L’abisso e la fede

“Il Diavolo con i suoi artigli mi ha condotto verso Dio”. Huysmans e la crisi della modernità: Houellebecq, l’autore di “Sottomissione”, lo ha scelto come controcanto per il proprio epitaffio sull’occidente. In libreria la prima traduzione italiana di “L’oblato”.
L’abisso e la fede

Egon Schiele, “Autoritratto”, 1912 (Vienna, Leopold Museum)

Il protagonista di “Sottomissione”, il romanzo di Houellebecq che dipinge un fosco tramonto dell’Europa, è uno studioso di Huysmans. In Francia lo conoscono bene e capiscono subito perché; da noi forse meno. Tutti gli studenti italiani infatti sanno che la voce di Huysmans annuncia il decadentismo incipiente, che “A rebours” è il manifesto dell’estetismo, che Des Essaintes è l’antenato di Dorian Gray; ma finisce lì. Il resto della sua vicenda umana e letteraria è ignoto ai più, e del resto l’editoria nostrana gli ha sempre dedicato ben poca attenzione. L’uscita per i tipi del piccolo e combattivo editore calabrese D’Ettoris del suo ultimo romanzo, “L’oblato”, potrebbe essere allora l’occasione per scoprire l’autore di “A rebours”, e provare a capire perché Houellebecq ha scelto proprio lui come controcanto per il proprio epitaffio sull’occidente.

 

Charles-Marie-George Huysmans nasce a Parigi il 5 febbraio 1848. Nelle sue vene scorre sangue d’artista da entrambi li rami. La madre è musicista, e suo nonno, scultore, ha lavorato all’Arc de Triomphe e alla Colonna Vendôme. Il padre, immigrato dai Paesi Bassi, è litografo e miniaturista; nel suo albero genealogico figurano un pittore di corte di Carlo II d’Inghilterra e un paesaggista, Cornelius, di cui ancor oggi si possono ammirare alcuni quadri al Louvre.

 

Quando il piccolo Charles – cambierà il nome in Joris-Karl più avanti, in omaggio alle origini fiamminghe – ha otto anni, il padre muore. Huysmans nella corrispondenza non lo nominerà mai, però custodirà sempre gelosamente tre suoi dipinti: un autoritratto, un disegno della madre e una copia de “Il monaco” di Francisco de Zurbarán, che stava appeso nella stanza in cui il padre si era spento e sarà su una parete della camera in cui Joris terminerà la sua esistenza. Poco dopo la madre si risposa e ha due figlie: Huysmans le rimprovererà sempre di aver sostituito il padre troppo in fretta e di aver dedicato poi le sue attenzioni alle sorellastre.

 

Se a casa patisce una mancanza d’affetto, le cose non vanno meglio a scuola: ambienti squallidi, cibo pessimo, disciplina severa imposta da inservienti ubriaconi che si divertono a infierire sui ragazzi. “La mia adolescenza è stata fatta di povertà e umiliazioni – farà dire ad André Jayant, sua controfigura nel romanzo ‘In famiglia’ – Con una madre vedova e una povera borsa di studio, non mi azzardavo a lamentarmi quando il cibo era cattivo o trovavo insetti nel vino”. Così, dopo quattro anni di liceo il giovane Joris si impunta e si rifiuta di tornare a scuola. Ottiene di poter seguire lezioni private, e nel giro di un anno – il ragazzo evidentemente è tutt’altro che tonto – ha in tasca il baccalauréat.

 

L’anno seguente riesce a farsi assumere al ministero degli Interni, e contemporaneamente si iscrive a legge. In realtà, più che ai tomi di diritto si darà alla vita scapestrata dello studente, con compagni che fanno delle “Scene della vita di Bohème” di Henri Murger la loro bibbia. Con loro frequenta lo scalcinato Théâtre du Luxembourg, café-chantant della cui soubrette dai capelli rossi s’innamora perdutamente. Si fa passare allora per giornalista, e in capo a una settimana ha fatto colpo sulla ragazza. Anche se la realtà è diversa dalla fantasia: sognava una fata con “rossetto blu e corsetti di seta nera”, si trova una donna non molto diversa da quelle incontrate al bordello, che si veste ordinariamente e lo rimbrotta come ogni compagna. Però “di tanto in tanto mi assicurava di amarmi…”

 

Il che non le impedisce di rimanere incinta di un altro. La bimba viene al mondo una sera d’inverno in una stanza gelata: i due non hanno un soldo né per la legna né per pagare la levatrice, che fortunatamente s’impietosisce e accetta di prestare la sua opera senza compenso. Per qualche tempo, Joris s’impegna a fare il padre della figlia di un altro; ovvero “notti insonni e preoccupazioni infinite, con la stanza che puzza di latte acido e piscio”.

