contorno, nel libro, si scopre anche come il vasto e variegato mondo del collezionismo abbia nel feticismo per le “reliquie laiche” una delle proprie colonne portanti. Nessuno oggi farebbe carte false per aggiudicarsi le vertebre di Prince, ma i suoi vestiti sì. Non ci aspettiamo il miracolo, ma vogliamo ancora venerare l’accaduto nelle sue forme più tangibili. La capsula di cianuro con cui Göring si suicidò la notte prima che venisse eseguita la sua impiccagione, come decretato dalla sentenza del tribunale di Norimberga, e il colletto macchiato di sangue della camincia di Lincoln sono appartenuti per decenni a John Kingsley Lattimer, di professione urologo e docente alla Columbia University di New York, nonché esperto balistico e intraprendente collezionista che convinse un signore del New Jersey a cedergli, naturalmente dietro lauto pagamento, la “reliquia napoleonica” che si era aggiudicato non molto tempo prima a un’asta. Quel lotto, numerato 117, era il pene di Napoleone: dopo la morte di Lattimer, nel 2007, e una serie di discussioni (alcune finite persino sul New York Times) su quanto fosse o non fosse appropriato che l’organo impudico venisse conservato in un tempio accademico/scientifico, venne collocato alla Squire Urological Clinic di New York, dove però, annota Castronuovo, non è poi così certo che si trovi ancora.

 

Quel che è certo è che quel pene, la cui cortezza la storia non manualistica ha sempre irriso (una specie di rimborso non tanto per le malefatte dell’imperatore, quanto per la sua tracotanza), non è mai tornato in Francia, dove il corpo del suo possessore riposa, intatto, a Les Invalides, la cui monumentale regalità non basterà comunque mai a rendere perdonabile lo sgarbo peggiore riservato dai francesi al loro imperatore: non aver esaudito la sua ultima volontà, che era spedire il suo cuore a Parma, alla sua amata Maria Luisa. I notai francesi, da allora, vengono al mondo con un doppio peccato originale sul groppone, ma assai probabilmente non se ne curano: loro hanno la laïcité. Aggiudicarsi il pene di Napoleone e, prima ancora, tagliarlo, ben lungi da essere state operazioni di sfregio del cadavere, visto e considerato, peraltro, che quella parte dell’imperatore era la meno dotata (in un corpo già poco desiderabile, anche se sormontato da una testa capace di irrorarlo di irresistibile fascino) e che non avrebbe mai e poi mai potuto avere un interesse scientifico, sono stati atti concretamente religiosi.

 

Di quella religione che è il pertugio in cui s’incanala il bisogno di risposte, quando ci si ritiene obbligatoriamente capaci di trovarle, negando Dio anche come sublime, è piena la storia di un altro cadavere eccellente, donato alla scienza dal suo possessore, Jeremy Bentham, il “Newton della filosofia sociale”, padre dell’utilitarismo e del liberalismo segretamente amato da Marx, che indirizzò gaudentemente l’operato umano verso la realizzazione della felicità personale come unico viatico per il coronamento di quella collettiva. Vi lascerò ogni mio bene a patto che voi aboliate la religione dai vostri corsi di studio, propose all’università di Londra, quella University College che aveva contribuito a fondare, nel 1826. Non era un impenitente anticlericale, bensì un convinto sostenitore della necessità di separare stato e chiesa, ragione e fede, scienza e fede. L’Anatomy Act, il provvedimento con cui il governo rendeva legittimo l’uso di cadaveri a fini scientifici, fu promulgato, che ironia, solo l’anno in cui morì. Fino ad allora, Londra e l’Inghilterra furono funestate da un impressionante traffico illecito di organi, scheletri, crani, che dottori legittimamente affamati di anatomia viva, dissezionavano in clandestinità.

