Dove la storia continua

Il nuovo romanzo di Piperno racconta la vita, la delusione e la tragedia: al centro di noi stessi. Ci sentiamo migliori, ci sentiamo incompresi, e saltiamo con disinvoltura dal ruolo di vittima a quello di carnefice, scegliamo di volta in volta di pattinare sopra gli esseri umani o di diventare la carne viva su cui si concentrano tutti colpi della crudeltà e dell’indifferenza degli altri.
Dove la storia continua

Lui le dice: “Tu non molli mai, eh?”, come nel film impossibile da non amare, “Come eravamo”, come Robert Redford a Barbra Streisand

L’immagine che abbiamo l’uno dell’altro. Tutti quegli strati di incomprensioni, di distrazioni profonde. E l’immagine che abbiamo di noi stessi: presuntuosa, intatta, vana. La certezza che tutti abbiano torto tranne noi. “Ma noi tiriamo dritto e viviamo di queste immagini”, scrive Philip Roth in “Pastorale americana”. Lei è così, lui è così, io sono così. Ognuno vive al centro di se stesso e dei propri insuccessi, ma pensando agli errori degli altri, all’insufficienza dei padri, dei figli, degli amanti, elencando gli errori, le mediocrità, i danni. Nemmeno le persone che amiamo di più si salvano dal nostro giudizio tagliente, anche quando non c’è nessun altro di cui ci importi così tanto al mondo, nessuno che dia più senso al nostro aspettare. Ci sentiamo migliori, ci sentiamo incompresi, e saltiamo con disinvoltura dal ruolo di vittima a quello di carnefice, scegliamo di volta in volta di pattinare sopra gli esseri umani o di diventare la carne viva su cui si concentrano tutti colpi della crudeltà e dell’indifferenza degli altri.

 

Mascheriamo la nostra fragilità con il sarcasmo, con uno sfoggio di disillusione, e balliamo sull’orlo del precipizio, spesso ben vestiti e con un bicchiere in mano, come fanno i personaggi di questo nuovo romanzo di Alessandro Piperno, “Dove la storia finisce” (appena uscito in libreria per Mondadori), in cui la storia di due famiglie romane si intreccia sia nel destino sia nelle minuscole rappresaglie quotidiane, nella rincorsa di una felicità sempre un po’ stanca, esausta, di seconda mano, ma in cui ognuno offre quello che ha da offrire: la propria morale borghese, oppure una finta ribellione, la propria inaffidabilità, il fallimento, un figlio, un nuovo inizio, la fuga. O semplicemente, come Federica, che è forse l’eroina di questo romanzo insieme tragico e allegro, severissimo e affettuoso, pieno di tenerezza per le meschinerie e gli egoismi dei suoi personaggi: lei aspetta qualcosa di buono, con fiducia, con l’ostinazione romantica di non arrendersi all’infelicità, e di adattarsi, aspettare il momento del riscatto, accarezzarlo, accettare tutto il pacchetto delle imperfezioni della vita e dei suoi sconquassi con l’attesa.

 


Alessandro Piperno (immagine Youtube)


 

Federica è il primo personaggio del romanzo di Alessandro Piperno, eccola nella prima pagina mentre si descrive come un ripiego accettabile per vedovi, divorziati, single di lungo scorso. A quarantanove anni sta aspettando l’ex marito, al quale non ha mai chiesto il divorzio: lui sedici anni prima è fuggito in California, perché inseguito dai creditori, e non è più tornato, fino a oggi. Matteo Zevi è l’uomo irresponsabile che è partito all’improvviso lasciando tutti i membri della sua famiglia alle prese con se stessi e con il vuoto caotico lasciato da lui, padre di due figli da due matrimoni diversi, alcune mogli in più rispetto al giorno della fuga, niente soldi in tasca, una grande passione per gli accappatoi bianchi da usare dopo la doccia, nessuna attenzione agli sbagli commessi, nessuna memoria per il nome del marito della figlia (Come sta Vincenzo? Chi è Vincenzo? Volevo dire Lorenzo).

