Personal stylist

Scelgono gli abiti e curano l’immagine dei loro clienti: sono i nuovi direttori creativi. Vanno forte con le star americane, come Tom Cruise. Nel nostro paese ci sarebbero pure le professionalità all’altezza, ma non gli attori e le celebrity in grado di pagarle a sufficienza.
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Tom Cruise a Shanghai, sul red carpet per la presentazione del sequel di “Jack Reacher”: abito su misura di Isaia, direzione cretiva di Wendi e Nicole Ferreria

Guardi la foto di Tom Cruise su un red carpet di Shanghai nell’abito su misura più costoso di Isaia possa mai realizzare e la prima cosa che ti viene in mente è quanto debba essere dannatamente bravo il suo direttore creativo. Non dev’essere facile convincere una griffe sofisticata e senza macchia a vestire un tipetto che, fra adesione fideistica a Scientology, mogli fuggite con strascichi legali pesanti e gaffe televisive reiterate fra cui un indimenticabile e goffo balletto sul divano di Oprah Winfrey, vanta una delle peggiori immagini personali sul globo terracqueo. Eccezionalmente bravo, certo, e anche “molto gentile”, come dice Gianluca Isaia, suo grande fan a prescindere. Di sicuro, “non molto facile da vestire”. Thomas Cruise Maphoter IV da Syracuse, cinquantaquattro anni, da quasi quaranta sullo schermo e forse sarà per questo che gli hanno affidato il ruolo di Matusalemme in un biopic in preparazione per la regia di Joachim Roenning, autore dei “Pirati dei Caraibi” serie quarta o quinta, boh tanto sono tutti uguali, puro entertainment, possiede infatti quella che si definisce una fisicità difficile.

 

Nicole Kidman la rese evidente al momento del divorzio, nel 2001: “Finalmente potrò mettermi i tacchi”. Per anni le major e i publicist del marito Tom le avevano impedito di farlo, per non inchiodarlo all’evidenza del suo metro e settanta scarso di altezza, non troppo ben distribuiti sotto quell’adorabile faccino. Paul Newman, che aveva più o meno la sua stessa altezza ma proporzioni apollinee, sullo schermo appariva slanciato come una statua di Prassitele, che è il grande segreto degli attori di cinema, tutti piuttosto bassi ma di grande risultanza davanti all’obiettivo. A un certo punto della propria carriera, verso la fine degli anni Ottanta, già famoso, Cruise compì invece il fatale errore di accettare il ruolo di un barman; alla fine di tutto quel roteare di bottiglie, chiunque aveva capito che qualcosa non funzionava nei rapporti fra l’ampiezza delle spalle e la lunghezza delle braccia.

 

Se le t shirt arrotolate e i maglioni con la manica a raglan sono impietosi, i sarti, però, son lì apposta per nascondere, imbottire e assottigliare, il ritratto di Carlo V di Tiziano è la miglior riprova di quali miracoli siano possibili a uno che sappia che cosa fare di un gessetto, un paio di forbici e un po’ di imbottitura nei punti critici. Per questo, nel completo in lana merinos della serie che Isaia ha ribattezzato “solo 8”, perché da ognuna di queste pezze di filato dalla leggerezza di duecentotrenta grammi al metro è possibile ricavare solo otto abiti, numerati e certificati, Tom Cruise stava proprio “’na bellezza”. La foto promuoveva il sequel di “Jack Reacher”, uno di quegli action movie che piacciono tanto ai maschi. Abilmente promossa sui social, ha fatto il giro del mondo e, per la dura e per nulla pura legge del marketing, Tom Cruise è rinato a desiderabilità vestimentaria. Thanks, Isaia.

 

A questo punto è lecito immaginare che le sorelle Wendi e Nicole Ferreria, artefici dell’operazione, potranno ritoccare verso l’alto i loro già ricchi compensi. Le due stylist, o appunto le due direttore creative, come vengono chiamate adesso queste figure professionali che, oltre a scegliere lo stile e gli abiti, per i loro clienti studiano e approvano l’immagine complessiva, talvolta fino alle campagne pubblicitarie a cui prestano il volto, occupano infatti la diciassettesima posizione nella classifica 2016 delle donne più potenti della moda stilata da “Hollywood Reporter”. Rispetto alle celeberrime Kate Young, Rachel Zoe o Jessica Paster, la donna che cura l’immagine della “ragazza del treno” Emily Blunt, le sorelle Ferreria hanno però scelto una specializzazione. Gli uomini. Si sono fatte un nome qualche anno fa, iniziando a vestire Channing Tatum (“tutto quello che indossa fa tendenza su twitter e Instagram” il loro slogan per il cliente). Quindi, hanno sbaragliato la concorrenza buttando davanti alle telecamere fisse sul tappeto rosso degli Oscar David Oyelowo, finalista per “Selma”, con uno smoking rosso di Dolce&Gabbana. Social impazziti, quasi un milione di retweet, senza contare l’incazzatura dell’attore per la statuetta mancata e, dunque, l’inevitabile ripresa su giornali e social e fine cerimonia. Un azzardo di stile che ha funzionato, visto che Tom Cruise ha contattato le Ferreria poco dopo per il guardaroba del tour di “Mission Impossible-Rogue Nation” e per farsi curare un’immagine parecchio danneggiata dalla vita personale.