 

Bentham voleva essere utile alla comunità scientifica e al mondo intero anche post mortem: il solo modo per farlo era affidare i suoi resti agli studiosi. Spiegò tutto ottimamente nel suo “Autoicona ovvero: impiego del morto a favore del vivente”, dove non omise le ragioni per cui era giusto che il suo corpo venisse imbalsamato ed esposto, affinché tutti potessero comunicare con lui. A differenza del povero Napoleone, fu ascoltato alla lettera. A parte un paio di traversie (la sua testa finì rapita da ragazzetti che l’usarono come palla da rugby e la restituirono solo dopo il pagamento di un riscatto di 10 sterline, cosa che rese necessaria la rimozione della reliquia originale dalla teca espositiva), al corpo di Bentham è stata assicurata, post mortem, una vita sfarzosa e attiva. Per anni ha presenziato alle riunioni del consiglio del College: alcune voci dicono persino che votasse a favore della mozione del giorno, ma solo quando il voto degli altri membri risultava pari. Chiunque voglia, ancora oggi, può visitare la salma e rimanerci a tu per tu. E gli scattanti giovanotti liberal con cravatta regimental da setta dei poeti estinti che vanno a chiacchierare con quel che resta di Bentham, esattamente, in cosa differiscono dai fedeli di padre Pio che si assiepano davanti alla sua salma mummificata a San Giovanni Rotondo? Siamo così certi che solo i secondi chiedano assistenza, protezione e miracoli? E’ il simbolo o l’intenzione a fare il culto? Forse, quei giovanotti e quei pellegrini si assomigliano più di quanto l’astuzia della ragione ci consenta di vedere, più di quanto l’accecante luce della ragione ci consenta di esaminare.

 

Il devoto a padre Pio, però, è meno curioso e spregiudicato delle decine e decine di scienziati che si sono divisi il cervello di Einstein (non è mai stato calcolato il numero esatto di fettine sparse per il mondo di quei 1230 grammi di materia grigia), i capelli di Beethoven (risultati pieni di piombo), il cranio di Mozart alla ricerca dell’origine del genio, convinti che la regola della straordinarietà umana fosse iscritta nel corpo, perché certi che fuori di esso non esistesse nient’altro e che il suo dominio così come le sue doti e virtù fossero fatti naturali, spiegabili, navigabili fino alla fonte. Castronuovo racconta con affetto le avventure toccate in sorte alle spoglie dei grandi maestri e scrive che i loro indagatori non si aspettavano, dal loro studio, un miracolo: lì starebbe la grande differenza con il culto sacro delle reliquie. Forse, però, è una considerazione ingenua. Cosa cercavano, nelle cellule gliali e nei neuroni di Einstein, se non l’epifania della “cosa meravigliosa”? E, una volta che fosse apparsa e loro l’avessero mostrata al mondo, non sarebbero stati latori di quel miracolo e, quindi, miracolosi essi stessi e, in definitiva, divinità? 

 

Finora, la morte di Dio non ha fatto altro che generare suoi imitatori, peraltro piuttosto invadenti. A Milano, fino al primo febbraio, lo Spazio Ventura XV ospiterà la mostra Real Bodies: quattrocento cadaveri plastinati da Gunther Von Hagens, controverso anatomopatologo cha da diversi anni mostra al mondo i corpi umani e animali che ha aperto, ricomposto e conservato in modo che i colori degli organi e delle ossa rimangano fedeli a quando l’organismo è in vita. Inalterati. Bloccati. Persino espressivi. Sebbene tutte le volte che Von Hagens espone ci siano decine e decine di visitatori che accusano malori, le file (in fondo, le stesse file che un tempo, quando l’umanità era sotto l’effetto della religione, s’incantavano davanti alle scapole dei santi) per le sue mostre sono puntualmente chilometriche. Sebbene la morte la chiamiamo scomparsa. Sebbene il 2 novembre sia feriale e Ugo Foscolo e i suoi sepolcri ci suonino di malaugurio e, forse, finiremo seppelliti in un’urna bio che trasformerà le nostre ceneri in un pioppo che, però, non porterà il nostro nome, la sola garanzia di eternità assicurata, da sempre, anche agli analfabeti.

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