Trump ha capito che "it's not the economy, stupid"

La sinistra insiste nell'ingigantire i disagi economici del ceto medio americano. E' la fine dell'idea cavalcata da Bill e Hillary Clinton dal 1992.
Trump ha capito che "it's not the economy, stupid"

Donald Trump all’ultimo confronto con Hillary Clinton in vista delle elezioni, mercoledì scorso a Las Vegas (foto LaPresse)

James Carville l’aveva scritto in un documento interno della campagna elettorale di Bill Clinton, poi trapelato e promosso a slogan-icona di una generazione: “It’s the economy, stupid!” (all’inizio “it’s” non c’era, ma all’inizio anche Facebook aveva un “the” davanti: non tutte le formule felici vengono al primo colpo). L’economia era la spiegazione sintetica dei problemi che l’America stava affrontando, il punto di convergenza di ogni preoccupazione, tutto il resto veniva in subordine. Tirava aria di recessione, in quegli anni, e il presidente George H.W. Bush aveva clamorosamente sperperato il tasso di popolarità più alto mai raggiunto (90 per cento dopo la guerra del Golfo) proprio per la gestione sciagurata dell’economia. Il culmine, proverbiale, è stata la promessa “read my lips: no new taxes” che ha distrutto definitivamente la possibilità di un secondo mandato. L’avversario era un governatore del sud giovane e travolgente che suonava il sassofono e ha avuto meriti enormi nel ridefinire l’intero scenario politico, ma alla fine, stringi stringi, la questione era l’economia. Gli elettori non votavano con i piedi, con il cuore né con la testa, ma con l’unica zona erogena rimasta, il portafogli. Forse, almeno in un certo senso, è sempre stato così: nel paese in cui la condizione economica e la felicità vanno a braccetto, il paese il cui sogno eponimo è tradizionalmente costituito dall’accesso simultaneo ai beni che distinguono la classe media – casa con giardino, auto famigliare ecc. – e il benessere è lo stadio contemplativo finale, il protagonista unico della storia è l’homo oeconomicus, benché in una formula opposta rispetto a quella prevista dalla dialettica marxista. Ronald Reagan, che dallo Studio Ovale due o tre questioni storiche le ha pure sbrogliate, ad esempio vincere la Guerra fredda, rimane impresso nell’immaginario collettivo innanzitutto per la Reaganomics. E’ prima di tutto il presidente che ha tagliato le tasse. Molti fenomeni che esibiscono un grado di complessità immediatamente difficile da sciogliere vengono attribuiti a ragioni economiche. Il popolo che si è formato attorno a Bernie Sanders, ovvero milioni di giovani che si credevano politicamente apatici si sono infiammati per un vecchio senatore socialisteggiante, è stato subito bollato come il prodotto più ovvio delle diseguaglianze economiche. Tutta l’eterogeneità di un vivace movimento generazionale si è appiattita su una monodimensionale lotta fra ricchi e poveri. Su un fronte completamente diverso, quello del terrorismo, lo stesso ordine di ragioni domina. Ciclicamente si riscalda il luogo comune per cui i terroristi islamici si radicalizzano per la povertà, la disoccupazione e, in generale, le avversità economiche, nonostante la cronaca, gli studi sociali e la stessa scienza economica mostrino chiaramente che si tratta di un fenomeno che riguarda giovani benestanti mossi dall’ideologia. Anche il dipartimento di stato e la Casa Bianca sono caduti più volte nel tic. Per stare nel sicuro si dice “It’s the economy, stupid!”, poi si vedrà.

 

