Povera Casa Bianca

Trump può essere considerato un “role model”, un modello da seguire per i giovani? Nel rispondere a questa domanda, la senatrice repubblicana Kelly Ayotte si è trovata in imbarazzo un’altra volta.
Povera Casa Bianca

Donald Trump e Hillary Clinton durante il secondo confronto televisivo

Questa settimana la senatrice repubblicana Kelly Ayotte si è trovata in imbarazzo un’altra volta. Lei che ha brevettato la rischiosa linea politica del “sostenere ma non appoggiare” Donald Trump si è fin qui barcamenata nella sua complicata campagna elettorale per la rielezione in New Hampshire, ma nel dibattito televisivo con la sua avversaria, la governatrice Maggie Hassan, il moderatore l’ha infilzata con una domanda trabocchetto: Trump può essere considerato un “role model”, un modello da seguire per i giovani? Con la voce tremante di chi sa che sta per regalare un tormentone agli avversari, Ayotte ha detto: “Abbiamo tanti modelli, e credo che lui possa prestare servizio come presidente, quindi sì, assolutamente”. Traduzione: una repubblicana come me può anche negare l’endorsement esplicito al candidato alla presidenza del proprio partito, ma non può negare al presidente di essere un modello da seguire per le giovani generazioni. Quell’“absolutely” le si è ritorto immediatamente contro, costringendola a una strategia difensiva fatta di video in cui dice posso spiegare tutto, nessuno è perfetto e altre trovate difensive proprie della fase del “damage control”. Ma questo non è che marketing elettorale, questione di ambito superficiale. Con il suo “absolutely” Ayotte ha implicitamente affermato una cosa più importante e profonda delle alleanze e degli imbarazzi: il presidente degli Stati Uniti è necessariamente un modello di virtù, figura che va proposta ai giovani come esempio da seguire. Le sorgenti della saggezza che costui o costei esprimono non vanno rintracciate nei tratti della persona, ma nell’impersonalità del ruolo. Il “role model” è il presidente degli Stati Uniti, non la transeunte figura cui viene affidato il supremo compito. Non che Ayotte abbia svolto argomenti di questo genere nello spazio di un “absolutely” in diretta televisiva, ma il riflesso pavloviano della senatrice parla chiaro: Trump si può criticare in molti modi, da sinistra, da destra e dal centro, ma se sulle spalle del ciarlatano precipita il manto della presidenza è necessaria la sospensione dei giudizi impietosi. E’ un “role mode” in quanto presidente. Il commander in chief della più grande potenza del mondo, incarnazione di tutte le ambizioni della modernità, stampa una più vasta orma del suo provvisorio interprete. Quella della senatrice del New Hampshire non è che una storiella tratta dalla cronaca, ma illustra una concezione sacrale della presidenza che scorre nel midollo dell’America. Vi aderisce in pratica anche chi non ne distingue teoricamente i tratti.

 


 

 


 