 

Come soubrette e figlia siano uscite dalla vita di Huysmans non è dato sapere. Sappiamo però che sarà l’innominata attricetta a fornirgli lo spunto per il primo romanzo, “Marthe. Histoire d’une fille”. Dove il francese “fille” significa “ragazza” ma anche “prostituta”, il destino cui Marta cerca inutilmente di sfuggire grazie all’amore di Leo, primo alter ego letterario dei molti che Huysmans tratteggerà. Con l’opera d’esordio Charles dà l’addio alle illusioni giovanili: la realtà non è la “Bohème” di Murger. E’ fatta di freddo, di squallore, di stenti, di rapporti governati da crudo interesse e sprezzante cinismo.

 

Stampato in Belgio per sfuggire alla censura francese che vieta di scrivere di prostituzione, una delle poche copie di “Marthe” che riescono a passare la dogana finisce sulla scrivania di Emile Zola, che si entusiasma del giovane talento e lo lancia nel firmamento delle lettere parigine. E’ il 1876. Per qualche anno, Huysmans frequenta regolarmente casa Zola insieme ad altri amici. Il gruppetto si impegna in infuocate polemiche in difesa del maestro e della poetica del naturalismo, mentre i titoli di Huysmans si moltiplicano: “Le sorelle Vautard”, “Zaino in spalla”, “In famiglia” uniscono elementi autobiografici all’esplorazione di un mondo in cui “il peggio è a ogni angolo di strada e le vite si dispiegano senza orizzonte di salvezza – scrive Emmanuel Godo in ‘Huysmans et l’évangile du réel’ – ma non c’è disperazione”. Perché “nei romanzi naturalisti di Huysmans si sente – prosegue – come un appetito, una sete, un entusiasmo perfino, nel modo in cui il romanziere registra la minima traccia della realtà”.

 

Finché, nel 1884, arriva in libreria “A rebours”. “Controcorrente”, titolano per lo più le traduzioni italiane. E che il libro vada contro correnti e abitudini letterarie e culturali del tempo è fuor di dubbio: non descrive il mondo ma solo una casa, non racconta azioni ma solo gli stati d’animo di un unico personaggio. Jean Floressas, duca des Essaintes, ultimo erede di una nobile casata “corrosa dai ricordi di un’educazione religiosa e dalla nevrosi”, chiude le porte a un mondo che lo disgusta, basato solo su utilità e profitto, e si dedica a costruire un microcosmo a sua immagine: libri, quadri, profumi, fiori che soddisfino il suo inesausto desiderio del bello. “Un mondo in cui a dire il vero l’uomo è sprovvisto di ciò di cui ha bisogno quanto nel mondo reale – osserverà Walter Benjamin – ma dove le cose sono liberate dalla schiavitù di essere utili”.

 

Anche se lo attaccano, i cattolici colgono al volo il cuore del grido di Huysmans. “Ecco lo strano e nuovo malessere degli esseri superiori in questa fine di secolo straordinaria. Non si vuole più un Dio che si nasconde. Si comincia a volere un Cristo visibile con gli occhi del corpo, eclatante, sfolgorante, terribile. Incontestabile”, scrive Léon Bloy. “Dopo un libro simile – commenta più asciutto Barbey d’Aurevilly – all’autore non resta che una scelta: o la canna di una pistola o i piedi della croce”. Aveva colto nel segno; ma il tempo non era ancora venuto.

 

Prima, il desiderio di Huysmans di un mondo diverso da quello che aveva ritratto nei romanzi naturalisti e da cui con “À rebours” aveva preso congedo doveva prendere un’altra direzione. Se cerchiamo “qualche rimedio per il ribrezzo della vita quotidiana, lo squallore dell’esistenza, le piaghe purulente dell’epoca nauseabonda in cui viviamo – dirà a un amico – che cosa rimane? Forse l’occultismo. Non i trucchi loschi dei ciarlatani da quattro soldi, le pagliacciate dei medium, le vecchie imbecilli che fan ballare tavolini. No, l’occultismo vero! Non quel che sta sopra, ma sotto o accanto o al di là della realtà. Mancando della fede della prima comunione, che mi piacerebbe avere, lì c’è un mistero che mi attira. Potrei dire che mi perseguita”.

 

Nella Parigi di fine Ottocento l’occulto è di casa, e nel suo universo torbido Huysmans si getta a capofitto, guidato da Berthe Courrière, “cabalista e occultista, affascinata dal velo di Iside, iniziata ai più terribili misteri della magia nera”, giunonica avventuriera dal precario equilibrio mentale che ha fatto girare la testa a più d’un uomo.

 

Il reportage dell’immersione nel satanismo è “Là bas”, pubblicato nel 1891. Qui l’indagine che il protagonista Durtal sta svolgendo sulla truculenta vicenda di Gilles de Rais, “il des Essaintes del quindicesimo secolo”, si intreccia con le frequentazioni delle messe nere nella Parigi contemporanea. “Con Durtal – è ancora Godo – Huysmans ripercorre passo a passo la discesa agli inferi di Gilles de Rais, soffermandosi sui dettagli più innominabili – i corpi mutilati, sventrati dei fanciulli suppliziati – come per toccare il fondo dell’abiezione umana e veder sorgere la fede dalla disperazione più totale. Quel che affascina Huysmans non è il male in sé: è la battaglia spirituale che si combatte nella coscienza dell’uomo che fa tutt’uno col male. Al fondo delle sue ignominie, Gilles de Rais vede riapparire la figura di Cristo: ‘Egli trema davanti a questo Cristo che con la sua faccia straziata lo guarda’”. Nelle pagine finali del libro le due vicende si concludono in parallelo: la parabola del sadico medievale con l’esecuzione trasformata in apoteosi, accompagnata dal canto pietoso delle madri delle vittime al cui perdono Gilles si è appellato; l’itinerario di Durtal attraverso i riti satanici con la condanna inappellabile di un mondo moderno privo di ogni grandezza: “‘Questo secolo s’infischia assolutamente della gloria di Cristo: avvelena il soprannaturale e vomita l’aldilà. Allora, che cosa sperare dall’avvenire, come immaginare che possano essere puri i figli dei fetidi borghesi di questo tempo sconcio?’. ‘Faranno come i loro padri e le loro madri – rispose Durtal: si riempiranno la pancia e si svuoteranno l’anima dal basso ventre’”.

 

Toccato con “Là bas” il fondo, ora Huysmans può solo risalire: “E’ la visione della natura soprannaturale del male che mi ha fatto percepire l’origine soprannaturale del bene. Coi suoi artigli adunchi, il Diavolo mi ha condotto verso Dio”. E infatti negli anni successivi comincia l’avvicinamento alla chiesa. Combattuto, all’inizio, dalla persistente attrattiva della donna, della carne, dei bordelli che non aveva mai cessato di frequentare; poi gradualmente il fascino che l’arte sacra, il canto gregoriano, la vita monastica avevano da sempre esercitato su di lui si impone sempre più e lo conduce alla fine ai “piedi della croce”. L’abate di Solesmes gli consiglia addirittura di farsi monaco, ma dopo un breve soggiorno nell’abbazia capisce che non è quella la sua strada. Diventerà invece nel 1900 oblato del monastero benedettino di Ligugé, dove si fa costruire una casetta a due passi dal chiostro e partecipa regolarmente alla liturgia; fino a che la legislazione anticlericale del 1901 sopprime i conventi e lui fa ritorno a Parigi.

 

L’approdo di Huysmans alla fede non ha niente di consolatorio, non cancella la percezione drammatica che ha della vita: “Quel che rimane incomprensibile – scrive in “En route”, il romanzo della conversione – è l’orrore di vivere imposto a ciascuno”. E a una Chiesa consolatoria non risparmia i suoi strali: “il cattolico con l’aiuto del suo clero e il soccorso della sua letteratura imbecille e della sua stampa inetta ha fatto della religione un feticismo da selvaggio intenerito”. I cattolici ricambiano a stretto giro: “Un capriccio da dilettante che si annoia”, commenta una recensione del libro, “malattia di un celibe scettico che invecchia”. L’opera successiva, “La cathédrale”, si becca una denuncia al Sant’Uffizio (che però rifiuterà di metterla all’Indice).
Intanto il pellegrinaggio terreno di Huysmans volge al termine: muore il 12 maggio del 1907, consumato da un tumore gli ha devastato la gola e la bocca. “Non mangio e non dormo – ha scritto nell’ultima lettera –, non faccio che produrre ascessi con accompagnamento di mal di denti senza fine. Ma non sono infelice. Il giorno in cui ho detto ‘fiat’, Dio mi ha dato un’incredibile forza di volontà e una meravigliosa pace della mente. Non voglio essere curato, ma continuare a essere purificato così che Nostra Signora possa portarmi lassù. Il mio sogno sarebbe che Gesù mi portasse con sé come il buon ladrone il giorno di Pasqua ma, ahimè, non ne sono degno”.

 

“L’oblato” è l’ultimo dei tre romanzi “cattolici” di Huysmans, trasparente trasposizione della sua esperienza a Ligugé. L’edizione che va in libreria in questi giorni è preceduta da una corposa introduzione, che racconta – fuori dai luoghi comuni del “cristianesimo torbido” e della “fase mistica” con cui la critica troppo spesso lo liquida – il cammino di un uomo che ha attraversato tutta la crisi, umana e culturale, della modernità, e ha ritrovato al fondo della miseria una ragione per sperare, senza nulla rinnegare del dramma della vita.

 

Si comincia allora a capire perché nella profezia sulla fine della civiltà europea che è “Sottomissione” Houellebecq faccia riferimento a Huysmans: un uomo che cent’anni prima ha visto quella fine, l’ha vissuta sulla sua pelle, ha avuto il coraggio di tornare alla sorgente che l’aveva generata.

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