L’ironia della messa in posa

Visti a Roma: Gilbert & George, a settant’anni la coppia più irriverente e innovativa dell’arte inglese. “Due sculture ambulanti”, come amano definirsi dal 1969, anno del loro incontro, quando decisero di vivere e lavorare insieme. Un loro film dell’81 alla Festa del cinema. “Volevamo riportare al centro dell’opera sentimenti che l’arte aveva congelato”.
L’ironia della messa in posa

Gilbert & George, “Metalepsy”, 2008 (attualmente esposto al Chiostro del Bramante, a Roma, per la mostra “Love. L’arte contemporanea incontra l’amore”). In basso i due artisti (licensed by Gilbert & G

All’amore e alle sue molteplici forme e manifestazioni è dedicata una mostra speciale, “Love: l’arte contemporanea incontra l’amore”, visitabile fino al 19 febbraio prossimo al Chiostro del Bramante di Roma (catalogo edito da Skira). Dell’amore sono raccontate le diverse sfaccettature e le sue infinite declinazioni attraverso l’arte che – come ci ha spiegato Danilo Eccher, curatore della mostra – “è sempre una grande dichiarazione d’amore”, e anche quando la stessa indossa la maschera severa di una sperimentazione, “non riesce a trattenere il brivido sotterraneo dell’emozione”. “Parlare d’arte, ha aggiunto Eccher, è parlare d’amore, anche quando questo presenta le smorfie orribili della violenza, della sopraffazione e della crudeltà”.

 


 

Un italiano che non parla italiano e un inglese che prova a farlo con quell’inconfondibile accento d’oltremanica che suscita subito simpatia in chi lo ascolta. Due signori ultrasettantenni che non hanno mai perso la gioia di vivere, di conoscere, di sperimentare, come di osare e di incontrare persone, “una piacevole pratica” – come amano definirla – che hanno fatto e che continuano a fare da cinquant’anni nel loro studio a due passi da Liverpool Street, a Londra, nel quartiere di Spitalfields (i primi a scoprirlo e a viverlo) o nei tanti viaggi di lavoro e di piacere in giro per il mondo. Sono Gilbert & George, la coppia più provocatoria, irriverente e innovativa dell’arte inglese, “due sculture ambulanti”, come amano definirsi dal 1969, anno del loro primo incontro, quando decisero di vivere e di lavorare insieme non lasciandosi mai più.

 

All’epoca erano ancora Gilbert Prousch da San Martino in Badia, in Trentino Alto Adige, e George Passmore da Plymouth, splendida cittadina nella contea del Devon, due studenti della prestigiosa St. Martin’s School of Art, il posto giusto dove studiare arte, moda, teatro e design in una città giusta – ieri come oggi – Londra, in Inghilterra, “l’unico paese al mondo che ha coltivato e che continua a coltivare la democrazia e la libertà dell’individuo”, dicono al Foglio. Li abbiamo incontrati a Roma durante l’undicesima Festa del cinema appena conclusasi. Il direttore Antonio Monda è riuscito a far presentare – da Mario Codognato e Alessandra Mammì – un loro film del 1981, “The World of Gilbert & George”, una pellicola persa per molto tempo e ora tornata alla luce grazie all’attento restauro della Cineteca nazionale in collaborazione con Milestone Film.

 

“Lo avevamo visto una sola volta, quando lo realizzammo, poi mai più; è stato quindi un piacere poterlo rivedere di nuovo e ripercorrere quegli anni straordinari”, ci spiegano. “Rifiutavamo il formalismo e pertanto decidemmo di fare di noi stessi il centro della nostra arte cambiando tutto perché eravamo vivi e perché sentivamo il bisogno di riportare al centro dell’opera quei sentimenti che l’arte aveva congelato e allontanato da tempo come i pensieri, le speranze, il sesso, le paure, i sogni, gli amori, gli incubi, i disastri, le profezie, le memorie e persino le lacrime”. Stava nascendo una nuova epoca e loro – e tanti altri artisti di quel giro, ognuno a suo modo indimenticabile – ne furono testimoni creando una nuova poetica fatta di performance, di fotografie e di un linguaggio capace di unire un estremo controllo formale e una grande eleganza a contenuti spesso provocatori, scandalosi ed estremi come escrementi, organi sessuali e fluidi umani accanto a simboli religiosi e a frasi sconvenienti.

 

Quel concentrato di opposti è ben evidenziato anche nel film (che ci auguriamo possa avere presto una distribuzione o un diretto passaggio in dvd), poco più di un’ora in cui il duo di artisti si mostra passando da un eccesso all’altro: li vediamo seduti a tavola mentre condividono il piacere del cibo, ricordando il loro amore per l’arte e per la cultura vittoriana, ma subito dopo sono invece disperati, ubriachi e sfiniti sul pavimento. “Per molto tempo non fummo capiti, ma scherniti in ogni modo e lo stesso dicasi di questo film”, ricorda Gilbert, il meno timido dei due. “A salvarci è stato il credere che un giorno avremmo avuto ragione noi”, aggiunge, “e così è stato”, puntualizza George.

 



 

Incontrarli dal vivo e ascoltarli parlare – il primo con il suo buffo accento italo-tedesco (a quattordici anni lasciò definitivamente le Dolomiti per trasferirsi prima in Austria e poi a Monaco) e il secondo in un impeccabile inglese “oxbridge” – è un’esperienza. Uno inizia la frase, l’altro la completa, uno fa un gesto, l’altro lo segue, da cinquant’anni, “e non smettiamo mai di annoiarci”. Osservando con attenzione questi due “ex ragazzacci” dell’arte inglese, oggi trasformati in due eleganti signori – “ma solo in apparenza”, come ci dicono ridendo – avvolti da completi in tweed perfettamente coordinati nei colori e negli accessori (“sono confezionati da un nostro amico vicino Brick Lane e non a Savile Row”), non possiamo non pensare anche noi che sì, G&G in fondo è come se fossero una cosa sola, visto anche l’uso della firma comune che sancisce l’universalità di un agire.

 

“Due uomini, un solo artista”, come hanno sempre ripetuto negli anni e sono loro stessi a confermarcelo più di una volta anche durante il nostro incontro, al Chiostro del Bramante, nel caffè di quel museo a pochi passi da piazza Navona che ospita la mostra, curata da Danilo Eccher, “Love. L’arte contemporanea incontra l’amore”. In una di quelle stanze troverete, una di fronte all’altra, anche due grandi opere provenienti dalla loro collezione privata e realizzate nel 2008, “Metalepsy” e “Forward”, dove figurano i loro stessi corpi in un intreccio di immagini e in un gioco in cui è impossibile abdicare al grande sogno identitario di arte e vita.

 

“Siamo sempre stati ottimisti, ma mai critici”, precisano. L’arte – ci dicono – deve essere per tutti ed è proprio quella frase che sin dall’inizio del loro sodalizio, che è stato ed è prima di tutto affettivo, sintetizza al meglio la logica che sottende la loro attività artistica. L’obiettivo del loro lavoro è stato infatti, fin da subito, quello di produrre un’arte di forte impatto comunicativo, volta al superamento delle tradizionali barriere tra arte e vita e ad analizzare in profondità la condizione umana. Da sempre sono interessati a riprendere esperienze umane di ogni genere indagando le paure, le ossessioni, e le emozioni che provano gli individui soprattutto quando sono posti davanti a temi forti quali il sesso, la razza, la religione o la politica e in tal senso la loro arte – che scaturisce da un’osservazione meticolosa e psicogeografica del tessuto urbano dell’East End londinese – diventa un’arte “religiosamente profana”, che prende instancabilmente di mira le convenzioni borghesi della società come quelle liberal dei loro colleghi.

 

In Gilbert & George, l’opera d’arte e l’artista coincidono e quell’essere delle sculture viventi, vestite o nude che siano, “è la nostra linfa”, ci confidano, “è il nostro destino, la nostra avventura, il nostro disastro, la nostra vita e la nostra luce”. Parte integrante nella loro visione dell’arte è poi l’allestimento di singole opere (si pensi a quelle ospitate nella nuova Fondation Louis Vuitton a Parigi) o di intere mostre, che in questi anni sono state numerosissime e in tutto il mondo (indimenticabile quelle londinesi: alla Serpentine Gallery nel 2002, “The Dirty World Pictures” e l’enorme retrospettiva alla Tate Modern nel 2007, per il loro quarantennale). L’allestimento è, infatti, una parte integrante dell’opera ed è volto a sconvolgere lo spazio dal punto di vista delle dimensioni come a demolire la sacralità dell’opera stessa.

 

Da sempre amano esprimersi essendo loro i protagonisti di quelle vite che mostrano al pubblico, “come il predicatore fa di fronte al mondo”, dice George, una logica che non hanno mai abbandonato sin da loro primi lavori, negli anni Sessanta, quando si presentavano spesso con la faccia e le mani dipinte d'oro, a sostegno dell’idea che gli artisti dovessero entrare in campo personalmente per ciò che producono. Dopo la performance “Our New Sculture” (1969), in aperta opposizione alla tradizione scultorea anglosassone, seguirono negli anni “The General Jungle or Carrying on Sculpting” (1971), un ciclo di ventitré lavori a carboncino eseguiti a quattro mani su carta intelata di grandi dimensioni – fino a “Cherry Blossom Picture” (1974) – che segnò l’inizio della loro sperimentazione fotografica con una serie di quadrati rossi e neri raffiguranti strade cittadine vuote capaci di generare una sensazione di violenza e di solitudine – e molto altro ancora fino alla recente “The Six Bomb Pictures” (2006), realizzata per i loro quarant’anni e alle centosettantadue opere da loro ultimate prima di questo viaggio in Italia per un progetto che è ancora in via di sviluppo.

 

“Siamo dei pazzi, questo è certo, non abbiamo mai fatto una cosa giusta”, dicono. La cosa di cui vanno più fieri? Ce ne sono state molte, sicuramente, dall’aver sostenuto la Thatcher (“ha trasformato il nostro Paese”) come la Brexit (“L’Europa è troppo frigida, anche se la amiamo, detestiamo la Germania e la Merkel”), dall’amore indiscusso per l’Inghilterra e per la Regina (“non è un’icona gay, mentre lo è suo figlio Charles che non sarà mai re”), e il loro segreto è stato sempre quello di “essere stati vincenti fino alla fine”. La loro più grande vittoria? Nessun dubbio in proposito: “essere stati sempre liberi e la normalità”. “E’ fantastico essere bizzarri, ma solo se si è allo stesso tempo normali, anche perché se tutti fossero bizzarri, essere normali sarebbe terribilmente noioso. Preferiamo essere entrambe le cose insieme – aggiungono – perché siamo sicuri che questo faccia molto bene al cervello”. Detto da loro, e visto il loro percorso, il concetto ha ancora più valore.

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