Nel 1956 il politologo Clinton Rossiter ha pubblicato il libro “The American Presidency”, uno studio fondamentale delle caratteristiche e dei compiti che il presidente possiede, oppure che ci si aspetta che s’arroghi. Rossiter parlava allora di “un sentimento di venerazione, se non di riverenza, per l’autorità e la dignità del presidente”, scriveva che la gente lo vede come “la combinazione di un capo scout, dell’oracolo di Delfi, di un eroe del grande schermo e del padre delle moltitudini”. Lungi dal criticare questo moltiplicarsi degli ambiti dell’autorità del presidente, Rossiter entusiasticamente elencava dieci ruoli che gli americani – ma non solo – chiedevano al presidente di ricoprire. Doveva essere, fra le altre cose, “leader del mondo”, “protettore della pace”, “legislatore in capo”, “gestore della prosperità” e “voce del popolo”. La prima cosa che salta all’orecchio in questo elenco non è il fatto che diversi di questi attributi farebbero rivoltare nella tomba i Padri fondatori che si sono affannati per separare e limitare i poteri, ma che riproduce l’andamento delle litanie religiose. Sono giaculatorie presidenziali per una figura che “è  il nostro angelo custode, il nostro scudo contro il male, lo psicanalista e l’assistente sociale dell’America, il nostro moderatore di talk show. E’ una guida dei perplessi e un amico degli oppressi; ed è anche il supremo signore della guerra del mondo”, come ha scritto il libertario Gene Haley in un saggio critico sulla crescente devozione americana per il potere esecutivo, “The Cult of the Presidency”. Nel 2008 Haley aveva formulato una sintesi dotata di sporgenze profetiche: “Siamo molto più aperti dei nostri padri e dei nostri nonni all’idea che il presidente possa essere un furfante o un clown, eppure ci aspettiamo che il comandante in capo guarisca i malati, ci salvi dagli uragani e spalmi balsamo sulle nostre anime irritate. Se F. Scott Fitzgerald aveva ragione quando diceva che il segno di una mente di prima categoria è la capacità di tenere due idee contraddittorie allo stesso momento, allora l’elettorato americano intellettualmente non è secondo a nessuno. Non ci fidiamo del presidente, ma chiediamo che risponda a tutti i nostri bisogni”. Ezra Klein, che allora non era la Guida Suprema della realtà-spiegata-bene che è oggi ma soltanto un brillante redattore dell’American Prospect, aveva commentato: “Si tratta della storia di come siamo arrivati a vedere il presidente non soltanto come centrale per la nostra politica ma per la concezione nazionale del nostro io”. La “concezione nazionale del nostro io” è faccenda alquanto profonda, perfino esistenziale. Siamo oltre al “cesarismo” che preoccupava i padri fondatori e anche oltre la “presidenza imperiale” di Arthur Schlesinger. Non si tratta qui di una semplice estensione del raggio d’azione degli uffici presidenziali, del gigantismo degli apparati dell’esecutivo, di Nixon che fa smantellare la piscina coperta della Casa Bianca per fare spazio a nuovi uffici, versione burocratica e paranoica di una corte rinascimentale. Siamo al cospetto del culto presidenziale, dove l’ideale medievale del re-santo cede il passo a quello del presidente-divo. Si delineano i tratti di quella sacralizzazione del potere democratico che si può contemplare e toccare nel marmo del memoriale di Abraham Lincoln a Washington. Come un novello Zeus eletto dal popolo, il leggendario presidente se ne sta seduto su un trono di fasci all’ombra di colonne neoclassiche, dentro un edificio che ha la struttura e la funzione del tempio, luogo di celebrazioni sacre dove gli inservienti dello stato richiedono silenzio ai visitatori. E di fronte alla potenza ieratica del luogo perfino i turisti, ciarlieri e irrispettosi per vocazione, solitamente si quietano. Non c’è traccia, evidentemente, del pragmatismo dell’uomo di governo, del trasformismo cinico del leader avvezzo all’arte del compromesso che pure non sono sfuggite nemmeno a Steven Spielberg quando ha creato una pellicola insieme storica ed encomiastica sul presidente repubblicano. Il rapimento della venerazione appiana le grinze della storia, dimentica i mezzi provvisori e salta direttamente ai fini ultimi.

 

Una delle poche certezze in questa elezione supremamente incerta è che sarà un colpo assestato a questo antico culto della presidenza. Per un motivo o per l’altro entrambi i candidati non hanno la fibra o le capacità illusionistiche per spacciarsi come leader di diretta investitura divina. Difficile stare in equilibrio sul piedistallo della divinità per chi da decenni ha fatto della triangolazione e dell’evoluzione il suo metodo di gestione del potere, contribuendo alla creazione di una macchina politica che nemmeno i clintoniani più innamorati riuscirebbero a considerare un oggetto di venerazione. Hillary, e più in generale la dinastia Clinton, ha un vasto popolo democratico che crede in lei, nelle sue posizioni politiche, nelle sue battaglie, è la quintessenza del candidato credibile e preparato, nessuno nella storia americana aveva un curriculum tanto qualificato quando si è affacciato alla corsa per la presidenza, ma non c’è traccia in lei delle profezie messianiche che hanno accompagnato la nascita politica di Barack Obama. Hillary non è illusione religiosa, ma purissima realtà risciacquata da anni di usanze borderline e pratiche di aggregazione del potere senza precedenti. La sua immagine pubblica è accompagnata da sospetti, inchieste, email, fondazioni che ricevono denaro da paesi più che sospetti, attenzioni non richieste dell’Fbi. E’ un’icona della dimensione cinica del potere che il suo avversario ha ribattezzato “crooked”, corrotta, e il nomignolo ha attecchito benissimo perché nella testa degli americani l’associazione con la corruzione non suona affatto peregrina. Hillary arriva al suo appuntamento con la storia già spogliata del senso del sacro.

 

Trump, va da sé, sarebbe l’apoteosi della desacralizzazione dell’ufficio presidenziale, come un vandalo che con una bomboletta spray – dorata – imbratta i muri dello Studio Ovale. La maggior parte delle critiche a Trump, specialmente quelle venute dal suo partito, si concentrano su una parola in particolare: “character”. Trump non ha un carattere “presidenziale”, si dice, e che esista un aggettivo specifico per definire i caratteri del presidente è un dettaglio rivelatore. Non sono innanzitutto il protezionismo, la politica sull’immigrazione o l’isolazionismo in politica estera che hanno dato fiato al sonoro, benché perdente, movimento dei NeverTrump, ma la tempra di un candidato giudicato inadeguato o “unfit” per un ruolo che ha spesso visto pretendenti eroici o semidivini che si sentivano chiamati dalla Storia con la “s” maiuscola. E’ pur sempre il paese in cui i coloni puritani erano certi di essere la reincarnazione delle dodici tribù di Israele. Il presidente, in quest’ottica mistica, è l’eletto di un popolo rieletto. Trump è invece il businessman cialtrone e il becero urlatore di insulti che nulla a che a fare con l’iconostasi presidenziale che nel tempo è stata dipinta sulle pareti della grande chiesa civile americana. Molti dicono che la sua personalità è talmente inadeguata che non si potrebbero affidare a lui i codici delle testate nucleari, e tale è il timore che qualche mese fa i cronisti hanno chiesto a Obama delucidazioni sulle effettive procedure per innescare un ordigno. La convinzione, semplificata fino alla parodia, è che il presidente abbia un bottone rosso che nello spazio di una frazione di secondo può scatenare l’inferno, e Trump in un momento d’ira o confusione potrebbe premere quello invece del tasto che pubblica i tweet. Ma non è forse questa stessa rappresentazione del presidente-onnipotente, padrone dell’apocalisse umana sotto forma di arsenale nucleare, una delle immagini filtrate e riflesse della divinizzazione dell’ufficio presidenziale? Il motivo più profondo per cui Trump è inaccettabile agli occhi dell’establishment non è la sua impreparazione politica, ma l’assenza in lui dei caratteri che distinguono il presidente-dio. Non è un modello di virtù, non è l’incarnazione del senso di responsabilità, non inquadra la “concezione nazionale del nostro io”, non è un modello per i giovani: tutto questo cozza drammaticamente con gli attributi della presidenza. Da qui il rivelatore momento di confusione della senatrice Ayotte. Lui, dal canto suo, si presenta esplicitamente come il candidato-businessman senza complessi di superiorità che riporta sulla terra ciò che per generazioni ha vagato nei cieli. E’ un misto di realismo cinico e culto dell’ignoranza che è l’antitesi esatta del messianismo di ascendenza obamiana: è il “semplice” candidato alla guida di un paese, non il campione di una morale universale.

 

Pochi hanno contribuito alla sacralizzazione del potere presidenziale quanto John Fitzgerald Kennedy e la dinastia di Camelot. Kennedy descriveva il presidente come “centro della leadership morale”. Soltanto sul presidente, diceva, “convergono tutti i bisogni, le aspirazioni, tutte le parti del paese, tutti i dipartimenti del governo, tutte le nazioni del mondo”. E’ un passo che si potrebbe leggere in parallelo a quello in cui San Massimo il Confessore parla di “un centro in cui convergono le linee”, affinché le creature “non restino nemiche ed estranee le une con le altre, ma abbiano un luogo comune dove manifestare la loro amicizia e la loro pace”. La notevole differenza è che il monaco bizantino parlava di Cristo, il Dio-uomo in cui, a rigore, anche Kennedy credeva, mentre il politico si riferiva al presidente degli Stati Uniti. Ovvero anche a se stesso.  Ancora Kennedy: “La storia di questa nazione, le sue pagine più oscure e quelle più luminose, è stata scritta in larga parte dalle visioni che i vari presidenti hanno avuto della presidenza stessa. Questa storia ci dice che il popolo americano nel 1960 ha il diritto imperativo di sapere per che cosa gli uomini che corrono per la presidenza credono di correre, se sono consapevoli e pronti a usare le potenti risorse di questo ufficio, se il loro modello è Taft o Roosevelt, Wilson o Harding”. I suoi modelli, naturalmente, erano Roosevelt e Wilson, estensori del potere presidenziale in ambito morale e sacrale, leader globali con idee universaliste, annunciatori di un destino eterno e non appena umili gestori di una fetta del presente. Lamentava, Kennedy, che il grande visionario della Società delle Nazioni, Wilson, ispiratore di generazioni di democratici  ma anche di repubblicani di persuasione neoconservatrice che odiano Trump, abbia dovuto sopportare le inique accuse di autoritarismo. Era quello il prezzo per chi vuole essere un “big man”. Il rampollo di Camelot, tuttavia, ometteva di ricordare che gli oppositori politici di Wilson avevano una spiccata tendenza a finire in carcere. Non è strano che sentendo il discorso di insediamento di Kennedy, un potente inno al messianismo laico, al giovane Robert Bellah sia balenata l’intuizione della “religione civile americana”, modello che ha poi il sociologo ha studiato e sviluppato per tutta la vita. Il teologo Stanley Hauerwas dice che l’America non produce atei interessanti perché gli americani non hanno un Dio abbastanza interessante da negare. Hanno, come surrogato, un presidente-dio che l’8 novembre, comunque vada a finire, uscirà malconcio.

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