Éric Zemmour, nemico pubblico

Gli islamisti lo vogliono morto, i giornali alla sbarra, i socialisti interdetto e in Italia nessuno lo pubblica. I suoi saggi vendono più dei romanzi del Nobel Modiano. Da noi lo pubblica soltanto una piccola casa editrice, la Enrico Damiani. E’ stato paragonato a Charles Maurras, il grande letterato scomunicato dalla chiesa e morto da rinnegato dopo la condanna.
Éric Zemmour, nemico pubblico

Ovunque va, Éric Zemmour fa sempre il tutto esaurito. Al magazine Causeur ha appena detto dei terroristi islamici: “Rispetto le persone disposte a morire per ciò in cui credono”

Più i suoi libri dichiarano che la Francia è morta e sepolta, più salgono vertiginosamente in alto nelle classifiche delle vendite. E’ il nemico pubblico numero uno, eppure il suo volto lo trovi ovunque ogni mattina: LCI, TF1, iTélé RTL, France2, France3, TV5, M6, BFMTV, Euronews, Arte, la prima pagina del Monde, la copertina dell’Express e del Point, la sezione editoriali di Libération. E, ogni volta, è per uccidere il conformismo. E’ febbrile, appassionato, fragile, violento, perseguitato che diventa persecutore. E’ Éric Zemmour, il polemista più controverso, venduto e discusso di Francia. I suoi saggi vanno più a ruba dei romanzi del premio Nobel Patrick Modiano. Libération ha appena pubblicato una tribune contro il polemista del Figaro intitolata “Deradicalizzare Zemmour”, il Partito socialista ha chiesto di annullare una sua conferenza a Marsiglia e il Collettivo contro l’islamofobia ha invocato il suo licenziamento da Rtl. Normale amministrazione per questo “petit juif”, il piccolo ebreo che ha sconvolto il mondo delle lettere parigine.

 

Ma chi è Zemmour? Un opportunista che ha trovato la sua nicchia per vendere ed esistere, oppure una Cassandra che sbatte in faccia alla Francia le verità più scomode? Le organizzazioni islamiche e quelle della sinistra antirazzista lo hanno trascinato in tribunale, i fondamentalisti islamici lo hanno minacciato di morte e costretto a girare con la scorta dopo la strage a Charlie Hebdo, i goscisti gli hanno tolto una rubrica radiofonica (con il concorso del Corriere della Sera che lo intervistò), i ministri socialisti hanno sconsigliato di leggere i suoi libri in quanto sarebbe un “cripto lepenista” e il Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli (Mrap) e il Club Averroes (associazione di professionisti dei media per promuovere la diversità) hanno presentato esposti contro di lui al Consiglio superiore dell’audiovisivo, l’authority francese per radio e tv.

 

Zemmour non è sempre stato “di destra”. La sua preferenza andò a Mitterrand nel 1981 e nel 1988. L’anno dopo ruppe con la sinistra sul velo islamico a scuola. E’ lo stesso che qualche mese fa ha criticato il ministro della Giustizia, Christiane Taubira, per non aver cantato l’inno nazionale, la Marsigliese, a una commemorazione per l’abolizione della schiavitù. Tutta la storia di Zemmour e della sua famiglia è l’opposto del “diritto alla differenza” cantato oggi dalla gauche. Per questo Zemmour difende ferocemente l’assimilazione totale degli immigrati che devono abbandonare la loro cultura originaria. Di umile famiglia ebraica di “piedi neri” venuti dall’Algeria, Zemmour ogni volta sciocca il pubblico. In una intervista di copertina col mensile Causeur, si è appena rifiutato di qualificare i terroristi dell’Isis come “menti deboli”, prima di lasciarsi andare: “Io rispetto le persone disposte a morire per ciò in cui credono”.

 

“Duecentomila aborti all’anno, cifra costante dalla legge Veil del 1975: trentacinque anni, cioè sette milioni di persone”, ha detto un’altra volta Zemmour in radio. “La popolazione francese sarebbe aumentata da 65 a 72 milioni di abitanti, vale a dire molto più della Germania e dei suoi 80 milioni di abitanti”. E’ solo una delle sue tante affermazioni che hanno fatto scalpore. Come quando scrisse, in “Malinconia francese”, che “oggi, nelle periferie francesi, molte famiglie musulmane proibiscono ai loro figli di parlare francese, la lingua del demonio”. O come quando annunciò, in “Optimum”: “Più invecchio, più penso che i nostri antenati erano meglio di noi! A parte la medicina e la tecnologia, non vedo molti progressi”.

