Populisti ammazza gatti

L’irrisione simbolica, la rabbia sociale, la violenza che cova nei media e poi esplode. I “troll” di oggi spiegati dal Settecento. Il grande massacro dei gatti di Robert Darnton. I tipografi, classe precaria con accesso alle notizie, erano in grado di farsi un’idea delle cose. Per questo erano incazzati. Molto.
Populisti ammazza gatti

William Hogarth, “Primo stadio della crudeltà” (1751). “Queste stampe sono state incise con la speranza di correggere almeno in parte il modo barbaro di trattare gli animali”

Dal grande massacro di Aleppo, ogni tanto arrivano notizie di Mohammad Alaa Jaleel, che prima della guerra faceva l’elettricista, poi s’è messo a guidare ambulanze e a soccorrere feriti. Ma questo fa meno impressione, di qua dal mare, dell’altra sua attività: Mohammad raccoglie i gatti che la gente scappando è costretta ad abbandonare; spesso glieli portano, la prima fu una bambina in lacrime, lui li nutre, li cura. E’ “il gattaro di Aleppo”, per i media italiani. “The cat man of Aleppo”, per gli altri. All’inizio erano due o tre, poi qualche decina. Adesso sono un centinaio. Lui dalla Siria non se ne vuole andare, finché durerà. Soccorrere i gatti non è la sua principale occupazione.

 

Ma in questa dedizione che piace molto ai social europei, ché in occidente i gatti commuovono più dei bambini, c’è qualcosa di profondo, di illuminante, senza stare a scomodare categorie più filosofiche. I siriani amano molto i gatti, non li abbandonerebbero mai. I più agiati di Aleppo, quelli delle prime partenze, spesso se li portavano sui barconi. In Siria, in tutto il medioriente, come nell’Antico Egitto e in quasi tutte le civiltà e le latitudini, il gatto è un custode di simboli, uno di casa, un animale per certi versi vicino al sacro. Salvare i gatti, nel grande massacro di Aleppo, non è come salvare le persone, ovvio. Ma porta in sé un segno, un’ostinazione contro la barbarie, che è la cifra dell’umano. O dovrebbe.

 

Non è del grande massacro degli umani in Siria che vogliamo parlare, né dei gatti salvati ad Aleppo. Ma di un altro luogo e di un tempo lontano. Di un’altra storia di violenza che però racchiude in sé molti simboli e molte cause per nulla antichi, anzi molto attuali. Una violenza che non ha colpito gli uomini, ma proprio loro: i gatti. Il grande massacro dei gatti è il titolo di un libro di Robert Darnton del 1984, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1988.

 

Rue Saint-Séverin è nel V Arrondissement, il Quartiere Latino a Parigi, a metà strada tra quello che oggi è il Quai Saint-Michel e il Boulevard Saint-Germain. Nel Settecento era una stradina di botteghe, soprattutto di tipografie. Non era un brutto lavoro, all’inizio del Settecento, essere operai in una tipografia, apprendisti compositori o maestri addetti al torchio, “compagnons” di un’Arte non malvagiamente retribuita, socialmente selettiva perché richiedeva il saper leggere e scrivere e che garantiva, in virtù della specializzazione, una piccola ascesa nella scala sociale. Le cose stavano però peggiorando, a metà del secolo, per via dell’incipiente riorganizzazione su scala industriale del settore. Il che comportava, come tutte le rivoluzioni tecnologiche e di mercato, aumenti di redditività per i “bourgeois”, i padroni dell’azienda, di solito familiare, e un peggioramento economico e delle condizioni di vita dei lavoratori che si sentivano scivolare verso quello che, decenni dopo, qualcuno avrebbe chiamato il proletariato.

 

Ma non il Lumpenproletariat, quello senza cultura e coscienza politica: i tipografi sapevano leggere e scrivere, avevano in qualche misura accesso al mondo delle idee e dell’informazione che prendeva forma allora, nei fogli e nelle gazzette che iniziavano a circolare tra la borghesia e il popolo – e proprio L’età dell’informazione è il titolo di un altro bel libro di Darnton, in cui indaga “come si veniva a conoscere una notizia a Parigi intorno al 1750”. I lavoratori delle tipografie, classe precaria con accesso alle notizie, erano in grado di farsi un’idea di come andassero le cose. E proprio per questo erano incazzati. Molto. E lo facevano trasparire nei comportamenti, soprattutto nei loro linguaggi spesso sarcastici, aggressivi. Erano una classe socialmente in difficoltà, bastonata economicamente, ma ciarliera, capace di far sapere in giro le proprie opinioni e anche le maldicenze. Erano i potenziali troll dei nostri social media, se volessimo giocare un po’ su un paragone che anche Darnton fa, nei suoi studi, tra la comunicazione di oggi e i meccanismi di diffusione (e distorsione) delle notizie all’epoca dei Lumi, delle gazzette e dei cantastorie da osteria.