 


Wendi e Nicole Ferreria (foto Twitter)


 

Scegliere di affiancare la propria griffe a un Tom Cruise non è scelta facile, anche per la lunghezza della sua vita professionale. Nei prontuari di “celebrity marketing e pr” che ormai iniziano ad affastellarsi su Amazon come un tempo i manuali per aspiranti sarti, elettricisti e idraulici (l’archivio Hoepli ne possiede ancora a centinaia stampati a cavallo fra Otto e Novecento, sono ricchi di stampe e bellissimi e, in caso, li si può trovare sulle bancarelle dell’usato a pochi euro), la parabola del testimonial ideale della moda parte infatti dalla fase uno della novità assoluta (riassumibile nell’esclamazione “e lui chi è”) per toccare il livello della riconoscibilità (“lui l’ho già visto da qualche parte”), dell’esposizione di massa (“è lui è lui”) fino all’inevitabile declino (“oddìo, ancora lui”) o al brusco stop per cause di forza maggiore.

 

Ne è esempio lo scandalo di cocaine-Kate Moss, anno 2005, ormai studiato nei corsi universitari come caso preclaro di “crisis endorsement”, in parole povere di “come-ne-vengo-fuori-dopo-aver-dato-milioni-a-questa-scellerata”, e che infatti ha insegnato a decine di studi legali internazionali a inserire clausole capestro contro comportamenti dannosi per l’immagine del prodotto pubblicizzato da parte del testimonial. La rinascita, comunque, è possibile, sempre Kate Moss insegna, purché l’immagine del Lazzaro di turno continui a incontrare le aspettative del pubblico o, meglio, corrispondere all’immagine che vuole averne. Kate Moss doveva continuare a essere il brutto anatroccolo della porta accanto che diventa prima una star e poi una gran signora, avete certamente presente la pubblicità per il profumo più aspirazionale che esista, Mademoiselle di Chanel, dove l’ex ragazzina ribelle di Croydon indossa un vestito bianco al ginocchio e porta i capelli lisciati di fresco e annodati con garbo. Per Tom Cruise, evidentemente, è stata scelta la stessa strada, quella del signore dalla spiritualità confusa e sulfurea ma dallo stile sicuro e impeccabile al punto di potersi concedere una sprezzatura eccentrica.

 

Non è difficile verificarlo: sui siti di questi stylist, ogni strategia, ogni capo scelto, ogni conquista fatta sono infatti spiegati passo passo, come nelle case history delle agenzie pubblicitarie più quotate con Coca Cola o Ford. D’altronde, le tecniche sono a grandi linee le stesse: “E’ diventata una lady senza sacrificare nulla del suo stile teatrale”, dichiara Brandon Maxwell, artefice dell’immagine contemporanea e raffinatissima di Lady Gaga dopo gli anni delle bistecche drappeggiate di Nicola Formichetti, attuale direttore creativo di Diesel, comunque uno fra i pochissimi, con Fausto Puglisi, in grado di passare dai palcoscenici delle arene alla direzione creativa di storiche maison di moda come Mugler o Ungaro. In Italia, stante la penuria di star di caratura internazionale, dunque dell’attenzione degli stilisti e delle griffe che, se possibile, preferiscono sfruttare un contratto o anche una singola uscita su scala almeno europea e americana, gli stylist bravi o anche eccezionali per cultura, garbo e gusto come Simone Guidarelli, che pure non mancano, lavorano però per riviste, libri, grandi fotografi come Douglas Kirkland, campagne pubblicitarie, talvolta anche per se stessi (lo confesso, guardare lo styling che Guidarelli ha fatto a se stesso ogni mattina è uno dei piaceri della giornata insieme con il primo caffè, e stamattina, ore 7.15, pare lo sia già stato per altre duemiladuecentoventidue persone).

 


Lady Gaga (foto LaPresse)


 

Nel nuovo computo generale del rapporto fra moda e publicity, fra cinema e stile, l’unico metro di misura sono i clic, i retweet, le “instagrammate”, come noi italiani le abbiamo subito imbastardite lessicalmente. Quando, nel 2015, Lady Gaga apparve sul palcoscenico degli Oscar per un tributo in chiave operistica a “The sound of music” abbigliata interamente in bianco, dalla punta dei capelli platino ondulati al lungo abito bianco di Azzedine Alaia ricamato di piume e cristalli, vennero calcolate 214 mila interazioni social al minuto, al termine delle quali Maxwell venne assediato dalle richieste e da una nuova collocazione nella classifica internazionale dei consulenti di immagine di “Hollywood Report”. Nell’elenco compare una sola italiana anzi una romana di origine, Ilaria Urbinati, il cognome vi dirà qualcosa, slogan “I shop for a living, poor me” (in questo business, oltre che competenti, bisogna anche essere spiritosi), in portafoglio clienti del calibro di Bradley Cooper e Will Forte e, a sua volta, un’agenzia che la rappresenta. Ilaria Urbinati ha nulla a che vedere, duole dirlo e pur ammettendo eccezioni come Andreas Mercante, artefice di molti look dei red carpet di Venezia, e di Eleonora Pratelli, con le tante gentili signore e signorine che, fra Roma e Milano, a ogni evento di media importanza che si profili all’orizzonte si attaccano al telefono per ottenere un vestito in prestito per l’attricetta B o la starlettina C, facendo poi penare l’ufficio celebrity per la sua restituzione. “In questo business, l’Italia è rimasta indietro”, ammette Giorgio Barbieri, direttore ufficio stampa, eventi e digital pr di Vivienne Westwood, notoriamente rigidissimo con prestiti e adesioni a cause estetiche incerte. Le professionalità all’altezza, come si scriveva, ci sarebbero pure. Non ci sono però gli attori e le celebrity in grado di pagarle a sufficienza per un impegno che, in alcuni casi, supera quello di un top manager.

 

Prendete il caso di Beyoncé: tutte le sue scelte di stile, dall’acconciatura alla coreografia dei video, sono supervisionate non da uno stylist (per il video di “Lemonade” chiamò Marni Senofonte, che scelse per lei un abito giallo limone di Roberto Cavalli subito diventato leggenda), ma appunto da un direttore creativo, Todd Tourso, ex art director di Warner Bros Records e del magazine “Flaunts”. Sull’ultimo numero di W, Beyoncé ha dichiarato di ritenerlo “uno degli esseri umani più indomiti che abbia mai conosciuto” (negli Stati Uniti non usa dire “persone” ma “human beings” che ha valore affettivo e intellettuale più rilevante). Kanye West, marito di Kim Kardashian, è legato da più di un decennio a Virgil Abloh, dj, designer, architetto; è lui l’“essere umano” di grande eclettismo che rende le banali collezioni di magliette e felpe del rapper eventi degni di nota al punto da indurre Anna Wintour a sfondoni planetari come la definizione di “migrant chic” per la quale è stata sommersa da una valanga di insulti sugli ubiqui, e ormai onnipotenti, social network. “Per figure come queste, sono necessari giri d’affari e visibilità ben diverse da quelle che la maggior parte delle nostre celebrity è in grado di generare”, dice Fabio Andreini , pubblicitario di lungo palmarès che ora assiste Lapo Elkann come direttore creativo esecutivo di Independent Ideas.

 


Beyoncé nel video "Lemonade"


 

Nel mondo del cinema, oltre lo stylist puro e talvolta fin troppo semplice difficilmente si va: spesso le attrici si rivolgono direttamente agli uffici celebrity delle griffe, vedi il caso di Stella Giannetti di Giorgio Armani, che è diventata un punto di riferimento oltreconfine. Anche nell’ambiente della musica, che in Italia sconta una contiguità controversa con il mondo del glamour, o per meglio dire ne resta del tutto separato, stylist e consulenti di immagine con potere di scambio sulle griffe importanti sono tenuti ai margini, e purtroppo si nota. Laura Pausini, che pure lavora con un art director come Axel Egon Sanvoisin, socio dell’immaginifica fabbrica creativa Clonwerk, si gioverebbe molto di un’immagine personale più sofisticata, all’altezza della sua potenza vocale e dell’indubbia presenza scenica. La macchina teatrale di Renato Zero è senza dubbio grandiosa ma ormai troppo classica. L’unico consulente di stile che stia facendosi un nome nel mondo della musica è Gianluca Saitto, stilista-sarto di gusto naturalmente teatrale, che dopo essere diventato il referente di Patty Pravo, sta curando il nuovo look di Loredana Berté. Ha un piccolo atelier a Milano, i suoi soci sono gli stessi Pozzi Chiesa che qualche anno fa hanno comprato lo storico marchio di calzature Fragiacomo. E’ giovane, si farà, come si dice. Nel frattempo, chi può e vuole volare alto apre boutique a Los Angeles.

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