 

Editorialista del Figaro, tre anni fa Zemmour pubblicò “Il suicidio francese” (Albin Michel in Francia) sul declino del suo paese dopo la morte del generale De Gaulle. Un libro attorno al quale in Italia hanno levato gli scudi le case editrici mainstream, tanto che è stato un piccolo e combattivo editore, Enrico Damiani, a portarlo nelle nostre librerie. Da allora, Zemmour ha trascorso metà del suo tempo a raccogliere premi e l’altra metà a difendersi in tribunale. Zemmour spara su tutto ciò che non si muove. Non distingue più, a differenza di tanti altri intellettuali della destra francese.

 

“L’islam è incompatibile con la laicità, incompatibile con la democrazia, incompatibile con il governo repubblicano”, ha appena scritto nel suo nuovo libro, “Un quinquennat pour rien”, una bordata contro il suo ex professore di università, il presidente Hollande. “L’islam è incompatibile con la Francia”. Il suo approccio è originale. Parte da una canzone o un film per sezionare i passaggi principali che hanno segnato gli ultimi decenni. Come un concerto dei Rolling Stone trasmesso dalla radio e che Zemmour commenta così: “Le frontiere erano condannate dalla tecnologia e dall’Europa”. O il tono dei programmi tv che si fece “insolente, edonista, individualista. La lingua era destrutturata come l’abbigliamento; il darsi del tu di rigore”. O Canal+, definito da lui “il canale dell’odio per sé, dell’odio per la storia della Francia; il canale della decostruzione del romanzo nazionale”.

 

“Con un osso, Éric ricostruisce un dinosauro”, ha detto il suo collega, Éric Naulleau. E ha aggiunto con un sorriso: “E’ il segno dei grandi ideologi e dei grande paranoici”. Anche per questo Franz-Olivier Giesbert, che ha mosso i primi passi al Quotidien de Paris con Zemmour, sottolinea il lato “celiniano” del collega. Altri lo paragonano a Charles Maurras, il grande scrittore fondatore dell’Action française, addestrato alla letteratura da Anatole France di cui era segretario, il razionalista puro che non vedeva altra salvezza per la Francia che una entità autoritaria che si allacciasse alla tradizione cattolica e conservatrice, che esaltava Pio X come “salvatore della Francia” per la sua condanna del Sillabo. Viene in mente un giudizio su Maurras di Georges Bernanos (che era stato un tempo suo seguace): “Egli odia il pensiero altrui di un odio carnale che, per una contraddizione commovente, ha la potenza e il movimento dell’amore”. Non c’è definizione migliore per Zemmour.

 

La sua conoscenza della cultura francese, soprattutto del XX secolo, è ampia e profonda. La sua scrittura ha pochi uguali nel giornalismo francese. Quando la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo gli fece causa, Zemmour scrisse loro una lettera: “Questa non è una lettera di scuse ma una lettera di spiegazione. In questa storia, sono vittima di alcune associazioni che vogliono farmi la pelle”. Non è un pensatore. Piuttosto un avido lettore che aggrega conoscenze per creare un corpus ideologico. Qualcuno lo ha definito “nazionalista repubblicano”. Le stazioni radio e tv sono in lotta per averlo. Zemmour attira. Lo accusano di cercare capri espiatori, come l’Europa, le élite o gli stranieri.

 

A RTL non tutti erano felici di offrirgli una piattaforma mattutina sulla prima radio del paese. “E’ una personalità iconoclasta, uno spirito originale che brilla sia in analisi politica sulle questioni sociali, pur avendo una profondità storica”, afferma Christopher Balzelli, presidente di RTL. A vent’anni, Zemmour si ritrova nel giornalismo quasi per caso. Si è appena laureato a Sciences-Po e va a lavorare per una agenzia di pubblicità. Si annoia, ma il suo datore di lavoro trova la sua scrittura immaginifica e colta. Attraverso di essa, Zemmour entra in contatto con il proprietario del Quotidien de Paris, Philippe Tesson, che lo definirà “un assolo formidabile”. Quando si unisce alla redazione del Figaro, la sua penna fa scintille. Dedica il primo libro a Jacques Chirac e Claude Chirac chiede la sua testa. Non la otterrà. Altri la cercheranno.

 

Nel 1997, Zemmour ha pubblicato “Il colpo di stato dei giudici”, pamphlet contro i “giustizieri senza macchia e senza paura”, incurabilmente malati di protagonismo: sono i giudici istruttori, colpevole secondo lui di “volersi erigere a potere” e di costituire una vera minaccia per la democrazia moltiplicando le inchieste su politica e affari. “Lo stato ha smesso di occuparsi dell’economico e del sociale – afferma Zemmour – ma la natura ha orrore del vuoto, e allora nella breccia si sono subito infilati i giudici”. Il libro non piacque ai diretti interessati: “Ne abbiamo abbastanza di queste cose”, rispose il presidente dell’associazione dei giudici istruttori, Jean-Michel Gentil.