 

Gli apprendisti tipografi avevano vita meno facile degli altri. “Dormivano in una stanza lurida e gelida, si alzavano prima dell’alba, da mangiare non avevano che brodaglia”. Avevano poche prospettive di miglioramento. Nella stamperia di Jacques Vincent, nella Rue Saint-Séverin, le cose andavano anche peggio. Il cuoco vendeva sottobanco gli avanzi del pranzo del padrone, in teoria destinati agli operai, e ai ragazzi dava “cibo da gatti”. Per colmo della rabbia, la moglie del padrone adorava i gatti, soprattutto la sua Grise, ne avevano dozzine e li sfamavano alla propria tavola meglio dei cristiani. In più, nel quartiere viveva un esercito di randagi che di notte faceva un gran baccano sui tetti impedendo ai ragazzi di dormire, su negli abbaini.

 

Finché un giorno uno di questi apprendisti, particolarmente versato negli scherzi e nell’imitazione dei versi degli animali, salì sul tetto, vicino alla stanza di Monsieur e Madame, e tutta la notte miagolò e urlò, come se fosse in corso un “sabba” di gatti indemoniati. Sabba non per caso, perché i gatti erano da sempre associati alle streghe e ai loro mercimoni carnali con i diavoli. Il concerto andò avanti per notti e notti, finché Monsieur e Madame, donna bigotta, assonnati e spaventati, ordinarono agli operai di liberarli dal fastidio. Ottenuto il generico via libera, i lavoranti passarono all’azione. Con geometrica potenza. Anni dopo uno di quegli operai, Nicolas Contat, scrisse del “furibondo massacro dei gatti” di Rue Saint-Séverin come della “cosa più divertente mai avvenuta alla stamperia di Jacques Vincent”.

 

Riassunto di Darnton: “Si misero allegramente all’opera, aiutati dai lavoranti. Armati di manici di scopa, barre da torchio e altri utensili del mestiere, diedero la caccia a ogni gatto che riuscirono a scovare, cominciando dalla Grise. Lévollié le spezzò la spina dorsale con una spranga di ferro e Jérome le diede il colpo di grazia. Poi la ficcarono in una gronda, mentre i lavoratori inseguivano gli altri gatti sui tetti, massacrando a randellate tutti quelli che capitavano a tiro e usando dei sacchi, sistemati nei punti strategici, per intrappolare quelli che cercavano di scappare. Buttarono nel cortile interi sacchi di gatti mezzi morti. Poi tutta la bottega si radunò e mise in scena un processo farsa con tanto di guardie, confessore e boia. Gli animali, dichiarati colpevoli, ricevettero i conforti religiosi e furono giustiziati su una forca improvvisata”.

 


Robert Darnton


 

Una brutale disinfestazione, una violenza gratuita sugli animali di quelle che oggi farebbero inorridire, e anzi sono sanzionate dalla legge. Uno sfogo di rabbia repressa, un sanguinoso gioco carnevalesco ai danni dei felini, come ne erano sempre esistiti in Europa fin dal Medioevo. In Borgogna la tortura dei gatti era uno dei riti del carnevale, e mescolava la violenza con la risata pesante, di solito a sfondo sessuale, contro una persona antipatica: “I giovani impegnati a beffeggiare qualche marito cornuto si passavano un gatto strappandogli il pelo per farlo urlare: lo chiamavano faire le chat”. Un po’ di tutto questo insieme. Ma quel processo farsa nel cortile della tipografia, quei conforti religiosi e blasfemi prima di appendere i gatti alla forca, tutto questo ci parla anche di altro. Di una violenza simbolica, sociale e sacrilega, ancestrale e politica, che covava da qualche parte. E che esplose in una stradina del Quartiere Latino attorno alla metà del Settecento, mentre tutt’attorno si accendevano i Lumi.

 

Robert Darnton ha colto il punto alla perfezione, e nel suo gran libro lo sviscera senza stare a moraleggiare, e conduce il lettore in profondità. Nato nel 1939, oggi professore emerito di Princeton, Darnton è uno dei massimi studiosi della Francia del XVIII secolo, uno specialista della storia delle idee e dei loro mezzi di diffusione, in primis l’editoria. Nel saggio sul massacro dei gatti (uno fra quelli raccolti nel libro) gli interessava raccontare la storia della condizione operaia nelle tipografie europee del Settecento; ma il filo conduttore dei suoi libri è sempre più sottile, il carotaggio più profondo.

 

“Le risa e gli schiamazzi fecero accorrere la padrona – scrive, ripercorrendo gli Andecdoctes typografiques che Nicolas Contat scrisse nel 1762 – Cacciò un grido appena vide un gatto insanguinato penzolare da un cappio. Si rese conto che poteva essere la Grise. Certamente no, assicurarono gli uomini: troppo rispetto avevano per la maison per fare una cosa simile. A questo punto comparve il padrone. Montò su tutte le furie davanti alla generale sospensione del lavoro, anche se la moglie cercava di spiegargli che erano minacciati da un tipo di insubordinazione ben più serio. Poi padrone e padrona si ritirarono, lasciando gli operai fuor di sé per la ‘gioia’, il ‘disordine’ e il ‘ridere’”.