 

Federica, a dispetto delle sue qualità, lo ama ancora, lo aspetta, non si è mai tolta la fede, non si è mai più accesa per nessun altro. Lo aspetta e al suo arrivo, con due ore di ritardo, lo abbraccia, “e abbracciandolo si sentì avviluppare da una tale messe di vita da esserne quasi sopraffatta”. Le basta che lui sia lì, che sia lui, non le importa di niente altro, non le importa di suo padre giudice della Corte costituzionale e pieno di aspettative morali e di disprezzo per la cazzonaggine, non le importa dei motivi, delle altre mogli, dei problemi sempre più evidenti di sua figlia Martina con il marito e con la vita. Vuole solo ritrovare il suo grande amore ammaccato scemo e invecchiato, cialtrone, bagnato dalla pioggia, in ritardo, distratto, deludente.

 

Lui le dice: “Tu non molli mai, eh?”, come nel film impossibile da non amare, “Come eravamo”, come Robert Redford a Barbra Streisand, le dice una banalità in fondo, una frasetta da nulla, ma si rivela di nuovo l’uomo delle stelle, anche lui impossibile da non amare. “In effetti lei non mollava. Con che ottusità aveva perseguito il suo piano di vita, con che fatica aveva lottato per tenere assieme ciò che amava, anche se ciò che amava sembrava più incline a disgregarsi e confliggere. Se fosse stata una che si arrende non avrebbe concesso a chi l’aveva abbandonata all’improvviso di insinuarsi ancora in casa sua, indossare la vecchia pettorina, mettersi ai fornelli, bere il suo vino. Se fosse stata una che si arrende non avrebbe offerto all’uomo che le aveva insegnato cosa significa essere felici l’opportunità di renderla infelice ancora una volta, forse per sempre”.

 



 

E’ difficile parlare di questo romanzo senza accennare mai al finale, al momento in cui “la storia finisce”, o meglio viene modificata dall’irruzione violenta di una storia più grande che cambia il destino e i tormenti di tutti, ma è necessario farlo anche per apprezzare l’onestà, la sincerità di una storia che cammina lenta, dentro un’attesa, come tutti aspettiamo sempre qualcosa, come Federica aspetta il suo ex marito, come Martina aspetta la sua amica Benedetta, come Giorgio aspetta con fastidio la nascita di suo figlio. Lenta come è lenta la ricerca di un equilibrio, di un rimedio, e come è lenta la vita quando aggiungiamo una settimana all’altra, senza altro scopo che arrivare in fondo e tenere a bada il più possibile l’infelicità, la delusione. La tragedia (e la commedia) degli uomini impreparati alla tragedia, cioè la tragedia e la commedia di tutti. Nessuno è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi, tutti sono pronti a pagare i prezzi quotidiani della vita che scorre lenta, e a lamentarsene.

 

“Perché le donne sono sempre deluse dagli uomini? Questo proprio non riusciva a capirlo. Non aveva amici delusi dalle mogli, tutt’al più un po’ scoglionati. E invece non gli veniva in mente una sola moglie che, opportunamente sollecitata, non finisse per confessare la propria insoddisfazione per l’ignaro consorte. Due sono le cose: o gli uomini di norma sono più deludenti, o le donne si caricano di troppe aspettative”, pensa Giorgio, il figlio del primo matrimonio di Matteo Zevi, concentrato soltanto sul proprio locale alla moda, l’“Orient Express” e sulla repulsione per il padre, totalmente preso dalla paura di fallire, come ha già fallito lui, e stratificato in un risentimento impossibile da cancellare. Per via delle immagini che abbiamo l’uno dell’altro, per la facilità nel trovare i colpevoli e le mancanze, la difficoltà nel guardare le nostre, la fatica di agire, la comodità di reagire. “Sei talmente preso dall’odio che non trovi spazio per altro. Questa è la tua vita: lavoro e odio!”, dice a Giorgio la moglie incinta.

 

Lavoro e odio, e conversazioni come campi minati, e alla fine di un campo minato eccone un altro, e poi un altro ancora. Si chiama matrimonio, si chiamano relazioni famigliari, si chiama anche aver voglia di mandare all’aria tutto, e poi cambiare idea e tornare a casa, avere voglia di morire e poi sentire fortissimo il bisogno di restare vivi. Alessandro Piperno racconta con precisione gli atti di egoismo, i fraintendimenti e la lunga catena degli errori e delle speranze, anche della noia borghese sulle dune di Sabaudia, con le frasi sempre uguali, il piacere di distruggere un ambiente pur facendone parte (“Chissà perché i miei genitori amano riempirsi la casa di coglioni”) e il senso di superiorità costante, il modo collaudato di sentirsi comunque migliori.

