La tivù maialina

Non tutta la televisione è come quella lodata dal Wall Street Journal. Che Dio ci salvi dalla D’Urso e dal suo dietologo truffaldo e sessista

La tivù maialina

Barbara d’Urso coduce “Domenica Live”, il programma della dmenica pomeriggio di Canale 5

Pare che produciamo una tv bellissima. Le nostre serie che parlano di camorra, che rivangano Tangentopoli, che impilano delinquenti, papponi e puttane uno sull’altro in un lezzo da porcile sono infatti il nostro prodotto di esportazione del momento. All’estero hanno grande successo. In attesa del debutto del “Young Pope” diretto da Paolo Sorrentino “che ordina Coca-Cola Zero alla ciliegia e si accende una sigaretta”, prova incontestabile di “una personalità problematica ricca di umane contraddizioni” perché in effetti c’è gente che preferisce la Coca-Cola al lime, il Wall Street Journal ha dedicato un articolo entusiasta alla nostra produzione televisiva calcolandone i ricchi introiti e parlando di un “nuovo Rinascimento italiano”; dopotutto, potrebbe non avere tutti i torti, se si considera che i Medici non andavano certo per il sottile con vendette ed esecuzioni sommarie e che l’euforia da ebbrezza era considerata uno stato favorevole alla creatività, chi vuol esser lieto sia.
Le serie su camorra, spaccio di droga, corruzione, una continua litania di nequizie e di putridume che scavalcano a destra la storica copertina dello Stern con la pistola fumante sul piatto di spaghetti e poi non lamentiamoci se nel mondo il nostro storytelling arranca più di quello francese dove i guai non sono minori ma l’omertà dei media pressoché inscalfibile, fanno numeri da record anche in Italia. Piacciono ai cinque milioni di abbonati Sky e anche fra chi non ha l’abbonamento alla pay tv ma si gusta ugualmente scippi e stupri nella saletta tv del bar sotto casa, come ai tempi degli esordi della televisione pubblica. A chi non paga Sky e non ha voglia di scendere al bar o di sottoscrivere le offerte di Netflix, le reti in chiaro riservano storie e personaggi per molti versi similari a quelli sopra descritti, cioè storiacce: lo fanno però con una banda di dilettanti o di attori in disarmo, e tutti almeno all’apparenza non costretti ad attenersi a un copione. Su buona parte delle reti generaliste va infatti in onda il peggio di quanto l’ignoranza, la maleducazione e la brutalità riescano a produrre quando lasciate libere di esprimersi o non guidate a dovere o, meglio, represse a priori, essendo infatti ignoranza e brutalità per loro natura imprevedibili, il che talvolta è un bene per l’audience ma molto più spesso un disastro per la raccolta pubblicitaria. State certi che nelle ultime bagarre televisive finite fra reprimende pubbliche e plateali espulsioni, le minacce di sprenotazioni dei produttori di detersivi e yogurt hanno avuto un peso paragonabile almeno a quello delle istituzioni tirate in ballo per un parere. Per dire: se insultate donne e gay in un programma pensato e pianificato per donne e gay, avrete contro politica e mercato, e francamente non saprei dire quale dei due sia più pericoloso per la vostra sopravvivenza nella compagnia di giro dell’ospitata a gettone. Nel giro di tre giorni, dunque, il pugile Clemente Russo è stato espulso dal “Grande Fratello Vip” per quella che, senza troppi giri di parole, si può solo definire istigazione all’uxoricidio, mentre Belén Rodriguez ha insultato Teo Mammuccari per il giudizio non condiviso su un concorrente a “Tú sí que vales” in un tripudio di inutili “beep”.

 

Il meglio, va da sé, l’ha dato però “Domenica Live” dove Barbara d’Urso ha favorito una nuova, furibonda lite attorno alla figura del farmacista Alberico Lemme e di Platinette su un sottofondo di battute sessiste per le quali stavolta non è intervenuto e su un copione che si ripete identico e perfino con gli stessi titoli da una stagione all’altra (“L’Italia si spacca sul dietologo dei vip: è un genio o un truffatore?”, l’ho letto in sovraimpressione sostanzialmente identico lo scorso maggio). La povera Platinette, ormai un pugile suonato anche lei e spiace osservarlo, perché l’uomo Mauro Coruzzi che si nasconde sotto quei chili di trucco è un grande conduttore, menava fendenti all’aria con la parrucca floscia e di sghimbescio, mentre Lemme le riversava addosso una gragnuola di insulti a sfondo sessuale in totale libertà. Con questo, non intendo invocare la censura o chiedere interventi giacobini perfino contro un tipo come Lemme, che chiunque dovrebbe essere in grado di inquadrare e giudicare da sé. Il Foglio, come sapete, non nutre interesse per queste attività restrittive, al punto che nel febbraio del 2011 inscenammo una manifestazione contro “il neo puritanesimo ipocrita” che mirava a trasformare Silvio Berlusconi da premier a eterno imputato sventolando mutande al Teatro Dal Verme con qualche centinaio di intolleranti all’intolleranza come noi. Libertà di espressione non significa però libertà di insulto o di incitazione al razzismo sessista, per cui davvero non capisco perché si debba accettare che un tipo come Lemme, o come chiunque altro si intende, debba piazzarsi la domenica pomeriggio davanti alle telecamere per predicare l’inferiorità mentale femminile, che è poi la solita teoria di Moebius vecchia di oltre un secolo e platealmente smentita dai fatti, ma che di questi tempi, e diffusa in questi modi, risulta ancora potenzialmente pericolosa. Che poi si possano insultare le donne in un programma condotto da una donna senza che questa intervenga per troncare e condannare con decisione, e non per pura forma, com’è accaduto a “Domenica Live”, è per me, e credo per molti altri, un mistero, o forse la ragione ultima di questa televisione ultra-trash, grufolante, pronta a rotolarsi nel fango che lei stessa ha prodotto e disposta perfino alla propria dissoluzione, cioè al rigetto da parte del pubblico, per un ultimo pugno di ascolti.

 

Nel giro di una settimana, cioè da quando è partita la programmazione autunnale sulla quale si fanno e si disfano le carriere e il ritorno di Pippo Baudo al timone della domenica di Raiuno deve aver dato qualche preoccupazione alla D’Urso, considerata la fascia di età del pubblico che si trova davanti alla televisione la domenica pomeriggio, siamo riusciti a polverizzare ogni record, dimostrando coi fatti la totale estraneità di buona parte della nostra forza lavoro televisiva alla tematica del politicamente corretto che a tanti di noi sembrava opprimente e invasiva, un fardello di cui liberarsi al più presto. Anni a zampettare guardinghi attorno alla liceità del sostantivo “ministra” e alla correttezza del termine femminicidio, ed ecco il pugile che stende letteralmente la questione con l’uppercut mancato alle ultime Olimpiadi: la femmina traditrice dev’essere “lasciata lì morta”. Puoi togliere il delitto d’onore dall’ordinamento giuridico, ma per levarlo da quello mentale di intere generazioni di maschi, anche occidentali, perfino usi a mescolare preparati e pozioncine come Lemme, ci vorranno secoli. Il ghigno del satiro è lì, pronto a saltar fuori, a rompere l’involucro delle buone intenzioni al primo afrore di spogliatoio e, nel caso di Russo, di un uso di mondo troppo recente per essersi sedimentato.

 

Si dirà che il problema è all’origine, che dai Dulcamara delle nostre intemperanze alimentari e da un pugno di disgraziati alla deriva, sull’orlo dell’oblio mediatico quando non già dimenticati, sia difficile attendersi qualcosa di diverso e che perfino Fiorello abbia osservato come, dopo una settimana di detenzione nella “Casa”, non risponderebbe più delle proprie azioni. Lui, però, nella Casa non ha bisogno di farsi rinchiudere, e infatti non ci va. Come non ci va chi crede di avere un’alternativa, di potersi far valere per abilità diverse oltre a quelle dell’intrigo e della nudità velata. Qualche giorno fa, Lia Celi osservava su Lettera43 come il M5s abbia convogliato fra le proprie fila gran parte della popolazione giovanile che quindici anni fa cercava l’occasione della vita al “Grande Fratello”, e che oggi la trova grazie a “Grande Nonno Beppe Grillo”: ma se il partito dei grillini ha consentito di liberare la casella dei reality, lasciandola a chi ha “un bisogno davvero disperato di trovare un lavoro in televisione”, e cioè la gente della televisione, è ormai evidente come questa disperazione si traduca in un’ansia da prestazione davvero eccessiva, che ormai ingenera nello spettatore una sensazione di disagio.

 

Confesso di trovarmi in imbarazzo: ho esaurito il lessico per definire questa nuova deriva del racconto popolare televisivo. La metafora del circo (“il circo televisivo”, il “circo mediatico”) poteva funzionare ai tempi di Andrea Barbato: forse qualcuno ricorda ancora la sua tv e di certo molti la troverebbero noiosa. La tv “cattiva maestra” è uscita dal linguaggio comune e perfino dai programmi dei corsi universitari, insieme con l’omonimo saggio di Karl Popper di cui Amazon risulta avere un buon numero di copie usate in vendita e un’ultima edizione datata 2011. Va esaurendosi anche il gradiente della televisione “spazzatura”, o trash come venne definita all’epoca dei primi reality e dei salotti pomeridiani nati sul successo del format “Pronto Raffaella” e delle sue lacrimose affettuosità televisive, le “carrambate” ormai assurte a paradigma. Ma ormai anche questo termine sembra usato, abusato, del tutto inadatto. Da più parti, infatti, si inizia a definire questa che stiamo (sempre meno) guardando, come “la tv porcina” e un po’ me ne dispiace, essendo i maiali animali assolutamente puliti e costretti a vivere nel proprio lerciume per colpa nostra. Non è una bella immagine, né da raccontare né, tantomeno e sempre nell’ottica dello storytelling positivo che si nutre soprattutto di simboli, da proporre e da diffondere.

 

E’ una preoccupazione che non tocca solo gli italiani. In Francia, il politologo Dominique Moisi, fondatore dell’Institut Français des rélations Internationales, editorialista del Financial Times e di Les Echos, ha da poco pubblicato un saggio che analizza le ragioni per le quali le serie come “Game of Thrones” o “House of Cards”, ma in generale tutta la programmazione televisiva di successo nel mondo, abbia iniziato a calcare la mano su una serie di emozioni e di comportamenti negativi da cui un tempo si teneva lontana, ipotizzando che a dominarla sia la paura. La paura del diverso, fosse pure la donna che ci dorme a fianco ma di cui non vogliamo riconoscere il diritto all’autodeterminazione, la minaccia a un ordine presunto, rappresentato dall’affermazione della diversità sessuale, e naturalmente la paura dell’immigrato. La geopolitica dell’emozione, emozione positiva in Asia grazie alla crescita economica, negativa nel mondo musulmano, di puro terrore nell’Europa occidentale, una volta filtrata nelle sceneggiature diventa messaggio e luogo di dibattito condiviso come non è mai stato fino a oggi. Di fatto, ipotizza Moisi, le serie televisive, e molta della sua programmazione comune, dibattiti compresi, si sono trasformati in fonti di ispirazione utili agli stessi politici per tastare l’umore dell’elettorato, oltre che il modo migliore per far passare in immagini e per slogan un messaggio forte a un pubblico incapace di seguire un’analisi sofisticata o non interessato a farlo. Perché entrare nel dettaglio di un argomento complesso quando una minaccia vale più di mille parole, vedi lo spettro dell’assistenza sanitaria agitato a favore della Brexit o vedi, appunto, l’immagine di una donna stesa a suon di pugni perché ha pensato di rendere l’offesa per un tradimento con la stessa moneta.

 

Serie televisive violente, tv trash o porcina che dir si voglia, giocano entrambe sul pericoloso crinale che separa l’imitazione dall’esorcismo: resto choccato da qualcosa che avevo intenzione di fare ma che proprio per averlo visto non metterò in pratica. Oppure, modello il mio comportamento su quanto ho appena visto in televisione. Perché “l’ha detto la televisione”. Per chi sceneggia questi spettacoli, è una grossa responsabilità. Con una sostanziale differenza, però, fra chi si occupa di serie televisive, di fiction in cui l’uso del costume e la creazione di situazioni esasperate aiuta anche lo spettatore più sprovveduto a prendere le distanze da quanto scorre sullo schermo, e chi determina gioco e mosse dei reality o guida i dibattiti televisivi, dove questo filtro è quasi inesistente e l’apparenza della realtà è la ragione ultima della loro esistenza.

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