 

Un tipo di insubordinazione ben più seria. Madame aveva intuito benissimo. Darnton ci spiega anche come in quel gesto contro “la gatta” si consumasse uno stupro simbolico (“i gatti, come simboli, evocano sesso e violenza”). Ma non era soltanto questo. Era l’esplosione della violenza di una classe semi-istruita, e per ciò stesso capace di attribuire colpe e di mettere violentemente sotto accusa la casta sociale che aveva a portata di mano, prima coi mezzi dell’irrisione e dello scherzo (“i tipografi sanno ridere. E’ la loro unica occupazione”) poi passando ai fatti. L’identificazione del nemico, la costruzione dell’odio sociale per il nemico. “Mezzo secolo più tardi gli artigiani di Parigi si sarebbero scatenati allo stesso modo, tra massacri indiscriminati e improvvisati tribunali popolari”, scrive Darnton. “Sarebbe assurdo vedere nella strage dei gatti una prova generale dei massacri di settembre della Rivoluzione francese, ma quella precoce esplosione di violenza faceva pensare a una rivolta popolare, anche se limitata sul piano simbolico”.

 

Quel massacro parla di un rancore che si manifesta in effigie, nello sputtanamento carnevalesco. La connotazione sessuale ci trasporta senza troppa difficoltà in uno dei segni di manifestazione dell’odio tipici della nostra società di due secoli dopo. Oggi è Trump, incolpato (e distrutto) più per le sue intemerate sessiste che per quel che dice in politica. E’ il Ruby Ter, che rilancia fuori tempo massimo le nuove intercettazioni e il nuovo linciaggio smutandato. O lo sghignazzo guardone e assassino di Tiziana Cantone. E’ il pettegolezzo mediatico che sovrappone, abolendo ogni distinzione, il privato e il giudizio di merito, i fatti alla diceria. Fino alla costruzione di un rancore sociale – che può riguardare intere categorie di individui: i banchieri, i politici, o quelli che si ostinano a mangiare bistecche – di cui gli haters da social media sono la falange avanzata e incontrollabile.

 

Nel Settecento non c’erano i social network moltiplicatori d’odio, ma come Darnton scrive nell’Età dell’informazione le gazzette degli illuministi e dei club svolgevano egregiamente la stessa funzione sanguinaria. Finché “il sentimento popolare della fraternità, il più singolare nella triade dei valori rivoluzionari, investì Parigi con la violenza di un uragano”. Non c’è bisogno di lavorare molto di paragoni per notare come quel “più singolare” dei valori rivoluzionari somigli al buonismo-cattivismo, al correttismo politico, al sentimentalismo generale come sostituto della Volontà generale che oggi domina la comunicazione mediatica e impone le sue ghigliottine alla politica e al discorso pubblico.

 

Qualche anno dopo Darnton, in un altro libro introvabile, Il bacio di Lamourette raccontò un altro folle massacro, un massacro per il fieno. Nei giorni di luglio successivi alla presa della Bastiglia le voci di complotti orditi per affamare il popolo accendevano gli animi. Capitò che la folla inferocita se la prendesse anche con un uomo probabilmente dabbene, che forse non aveva mai odiato né affamato nessuno. Ma la folla prese il signor Foulon de Doué, funzionario del ministero della Guerra, “gli staccò la testa dal collo e la portò in giro in cima a una picca con la bocca riempita di fieno a simboleggiare la sua complicità con la congiura”. L’avevano sentito dire “che mangino il fieno”, ma probabilmente era soltanto una dicerìa a orecchio, come quella delle brioche.

 

Poco dopo, “un’altra banda di sediziosi catturò il genero di Foulon e lo obbligò a marciare per le strade, con quella testa davanti al viso cantando ‘Bacia papà! Bacia papà!’”. Poi lo massacrarono davanti all’Hotel de Ville. Roba che persino Gracchus Babeuf, politico populista cui il pelo sullo stomaco non mancava, ne fu impressionato: “Oh! Quella gioia mi faceva star male”. Era la stessa gioia dei tipografi ammazzatori di gatti. Non tutto nella storia è uguale a tutto, altrimenti dovremmo dare ragione a un illuminista pessimista come Carlo De Benedetti e alle sue fosche previsioni, in una recente intervista, sulla devastazione dell’occidente che verrà presto scatenata dalla crisi economica globale. Però il rapporto tra rabbia sociale, populismo, meccanismi di diffusione mediatica dell’odio castale e violenza “sounds familiar”, come usa dire.

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