Oui, je suis Bebel

La vita divorata con un sorriso. Attore simbolo della Nouvelle Vague, gran viveur e seduttore impenitente, a 83 anni Belmondo si racconta. “Milles vies valent mieux qu’une” il titolo delle sue memorie. Nel 2001 un malanno vascolare lo ha reso per la prima volta fragile.
Oui, je suis Bebel

Peregrinava lungo i boulevard di Parigi, con la sigaretta perennemente accesa al lato della bocca e l’allure di un Bogart moderno (Jean-Paul Belmondo in “Fino all’ultimo respiro” di Godard, 1960)

E’ da cinquantasei anni che gli chiedono di raccontare la sua vita, di biografie su di lui ne sono state scritte fin troppe, ma mai nessuno è riuscito a restituire appieno il suo incredibile personaggio, a scavare in profondità per arrivare al cuore dell’attore che più di tutti ha rappresentato la Francia della joie de vivre e delle Trentes Glorieuses. Un po’ perché lui, Jean-Paul Belmondo, con i giornalisti aveva smesso di parlare nel 1974, dopo che questi avevano stroncato la sua interpretazione di Stavisky nell’omonimo film di Alain Resnais. Un po’ perché la sue innumerevoli vite, cinematografiche e no, potevano essere raccontate nella loro grandezza e singolarità soltanto da lui medesimo. Ci voleva dunque la sua testimonianza diretta, le sue parole, la sua versione di una vita vissuta a cento all’ora, divorata senza moderazione, senza mai prenderla veramente sul serio, senza mai smarrire quel sorriso malizioso, da viveur e seduttore impenitente, neppure quando nel 2001 un malanno vascolare cerebrale lo aveva reso fragile per la prima volta in 68 anni. Ed è così che l’attore simbolo della Nouvelle Vague francese si è deciso a pubblicare “Milles vies valent mieux qu’une” (Fayard), le sue memorie, intense e nostalgiche, leggere e gioiose, scritte privo di rimpianti e con la stessa libertà con la quale, nei panni di Michel Poiccard in “Fino all’ultimo respiro” (1960), peregrinava lungo i boulevard di Parigi, con la sigaretta perennemente accesa al lato della bocca e l’allure di un Bogart moderno. “Le persone mi dicevano troppe cose che non erano vere. Così ho deciso di dire la mia verità”, ha affermato Bébel. Quel soprannome, che significa “bambino bello”, lo ha accompagnato per tutta la vita, dopo che Philippe de Broca con “L’uomo di Rio” (1963), “L’uomo di Hong Kong” (1965), “Le magnifique” (1973) e “L’incorreggibile” (1975) lo aveva reso l’attore più popolare del cinema francese.

 

Tra le persone che dicevano “troppe cose non vere” c’erano anzitutto i giornalisti, con i quali non si è mai veramente confidato – “non c’è bisogno di esibire la propria vita per fare carriera”, risponde oggi a tono – e ai quali non ha mai perdonato gli articoli pieni di cattiverie e speculazioni sulla sua presunta rivalità con Alain Delon. “La nostra amicizia non si è mai appannata”, dice oggi Bébel. I due divi senza tempo del cinema francese si erano incontrati per la prima volta al momento di firmare il contratto per due piccoli ruoli in “Sois belle et tais-toi” (1958) di Marc Allégret, anche se si erano già incrociati e scrutati nei bar di Saint-Germain-des-Prés, lì dove si ritrovava tutta la Parigi delle belles lettres e dove Belmondo aiutava lo scrittore Antoine Blondin a uscire dai guai, perennemente in stato di ubriachezza e infilato in pirotecniche bagarre (Blondin racconta le sue folli notti parigine, quando faceva la “corrida” tra le macchine e collezionava arresti, nel romanzo autobiografico, “Monsieur Jadis ou l’Ecole du soir). “Ci siamo ritrovati nella stessa stanza ad aspettare a lungo, lui molto calmo, io incontenibile, impaziente. Quanto all’odio che si è cercato di instaurare tra di noi, la stampa è andata troppo lontano. Qualche volta, certamente, eravamo sugli stessi ruoli – Alain doveva fare ‘Lo sciacallo’ (Jean-Pierre Melville, 1963 ndr), che alla fine ho fatto io, ed è stato scritturato per ‘L’eclisse’ (1962) di Antonioni, che mi era stato proposto, e per il progetto ‘Monsieur Klein’ (Joseph Losey, 1976, ndr), al quale ho rinunciato – ma al di là questo, c’era abbastanza spazio per entrambi”. In realtà, ci sono stati anche screzi più profondi, come quando Belmondo si rifiutò di andare all’avant-première di “Borsalino” (1970), dove entrambi erano i protagonisti nei panni di due boss della mala marsigliese, perché Alain Delon aveva messo in primo piano il suo nome come produttore.