L’ascesa di Donald Trump non ha fatto eccezione, e del resto la sua vicenda personale e la costruzione della sua immagine pubblica sembrano prestarsi perfettamente a una lettura strettamente economicista. Suo nonno ha dedicato tutte le sue energie a costruirsi un capitale iniziale dal nulla, suo padre a tramutarlo in un impero di case popolari, lui si è prodigato per elevarlo ai grattacieli fatti a misura dei nouveau riche globali. Non c’è altro “drive” riconoscibile nella sua personalità oltre all’accumulazione delle ricchezze, che va di pari passo con la fama, il potere e la riconoscibilità pubblica. Così, coerentemente con il personaggio e con il motto clintoniano, il successo di Trump presso il popolo repubblicano orfano di leader credibili è stato cercato nel solo perimetro della frustrazione economica. E’ stato creato il mito della classe operaia bianca che fa le barricate contro l’establishment perché non ha nulla da mettere sulla tavola la sera, sono stati chiamati a testimoniare gli stipendi stagnanti, la crescita che è solo sulla carta ma non nella realtà, si è parlato dei minatori di carbone devastati dai regolamenti sulle emissioni, degli operai depressi dalla competizione cinese, della massa di emarginati dal ciclo economico che vedono arrivare da oltreconfine il flusso di manodopera che li strangolerà, che li sta già strangolando. Secondo questo schema, il trumpismo è essenzialmente roba da bianchi, poveri e ignoranti. Questo riduzionismo non deve stupire. E’ un’interpretazione rassicurante degli eventi che stanno guidando la macchina della post-modernità in questa curva parabolica: è perimetrabile, si possono prendere delle contromisure e se non si riesce ad agire in tempo si sa che il ciclo economico ha fasi ascendenti e discendenti: la tempesta passerà. E’ un po’ come quando il medico arriva con certezza alla diagnosi non grave di un malessere che inizialmente poteva essere sintomo di tante cose. Nella testa scorrono i pensieri peggiori, ma poi le analisi dicono che è soltanto un’infezione che si cura con l’antibiotico, e le nuvole passano. Allo stesso modo, sapere che chi vota Trump lo fa essenzialmente per una forma di disperazione economica ci fa sentire tutto sommato più sollevati, perché non c’è stato peggiore dell’incertezza, non c’è sensazione peggiore delle cose che sfuggono al controllo. Vogliamo ardentemente che sia soltanto l’economia, stupido.

 

Il problema è che l’indigenza dell’elettore trumpiano è una leggenda, e mano a mano che gli studi e i sondaggi hanno definito il profilo di questo sconosciuto incompreso dall’establishment è venuto fuori che “it’s not the economy, stupid”. Lo stipendio medio di chi lo ha votato alle primarie è 72 mila dollari l’anno, paragonabile a quello dei sostenitori di Ted Cruz e ben superiore alla media nazionale. Uno studio di Jonathan Rothwell dell’istituto Gallup ha messo un campione di oltre 80 mila americani in relazione a Trump tenendo conto dei fattori geografici. L’obiettivo era capire se negli stati e nelle contee dove la sofferenza economica è più acuta o l’impatto dell’immigrazione e della competizione delle merci straniere è più rilevante si riscontra un aumento del sostegno a Trump. La risposta è negativa. Negli angoli della desertificazione industriale americana non si riscontra l’aumento del sostegno trumpiano che la visione economicista suggerirebbe. Non c’è alcuna correlazione, figurarsi se ci può essere causalità. Per quanto riguarda l’elettorato bianco, Rothwell ha osservato piuttosto sentimenti favorevoli a Trump nella parte più alta della fascia di reddito. “I dati non suggeriscono che coloro che vedono Trump favorevolmente stiano attraversando uno stress economico particolarmente alto, stando alle misure convenzionali dell’occupazione e del reddito”, spiega Rothwell. Sono piuttosto le comunità etnicamente omogenee e quasi impermeabili ai flussi migratori quelle dove si riscontra  più sensibilità al messaggio isolazionista e nazionalista del candidato repubblicano. Accanto alle oggettive condizioni economiche c’è, naturalmente, la soggettiva percezione delle medesime condizioni. Quella è ondivaga, liquida, esposta a condizionamenti culturali, sociali, storici e psicologici, tanto che il 46 per cento degli americani è convinto che la situazione economica sia peggiore oggi che negli anni Sessanta, quando è evidente secondo qualunque parametro, dal reddito pro capite all’aspettativa di vita, che sono stati fatti enormi passi in avanti. Non è l’economia, stupido: è che si stava meglio quando si stava peggio.

 

Non che il tema economico sia completamente estraneo alla crescita delle forze antisistema. I minatori della West Virginia, un tempo feudo democratico, sostengono Trump, che promette un grande ritorno al carbone; fra le fabbriche in crisi della “rust belt” ci sono sacche di ribellione al partito e ai sindacati della classe operaia, ma non è quello il bacino esclusivo del consenso: “Se il sostegno a Trump fosse limitato ad alcune regioni minerarie pesantemente colpite dalla crisi sarebbe tutto facile da spiegare e non così significativo”, ha scritto Matt Yglesias, giornalista di Vox. Se non è l’economia, di cosa si tratta? Charles Murray, grande politologo libertario, dice che “è il capolinea di un percorso che va avanti da mezzo secolo: la dismissione degli investimenti dell’America sulla propria identità nazionale”. In altre parole: la nazione “condannata a essere una ideologia”, come diceva Richard Hofstaedter, è diventata un’idea a tal punto universale da diluire i suoi connotati specifici. L’universalità dei principi fondamentali – libertà, uguaglianza, individualismo ecc. – ha soppiantato il carattere nazionalista, fatto di una certa maggioranza etnica formata alla tradizione anglosassone e protestante. Ma è proprio nella dimensione dell’identità, informata da caratteri precisi e non da valori astratti, che si forma il significato che ciascuno dà a se, l’autocoscienza individuale che affonda le radici in una comunità definita. Questa era una delle ossessioni che hanno animato la parte finale della carriera di Samuel Huntington, il politologo dello scontro di civiltà che ha dato al suo ultimi libro un titolo che sembra un grido disperato: “Who are we?”, chi siamo? In questo senso, il libro “Hillbilly Elegy” di J.D. Vance, il bestseller di questa stagione trumpiana, è una specie di manifesto contro la riduzione ai meri fattori economici. La storia della disgregazione alquanto disperata della famiglia di Vance è innescata dal trasloco dei suoi nonni dalla depressione appalachiana del Kentucky alle promesse della middle class dell’Ohio. Erano sull’ascensore sociale, pronti a partire verso piani più alti, ma quando si sono mossi sono rimasti disorientati, ed è venuta loro voglia di tornare indietro. Nella nuova vita suburbana avevano tutto ciò che serviva per vivere con decoro e qualche soddisfazione, ma non sapevano più chi erano, avevano perso il legame con il codice d’onore e l’orientamento umano degli irlandesi-scozzesi che costituiscono la spina dorsale dell’America Hillbilly. Questo conflitto fra benessere e identità li ha portati all’isolamento, alla solitudine e poi all’alcol e alla droga, escalation infernale che ha finito per distruggere anche i benefici economici che erano stati il motore iniziale del trasferimento. Per spiegare l’odissea del disagio della famiglia Vance servirebbe un altro motto: “It’s the identity, stupid!”.

 

Secondo Daniel McCarthy, direttore della rivista The American Conservative, “molto del nazionalismo che sta dietro alla candidatura di Trump è un rifiuto della mentalità ‘economics-first’”. Va notato, per inciso, che la rottura della lente economica non è un fatto soltanto trumpiano o americano. Gli inglesi hanno votato per l’uscita dall’Unione europea pur sapendo che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative sui conti dello stato. Hanno votato seguendo la testa, il cuore, il fegato, lo stomaco, facendo affidamento sull’intestino crasso o tenue, hanno seguito la bile e l’ipotalamo, oppure l’istinto e il fiuto, la voglia, la rabbia, il senso patrio o qualunque altro organo e valore, ma non il portafogli. E si può allargare ulteriormente lo sguardo. Non si tratta infatti soltanto di un avversione alla teoria economica come spiegazione sintetica di tutti i fenomeni, ma di un’avversione alla teoria tout court. Recensendo la raccolta di saggi di Mark Lilla intitolata “The Shipwrecked Mind”, Sam Tanenhaus nota che fra le figure prominenti del conservatorismo americano degli anni Cinquanta – il decennio più trumpiano – circolava una “avversione condivisa per la filosofia onnicomprensiva”, una sfiducia nelle teorie del tutto che necessariamente trasecolavano nell’ideologia. L’essenza del conservatorismo era, invece, proprio quella che Peter Viereck chiamava “la rivolta contro l’ideologia”, intentata nel nome della difesa di verità consegnate dalla tradizione e vissute nell’esperienza. La ricerca di un arché socioeconomico dal quale far discendere tutti i comportamenti individuali e i fenomeni sociali era quanto di più distante da questo milieu culturale che oggi informa, che lo sappiano o meno, Trump e il suo popolo. Quel popolo che molti osservatori hanno tentato di interpretare con una chiave economica, l’unica che avevano a disposizione.

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