 

Nel 2006, Zemmour pubblica “Le premier sex” (Denoël). “Lascio il giornalismo politico ed entro in un mondo di polemiche”, aveva detto. I suoi nemici gridano alla misoginia. E’ uno dei pochi intellettuali conservatori che buca lo schermo. “Capisco l’uso del cosiddetto intrattenimento televisivo fatto dalla sinistra per indottrinare le masse”, dirà. “Decido di usare il sistema contro il sistema”. E’ un paradosso vivente, Zemmour, il prodotto del microcosmo parigino diventato l’araldo di una Francia profonda, bianca, cattolica. Nato a Montreuil (Seine-Saint-Denis) nel 1958, figlio di un paramedico (Roger) e di una casalinga (Lucette), da ragazzo divora Albert Camus, un francese algerino come lui. E’ di sinistra, Zemmour, salvo un giorno accusare la gauche di “distruggere le istituzioni tradizionali: la famiglia patriarcale, la scuola repubblicana, la chiesa”.

 

Zemmour ossessiona da anni il pubblico con la morte del padre, la fine di una società tradizionale, gerarchica, morale. Ritiene che la guerra si vince sul campo delle idee. “Gramsci è il mio modello”, afferma il giornalista citando il teorico italiano. Tanto che oggi in tanti parlano di “zemmourisation” della società francese. Lui, gollista e bonapartista, ritiene che “la brasilizzazione ci minaccia: la segregazione razziale, miliardari a bizzeffe e l’impoverimento della classe media”. A ogni sua conferenza raccoglie un pubblico di almeno cinquecento persone assiepato per ascoltare lui, solo contro tutti, eroe solitario in una Francia a decomposizione avanzata, martire della causa conservatrice.

 

Secondo l’editore Pierre-Guillaume de Roux, “se non fosse stato ebreo, Zemmour sarebbe già morto”. Sposato a Mylène Chichportich, avvocato, Zemmour educa i figli all’amore per la Francia, più che dell’ebraismo. Dà loro nomi rigorosamente francesi. Fino agli anni Sessanta, i nomi dei francesi dovevano essere quelli presenti sul calendario. Nel 1993 una legge stabilì che il nome del bambino venisse scelto dai genitori. Per Zemmour la legge è il passaggio “dall’assimilazione al multiculturalismo”. Risultato? “In molte città francesi Mohamed diventò il nome più diffuso all’anagrafe. Un primato che suonava come una promessa di dominio e di conquista”. Respinto dall’intellighenzia ebraica (ha fatto scandalo un suo invito alla Grande Sinagoga di Parigi), il polemista del Figaro è diventato negli ultimi anni “l’idolo del piccolo popolo ebraico”, nelle parole di Olivier Pardo, avvocato di Zemmour, l’intellettuale che mette a disagio e il cui successo aggrava quel disagio.

 

Jean-Christophe Cambadélis, primo segretario del Partito socialista, non ci sta a dargli la patente del profeta: “Se avesse scritto queste cose nel 1970, sarebbe un visionario. Oggi è un fotografo”. Ma di quelli di cui nessuno sembra poter fare a meno. La Francia non è più un impero, è un paese di medie dimensioni con un altissimo livello di vita. Non è più il centro culturale del mondo, ma rimane tra i primi venti paesi in quasi tutte le misure di indice di sviluppo umano della Banca mondiale. L’invecchiamento della popolazione, il calo della natalità, la crescita più lenta, l’atteggiamento più scettico nei confronti dell’autorità, la maggiore uguaglianza di genere  sono tutte caratteristiche tipiche delle società post-industriali avanzate, non solo della Francia.

 

Per questo, molti non capiscono che diavolo vada cercando questo Zemmour. Il suo progetto per la Francia domani? Quello di ieri. Ma se, al netto di tutto, il “petit juif” che ha annunciato che “è tempo di decostruire i decostruttori”, avesse ragione nel dire che la Francia è apparentemente prospera ma “marcia dall’interno” e che la sua ricchezza è una maschera per il decadimento interiore? Sappiamo come finì Charles Maurras. Nel 1926 la chiesa, che temeva di essere confusa con un movimento cattolico che adorava la patria come una divinità, condannò l’Action française, mise all’indice i libri di Maurras, rifiutò i sacramenti ai suoi lettori e le esequie religiose ai membri del movimento. Maurras si schierò con Pétain, venne condannato a vita dopo la guerra e rinchiuso nella prigione di Riom. Fu graziato nel 1952 e morì poco dopo, solo, in una clinica a Tours. Il destino della “bète noire”, la bestia nera dei benpensanti.

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