 

Piperno usa a volte sprezzatura, ma anche indulgenza, divertimento affettuoso per una Roma non grandiosa né cattiva, solo smarrita, caotica, pigra, rovinata, sempre bellissima. Bancarottieri, suffragette, ragazzine viziate, giudici di leggendaria serietà che aspirano a sparire per magrezza dentro il completo di flanella, per mostrare al mondo di essere sempre nel giusto.
Dentro questo mondo che non capisce di essere stremato, Matteo Zevi, il bancarottiere traditore in fuga e perciò così amato, è in effetti una liberazione, una scarica di allegria ingiustificata. “Niente di ciò che aveva immaginato somigliava al sollievo che lo colse di fronte all’orinatoio di un cesso del Terminal 3 di Fiumicino. Come se solo allora, liberando la vescica, prendesse atto dello stato di allerta in cui aveva vissuto negli ultimi sedici anni”.

 

Matteo Zevi torna a Roma, con i suoi bypass coronarici e le disavventure addosso, e trova conforto, e noi con lui, subito, nella latteria di via Poerio, quella in cui violava il digiuno del Kippur da piccolo. Latte macchiato, cappuccino e cornetti con l’amico di sempre che non l’ha mai abbandonato, che non ha mai abbandonato i suoi figli in sua assenza, come una madeleine delle cose più rassicuranti, più gentili e semplici, che dicono agli uomini che cos’è una casa, che cos’è ritornare a casa e ricordare la propria fortuna, dissipata o perduta non importa più.

 

La storia di Matteo Zevi ricomincia con questo ritorno a Roma, attraverso l’orinatoio dell’aeroporto, per l’improvvisa fortuna della morte del suo creditore usuraio. Quindi ancora una volta per uno zoppicare dell’esistenza, qualcosa di persino buffo, come lo stuzzicadenti vero o immaginato che si infila nella gola di suo figlio Giorgio e gli fa trascorrere la notte al pronto soccorso, come l’ubriacatura pazza di Martina in un autogrill, come la cecità di suo marito Lorenzo, che non si rende conto di quel che sta accadendo al loro matrimonio. “E’ sorprendente la resistenza al sospetto di un certo tipo di mariti belli. Sbalzi d’umore, sabotaggi, insofferenze, potevano significare una cosa sola: Martina si era invaghita di un altro e ci andava a letto. Il fatto che l’altro fosse un’altra e che non ci andasse a letto tutto sommato non aveva importanza. L’essenziale era l’incapacità di Lorenzo di chiudere il cerchio. Nessuna donna, neppure la più sicura di sé, avrebbe eluso l’evidenza con altrettanta ottusità”.

 

E come il rifugiarsi di Giorgio nella cella frigorifera del suo locale, con il pretesto di inventariare i quarti di manzo appena consegnati, per esaudire un desiderio di ibernazione, di sparizione. Tutti i personaggi di “Dove la storia finisce” zoppicano, ognuno per conto proprio, aspettano, sono in vari modi umiliati dall’esistenza, dagli appuntamenti saltati, dalle persone sparite, dall’insoddisfazione, anche dalla verità. “Perché non hai mai chiesto il divorzio?”, chiede la figlia arrabbiata alla madre che per tutta la vita si è tenuta lontana dai conflitti. “Perché non pretendo il divorzio? Perché non l’ho mai preteso? Perché non lo pretenderò neanche stavolta, dopo l’ennesimo affronto?”.

 

Ed ecco che la madre, l’eroina, Federica Zevi che in sedici anni non si è mai tolta la fede si dà, poco prima che la storia finisca, poco prima che tutto cambi per sempre, all’improvviso, prima che quelle vite siano spezzate fra il prima e il dopo, la risposta più sincera e triste e limpida che si possa avere: meglio amare l’uomo sbagliato per tutta la vita che non amare nessuno. Ecco, in quella frase piccola, la coincidenza miracolosa fra l’immagine che abbiamo di noi stessi e ciò che davvero sentiamo, fra la nostra indulgenza e la verità, quando esiste.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi