Il porno che ti affloscia

Era facile una volta accendere il desiderio. Gli antenati non erano cinematograficamente ingenui e giocavano col senso del pudore più dei nostri contemporanei. Oggi il web è solo il cimitero di ogni cultura del proibito, capolinea di un secolo fintamente libertario.
Il porno che ti affloscia

Jacques-Louis David, “Amore e Psiche”, 1817, (Cleveland, Museum of Art)

La pornografia contemporary somiglia sempre più a un sermone ottocentesco e sempre meno alla profanazione dei costumi borghesi. Fa la predica sia fuori che dentro l’internet, tanto che celebrità del settore interpretano se stesse in film che li riguardano. Per fare un esempio, Rocco Siffredi, superato lo stadio mondano di bestseller sessuale è definitivamente storicizzato. Dopo esser stato presentato a Venezia, dal 31 ottobre al 3 novembre il docu-film “introspettivo” di Thierry Demaizière e Alban Teurlai dedicato alla sua epopea sarà in tutti i cinema italiani. La carriera trentennale del professionista hard concede l’ultimo atto prima di calare il sipario, col solito biopic-pataccone (da certuni definito con generosità “un road-movie corale dall’atmosfera crepuscolare”) che si gongola tra pranzi in famiglia nella sua casa di Budapest alle riprese di film pornografici a Los Angeles, e tra le strade di Ortona fino alle ville americane della Porn Valley.  Il documentario parla della dipendenza dal sesso condita da svariati retroscena dell’industria del cinema porno. Ma invadere gli spazi del cinema tradizionale significa davvero che la pornografia sta emergendo dalla clandestinità, o si tratta dell’ennesima disperata decisione reazionaria di difendere un genere che si sta autoestinguendo, esiliandosi dal suo stesso immaginario?

 

Comunque sia, gli antenati non erano cinematograficamente ingenui e giocavano col senso del pudore molto più di quanto facciano i nostri contemporanei. L’idea di film pornografico salta fuori per la prima volta nel 1896 con “The Kiss”, di Thomas Edison, e il primo bacio del cinema coincide con il primo scandaloso spiattellamento erotico in pellicola. Ma, nostalgismi a parte, è stata la web èra a imbigottire completamente il mondo del porno, trasformandolo da misteriosa divagazione intima e viziosa di un’élite scabrosa in evasione middlebrow istituzionalizzata, gratis e innocua. Il primo sito porno apre bottega nel 1994 e nel 2012 Xvideos diventa il sito porno più grande e più spiato (4.4 miliardi di visualizzazioni mensili), e soltanto Google e Facebook competono con i maggiori siti porno quanto a traffico giornaliero. L’umanità, insomma, è definitivamente vouyeuristica e la sua domanda di esperienze (video) proibite orientata verso una personalizzazione e capitalizzazione assolute. Come le gelaterie, adesso anche la pornografia sa che aumentare l’offerta di gusti genera nuovi desideri e incrementa il bisogno.

 

Pornocrazia beghina forse è il nome giusto da attribuire alla nostra epoca se Valentina Nappi col suo sproloquio rivendica un’allure accademica full time, superando Moana Pozzi in abilità ermeneutiche. Webzine d’ispirazione hipster-farfallona come Vice e Wired dedicano tempo alla pornografia, proponendo articoli che la analizzano e la commentano. La sopravvalutazione sociologica del porno-entourage è in atto, ma è un processo cominciato già nei tempi in cui Moana faceva discorsetti seriosi e a fil di voce sulle reti Rai, o da quando, con “Colpo grosso”, lo Smaila con baffetto sudaticcio svendeva libido ruspanti e low profile. Però quello era un tempo proattivo, le temps perdu dell’onanismo laborioso da cameretta, frutto di elaborate macchinazioni della fantasia, sostenute da una Vhs e un giornaletto. Nel 2016 invece si deve necessariamente capitalizzare nel cyberporn l’andata in fregola, immettendola nel circuito web come fosse benzina per i motori di ricerca. Adesso anche la libidine, oltre che propaganda ideologica, è merce di scambio. E l’eccitazione privata che l’allupato vende ai siti di video-informazione pornografica, gli viene ricompensata sotto forma di orgasmo aerobico hd. E alla fine, com’è che ci si è ridotti al porno d’archivio selettivo e agli scaffali colmi di prime note su fellatio e dintorni? Acclamate phd dei genitalia, le pornostar in feluca conseguono dottorati di ricerca su una specializzazione progressiva (si vedano le prestigiose fellowship come anal queen et similia). L’utente sputtana il proprio bisogno frustrato e in cambio il web rilancia con un macroventaglio di categorie, sottocategorie e tag. Perchè parcellizzare il desiderio e investire sulla sconfinata soggettività dello spettatore ormai è un dovere morale, precisando la natura e la collocazione specifica delle sue perversioni fino alla pedanteria e al cavillo (step mom, mature o milf?). Non viene risparmiato neppure il politically correct pecoreccio delle quote rosa, da quando è contemplato anche il contentino femminista del porno female friendly (finalmente le sore Cecie e le donne in carriera hanno diritto a una sollecitazione erotica su misura). Quindi si torni a ragionare sui “bisogni primari e secondari della donna”, somministrando letteratura critica di genere e nuove ondate di vaginofilia (naturale dubitare sul senso e sulla qualità di questa rinascita del femminismo anti-porno, ma come negare che la pornografia contemporanea ha reso il corpo femminile una bruta piattaforma sperimentale, capace di subire ogni inconcepibile deflagrazione?). E che torni pure alla ribalta il dossier completo degli women’s studies accompagnato dai reflussi neo femministi della lega antiporno, con tutte le vecchie solfe teoriche del caso e l’insopportabile orpello moralizzatore che con l’etica non dovrebbe aver legami.

 

“Fottiamci, anima mia, fottiamci presto! Perché tutti per fotter nati siamo; e se tu il cazzo adori, io la potta amo” dice Pietro l’Aretino nei sonetti lussuriosi. Forse oggi Pietro manderebbe il mondo a quel paese, sbadigliando al fiacco repertorio di trasgressioni citofonate, tra una dissertazione pop-intelligente sul sesso e la frase a effetto di una pornodiva con brame aforistiche. Anche se essere pro porno è un pregiudizio tipico della morale comune contemporanea, si può giudicare tedioso sia scrivere che parlare di pornografia. Quando tutta un’epoca si proclama conoscitrice del sesso, spudorata e liberatina, ma il consumo di pornografia sembra ancora un tabù nella conversazione ordinaria, o quantomeno un fatto privato, vien da pensare alla truffa ideologica: la regola è non dichiararsi pornofili, in modo che rimanga una fede viziosa da coltivare in silenzio (eccezion fatta per i contesti appartatissimi di vanterie machistico-cameratesche del “io l’ho fatto così, e io colà, dove si puote ciò che si vuole” etc.). Allora, ogni discorso sul porno, persino quando vuol essere socio-antropologico, finisce ineluttabilmente per essere ipocrita e fanfarone, cioè di tipo didattico, provocatorio o moralistico, ma è un vezzo del costume odierno talmente totalitario e arrogante da meritare di essere deriso, e alla fine il rischio si corre volentieri.

 

Per chi volesse scrivere di pornografia web ci sarebbero forse tante cose su cui rimuginare, ma se il 90 per cento di queste ormai non è morbosa, curiosa o virtuosa, a che servirebbe scriverne o parlarne? L’unica via confutatoria sembra quella estetica o scientifica. Esistono infatti alcuni elementi di interesse che riguardano le neuroscienze e le scienze cognitive relativi alle conseguenze che il sesso fatto da altri e spiato da noi potrebbe avere sulle nostre intelligenze e sulla nostra salute mentale. Sono 14,7 miliardi i visitatori che in un anno guardano 63,2 miliardi di video, 1,68 milioni all’ora. Nei dati monitorati da YouPorn l’Italia risulta prima in Europa per tempo di visita, con 10 minuti e 43 secondi (e siamo pure quarti al mondo per numero di visitatori quotidiani). La Lombardia in particolare è la regione che grazie a una banda migliore, alza il dato nazionale del consumo di porno on mobile (il 35 per cento in questa regione guarda i filmati porno dal telefonino). Pare ci sia un legame tra questi numeri e i crescenti problemi legati alla performance genitale maschile, tra impotenza e un certo (ab)uso della pornografia. Quindi non mancano gli allarmi di indignati e militanti contrari come l’attivista Robert Jensen che ha scritto un libro intitolato “Eiaculare: la pornografia e la fine della mascolinità”.

 

Da diversi anni Gary Wilson,  famosissimo per il suo accurato "The great porn experiment", ha raccolto una quantità enorme di informazioni circa l’uso e gli effetti della pornografia e pubblicato il tutto sul suo sito YourBrainOnPorn. Nel 2014 ha pubblicato un nuovo e-book, ("Your brain on porn"), in cui ha compilato un rapporto completo sui modi in cui è utilizzata la pornografia e le conseguenze negative che ha spesso sugli utenti, soprattutto quelli il cui utilizzo è progredito al livello di compulsione e/o dipendenza. La verità sembra che sia tutta una questione di dopamina. Diversi studi sul consumo di pornografia hanno compreso che topi ed esseri umani non sono distanti in materia di stimolazione sessuale, e da eccezione anomala, il temuto effetto Coolidge potrebbe diventare la prassi triste per molti uomini nei prossimi cento anni. Quando gli studiosi Koukounas e Over hanno mostrato ripetutamente lo stesso video porno ad alcuni pazienti, il pene dei soggetti maschi e i loro resoconti sono andati verso la diminuzione progressiva dell’eccitazione. Il video, alla fine, per loro diventava noioso, e l’assuefazione inibiva il rilascio di dopamina. Forse il mantra citato a difesa della pornografia, “la pornografia c’è sempre stata e non ne è mai morto nessuno”, si rivela falso una volta afferrato il sistema di ricompensa dopaminergico. Il cervello sovraesposto al porno risponde meno agli stimoli a causa del sovraccarico di dopamina, e così i poveri masturbatori cronici schiavi dell’edging (arrivare ripetutamente al limite dell’orgasmo senza raggiungerlo) corrono il rischio di diventare potenziali campioni di impotenza, con l’erezione funzionale solo al cospetto dei pixel e non in presenza di un corpo. Intanto, nell’attesa che il maschio alfa si autoeviri a ritmo di self-gratulatory sex si può sempre ingannare il tempo con la porn parody di “Star Wars” (la spada de foco, peraltro, non si presta a ogni rivisitazione burlona?).

 

Passando al côté esthétique, a dispetto di questi tourbillon low-cost di orgasmi da tinello piccolo-borghesi e amplessi impiegatizi, che vorrebbe sapere questo 2000 di Eros e lussurie rispetto ai fasti retrò? L’inventario con cui i predecessori del sex video costruivano il loro immaginario pornografico è ampissimo e addirittura ornava il quotidiano. La “licenza sessuale illimitata” era una delle caratteristiche  peculiari del mondo romano antico, oggetti d’uso (specchi e vasi in ceramica) potevano essere decorati con scene erotiche di eleganti danze in abiti succinti o disegni espliciti di penetrazione. Dipinti erotici si scoprirono anche nelle case più rispettabili della nobiltà romana. La collezione più antica di arte erotica viene da Pompei, con centinaia di affreschi a tema copulatorio  sulle pareti di bordelli e abitazioni, e tra gli elementi più famosi c’è la scultura del dio Pan che si accoppia con una capra. Queste opere, inizialmente erano esposte nel Museo archeologico nazionale di Napoli ma poi furono relegate per ordine di Francesco I nel “Museo segreto” e lì rimasero, e per più di cento anni. Nell’èra post Gutenberg, dopo le censure medievali, il porno si risvegliò e da quando, nel 1524, fu pubblicato il primo libro con incisioni erotiche, la corsa del proibito fu instancabile. Nel 1748 (altro che “Les Malheurs de la Vertu” o “Filosofia nel Boudoir”! De Sade era solo un bimbetto di otto anni) John Cleland scrisse “Memorie di una donna di piacere” (“Fanny Hill”), la sua prima e unica novella erotica. Il libro trattava di bisessualità, voyeurismo, orge e masochismo, bollarlo come osceno era il meno e subito dopo averlo pubblicato Cleland e il suo editore furono arrestati e incarcerati. L’opera rimase clandestina fino al 1966.

 

Che sia rimasto  qualcosa ancora oggi di clandestino, a parte le piantine di Cannabis, Manu Chao e i barconi dalla Somalia? Macchè, qui il massimo del proibito è trovare un po’ di ceramica camp, a base di tazze kitsch con manico falliforme, nel salotto “piume di struzzo” di qualche gallerista froufrou; e se proprio si deve osare, tutto lo scandalo si troverà nella moviola anatomopatologica del plesso sacrale della pornostar più famosa. Ultime “novità”? Chat erotiche a sfondo pornografico che compaiono nella narrativa contemporanea come salvagenti per smandrappati déjà vu narrativi. Uno dei deprimenti casi letterari di questi mesi, “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, presenta capitoli inframmezzati da chat extra dirty scambiate da coppie illegittime. Lo stesso espediente, involontariamente gigionesco, è rifilato in un altro recente libro americano, “Tra le infinite cose” di Julia Pierpont. L’ostentazione pornografica dei segreti di coppie fedifraghe è il capolinea di un secolo fintamente libertario, a dispetto di tutte le bugie che i trasgressivi ci hanno (e si sono) raccontati. Se Carmelo Bene aveva indovinato, e cioè che il porno si instaura alla morte del desiderio, allora questa epoca web è  solo il cimitero cosmopolita di ogni cultura del proibito o, al meglio, un trascurabile birignao rococò.

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