 



 

“Gli ho intentato un processo presso il tribunale di commercio, che ho vinto, ma erano soltanto battibecchi da innamorati, eravamo dei grandi amici al cinema. E oggi siamo molto vicini. Quando ho avuto il mio incidente (l’ictus nel 2001, ndr), mi ha offerto la sua assistenza”. E ancora: “Io e lui siamo come il giorno e la notte. Ma fin dai nostri primi passi, portiamo avanti delle carriere in parallelo al cinema: ci siamo fatti conoscere lo stesso anno (Belmondo con ‘Fino all’ultimo respiro’ di Jean-Luc Godard, Alain Delon con ‘Rocco e i suoi fratelli’ di Luchino Visconti, ndr), abbiamo condiviso gli stessi registi, come Jean-Pierre Melville, e abbiamo interpretato personaggi di gangster e/o di uomini solitari”. I rumors sulla loro presunta rivalità, Belmondo ne è certo, continueranno ad alimentare la leggenda e a far scorrere molto inchiostro negli anni a venire. “Ci opporranno fino alla fine delle nostre vite, cercheranno di creare un’inimicizia”, scrive Bébel nella sua autobiografia, ma la realtà, sottolinea, è che “siamo vicini a dispetto della sola vera differenza che è di origini sociali. La sua infanzia è stata tanto triste, solitaria e povera, quanto la mia è stata gioiosa, borghese e piena d’amore”.

 

Del padre, Paul Belmondo, nato ad Algeri quando l’Algeria era ancora francese da padre siciliano e madre piemontese, Bébel ha soltanto bei ricordi: le sue sculture, due delle quali ora si trovano ai giardini delle Tuileries per volere dell’ex ministro della Cultura Jack Lang; le modelle che sfilavano nude nel suo atelier; le domeniche pomeriggio al Louvre a scoprire le immense gallerie del museo, anche se lui, il petit Jean-Paul, preferiva fare il clown, era un “enfant de cirque”. Per Bébel, tuttavia, il padre non ha ottenuto il riconoscimento che si meritava, e di questo si era già lamentato pubblicamente dopo la sua morte nel 1982: “Nonostante fosse stato un grande scultore, decorato con la Legion d’onore, la sua scomparsa ha suscitato rare menzioni”. L’ingiustizia sarà riparata nel 2010, con la creazione di un museo a lui consacrato, alle porte di Parigi.

 

Belmondo, che considerava suo padre un “eroe”, aveva ottimi rapporti con tutta la famiglia: con la madre pittrice, Sarah Rainaud-Richard, che gli diede una “buona educazione”, e con il fratello Alain, oggi produttore cinematografico e direttore del Théâtre des Variétés nella capitale francese. Ma con quest’ultimo si ricorda anche quando alla “communale”, la scuola elementare del comune, si facevano trattare da “rital”, che in argot parigino indica una persona di origine italiane, e che all’epoca possedeva ancora una connotazione peggiorativa. Iniziano lì le prime bagarre, che continueranno poi davanti alla cinepresa, nasce in quel contesto la passione per la boxe, che non lo abbandonerà mai e che ha plasmato il suo viso, con quel naso schiacciato da pugile che è il suo tratto distintivo. Ed è a quell’età, ugualmente, che il suo corpo agile ed elastico inizia a volteggiare liberamente per non fermarsi più, è in quel momento che nasce il cascadeur Belmondo, l’acrobatico attore che sorvola Parigi appeso a un elicottero e a una velocità supersonica balza da un tetto all’altro, come in “Peur sur la ville” (1974) di Henri Verneuil. Fino alla fine degli anni Ottanta, Bébel non ha mai voluto controfigure, neppure nelle scene più pericolose. E in tutti i suoi film, sia quelli autoriali che quelli più commerciali, non ha mai avuto bisogno di concentrarsi, o meglio non ce la faceva, perché era contro la sua natura. “Scherzare, fare lo stupido, era la mia maniera di prepararmi. Durante le riprese di ‘Léon Morin, prete’, Melville mi ha chiesto giustamente di concentrarmi. Una sola volta, per una scena seria. Sono ritornato nel mio camerino. Quando sono venuti a cercarmi, dormivo. Anche Depardieu è così, Alain Delon no. Ognuno ha il suo stile”, racconta.

 

Con l’Italia e il cinema italiano, Jean-Paul Belmondo, non solo per le sue origini, ha avuto sempre un rapporto speciale. Indimenticabile nei panni di Michele ne “La ciociara” (1960) di Vittorio de Sica, accanto a Sophia Loren, e di Amerigo ne “La viaccia” (1961) di Mauro Bolognini, accanto a Claudia Cardinale, indimenticabile la sua travolgente storia d’amore con Laura Antonelli, e altrettanto indimenticabile anche quando scoprì che “brutto” in italiano, come lo avevano definito alcuni giornali al suo esordio nel Belpaese, non aveva lo stesso significato di “brute” in francese, che significa “bruto” e anche “bullo”. Ma il “brutto-affascinante del cinema francese”, che quest’anno alla Mostra di Venezia ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera, non è mai stato un tipo livoroso. Ciò non ha impedito vendette spietate, ironicamente spietate, contro chi aveva sottostimato il suo talento, anche con un certo snobismo. Come contro quel Pierre Dux, professore al Conservatoire national supérieur d’art dramatique, che gli aveva predetto che con quel fisico mai e poi mai avrebbe preso una donna tra le braccia. Dovette presto ricredersi: un giorno Dux incontrò Belmondo sugli Champs Elysées con Ursula Andress, la leggendaria Bond Girl, abbandonata appassionatamente tra le sue braccia. Nel 1970, lo stesso Dux dirigeva la Comédie-Française e per il ruolo di Scapino, protagonista della pièce di Molière “Le furberie di Scapino”, pensò di chiamare proprio Bébel. “La mia vendetta è stata di dirgli: ‘Non, monsieur’”, racconta oggi Belmondo.

 

Il primo a scoprire il talento di Bébel fu Jean-Luc Godard, da critico cinematografico dei Cahiers du Cinéma prima ancora che da regista. Quando uscì “Una strana domenica” di Allégret, Godard scrisse una critica durissima nei confronti della pellicola, ma intravide in Belmondo “il Michel Simon e Jules Berry di domani”. E subito lo chiamò per il suo cortometraggio “Charlotte et son Jules” (1958), dove il jules della situazione, che in argot parigino significa fidanzatino, è interpretato proprio dall’attore parigino. “La cosa più importante è la sfumatura”, dice Belmondo durante il lungo monologo che ritma i 20 minuti di pellicola. E’ soltanto un assaggio di quello che Belmondo e Godard mostreranno due anni dopo in “Fino all’ultimo respiro”, film manifesto del cinema moderno, che garantì a entrambi un posto in eterno nel pantheon della settima arte. L’incontro con il più eversivo dei registi della Nouvelle Vague fu senza dubbio il più importante per la carriera di Belmondo. “Si era avvicinato mentre mi trovavo nella terrazza di un caffé. Aveva gli occhiali neri, un accento strano… non sapevo fosse svizzero. Mi invita a girare una scena a casa sua in una camera. Credevo fosse omosessuale, ma mi ha convinto ad andare con lui. Era per un cortometraggio (‘Charlotte et son Jules’, ndr). Durante le riprese di ‘Fino all’ultimo respiro’ si fermava quando voleva e ciò mandava fuori di senno Beauregard, il produttore.

 



 

Ma faceva il contrario di tutto ciò che avevo visto al cinema. Entravo in una cabina e gli chiedevo: ‘Cosa dico?’. E lui mi rispondeva: ‘Quello che vuoi’. Stessa cosa in un bar. ‘Quello che vuoi’. E nella lunga scena della camera, ho capito che era incredibilmente inventivo”, racconta. Il maestro della Nouvelle Vague lo richiamò l’anno dopo per “La donna è donna”, poi nel 1965 per “Il bandito delle undici”. Il flâneur tardo romantico di “Fino all’ultimo respiro”, antieroe tra la libertà e il nulla che si disloca senza obiettivi nelle strade di Parigi, diventa Ferdinand/Pierrot, un borghese stanco, che decide di cambiare vita radicalmente, lascia il lavoro, la moglie ricca e la famiglia per fuggire con la sua amante, Marianne, e inseguire una speranza di libertà verso il sud. “Ferdinand e Marianne sono l’ultima coppia romantica” disse Godard. Era una Francia gaia, creativa, insolente dinamitarda, ribelle quella degli anni Sessanta, dove “la dolce vita, uno spirito impertinente e le belle ragazze” andavano a braccetto, dice Bébel, lui che di belle ragazze se ne intendeva eccome. Era la Francia di De Gaulle, “il solo uomo politico che mi abbia impressionato”, la Francia che usciva dalla guerra d’Algeria, dove regnava la “spensieratezza e la gioia di aver ritrovato la libertà”, si ricorda l’attore parigino.

 

“Oggi le condizioni sono più dure. Gli attentati, la disoccupazione, la crisi finanziaria, quando il vostro futuro vi preoccupa è più difficile rallegrarsi del presente. Ma bisogna restare ottimisti, godersi la vita”, dice Belmondo. Lui che vorrebbe vedere al più presto “una nuova generazione di politici” alla guida dalla Francia, come Emmanuel Macron. Lui che nonostante gli 83 anni di età ha ancora un sorriso intatto e sincero. Lui, infine, che della morte dice di non avere paura. Anche perché, come ha scritto il critico letterario Yann Moix, “Belmondo ha altro da fare che morire”.

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