Da Roma a Hollywood

Arte come performance. Mostra e pure film, “Los Feliz” è l’invettiva di Edgar Honetschläger contro le promesse dell’eterna giovinezza. Al Macro, accanto alle opere di Rachel Howard
Da Roma a Hollywood

Edgar Honetschläger, fotogramma dal film 2: il momento in cui i sogni diventano realtà.

Un’attrice, Yukika Kudo, mimando la divinità shintoista giapponese Kaya, è a bordo di una vecchia Mercedes Benz di colore blu e si allontana lentamente al sorgere del sole che non fa altro che esaltare la romana via della Conciliazione su cui spicca l’inconfondibile cupola di San Pietro. Nella scena successiva, un gruppo di tre cardinali, posizionati uno sull’altro come fossero una torre umana, proiettano un’immagine su uno schermo arrotolato e guidano la ragazza e gli altri due protagonisti – Philippe Spall (il diavolo) e Pauline Acquart (Lydia) – attraverso il continente americano disegnato e dipinto. C’è chi cerca la fama senza ottenerla, chi cerca l’amore senza essere in grado di provarlo e c’è chi desidera la profondità. Inizia così “Los Feliz”, il lungometraggio dell’artista e regista viennese Edgar Honetschläger, un dialogo speciale tra arte e cinema che è un’invettiva contro il simbolismo occidentale e contro l’uso dell’ideale dell’amore e dell’eterna giovinezza quale antidoto all’incertezza esistenziale contemporanea. Il paesaggio del film è dato proprio da quegli enormi dipinti che fanno da sfondo e che sono stati realizzati grazie a una macchina appositamente costruita, capace di creare così l’illusione di un’auto in corsa attraverso i tipici paesaggi americani. Partendo da quella gigantesca macchina per gli sfondi, è stata realizzata l’omonima mostra ospitata fino al 18 ottobre a Roma, nei grandi spazi del Macro a Testaccio. L’installazione, a cura di Mauro Codognato, attirerà subito la vostra attenzione e vi conquisterà non appena metterete piede nel nono padiglione che la ospita, perfetto per un progetto del genere. Una volta dentro, la sensazione è quella di essere in un altro film, ma questa volta di David Lynch, grazie a quel senso di mistero e a quelle atmosfere oniriche con luci scure o quasi inesistenti in cui il surreale e l’immaginario vanno di pari passo. Dalle frasi senza senso sui cartelli posti a inizio percorso – “è un bel giorno”, “puoi farcela”, “hai talento” “sei un genio”, grandi generatori di autostima – fino alla lunga strada senza segnaletica stradale (come in “Lost Highway”, “Strade perdute”, suo film cult del 1997), la stessa che vi condurrà fino alla macchina blu del film che spicca sullo sfondo – è impossibile non pensare al regista americano.

 

Durante la piacevole passeggiata, sulla destra noterete “Montagne”, mentre a sinistra c’è “New York”, due opere di grandi dimensioni (quattro metri per sedici), realizzate da Honetschläger nel 2014. Seguono quadri di dimensioni più piccoli in grafite in cui è il bianco e il nero a prevalere: in un paesaggio del bosco, su una finestra con le grate o su una porta blindata, queste ultime due in netto contrasto con l’ambiente esterno che ritroviamo in altre tele, in un gruppo di acquerelli che riproducono una particolare Statua della Libertà, i tralicci delle luci, ponti e autostrade, quelle trafficatissime, tipiche di Los Angeles, dove si procede sempre a passo d’uomo. Si tratta di rappresentazioni iconografiche della “terra delle opportunità”, dei dipinti giapponesi a inchiostro (in totale sono diciotto) realizzati da Honetschläger – che con i suoi lavori è stato a Documenta X e ai festival del cinema di Berlino e di Cannes – in tre anni di lavoro. Nulla in confronto ai quindici anni spesi per portare a termine l’intero progetto, “perché sono sempre voluto andare alla ricerca del dettaglio, di quello che non c’era e che andava trovato prima che mostrato”, come spiega al Foglio. “Il cristianesimo è l’unica religione ad aver fatto dell’immagine la fonte principale del proprio potere”, precisa. “Partendo da questo presupposto, ritengo che tutti quelli che creano le immagini, dominino il mondo”. Non è quindi un caso se nel film, come nella mostra, Roma – la Città eterna – e Los Angeles – quella in cui la protagonista è diretta per cercare di diventare attrice – nonostante siano distanti migliaia di chilometri, in realtà sono più collegate e unite che mai, essendo due città simbolo della produzione e della manipolazione di immagini, con la Città del Vaticano (la prima) e Hollywood (la seconda). “Per quindici anni ho indagato il complesso rapporto tra creazione dell’immagine dominante occidentale e il controllo del mondo e ho capito che esiste una forza che tende a sfidare questa supremazia dell’occidente, quella che ho cercato di mettere nelle mie opere”, ci spiega. Come il libro della Genesi, anche il lungometraggio – e la mostra in questione che ci fa vedere anche il suo lungo e attento making of – ha una struttura divisa in sette giorni: oltre al primo (a Roma) e all’ultimo (a Los Angeles), come già ricordato, negli altri cinque il viaggio da est a ovest dei protagonisti ritrae un’America bidimensionale, in bianco e nero, che rielabora l’iconografia classica dei road movie statunitensi.

 

Presentato per la prima volta al 21er Haus/Museum Belvedere di Vienna, “Los Feliz” (mostra e film, un tutt’uno: da adesso non lo ripeteremo più) è in effetti un road movie, il primo della storia a essere stato girato in uno studio, uno di quelli che tende spesso al noir e che riesce a racchiudere in un solo posto – in questo caso, un’unica stanza – la vastità del continente nordamericano. Una fiaba speciale che è commedia e allo stesso tempo tragedia, “una di quelle che delinea con umorismo e ironia una caricatura dell’onnipresenza dell’immaginario occidentale e dei film hollywoodiani nel mondo, senza mai tralasciare di prendersi gioco di se stessa, dell’illusione dei film e di alcuni loro generi canonici”, come ha spiegato il curatore. Tutto si svolge a Los Feliz – la regione centrale di Los Angeles, ai confini di Hollywood, nota per dimore milionarie abitate da celebrità anche loro ricchissime – ed è lì che sarete trasportati (almeno con il pensiero) una volta che visiterete anche voi quel grande padiglione. L’artista-regista ha deciso di lavorare di prospettiva, rendendo il pubblico soggetto e non oggetto della visione, in una realtà scevra dallo stereotipo della felicità nella sua ingannevole perfezione. Il passaggio dal buio alla luce della California non è poi così scontato o immediato e a ben guardare, quella città tanto desiderata dalla protagonista – una metropoli dove non esistono le stagioni, dove il cielo è sempre azzurro e dove gli irrigatori zampillano gioiosi e i giardini sono ben curati – non è poi così paradisiaca come sembra. “Ogni volta che si guarda fuori dalla finestra, niente sembra mai cambiare”, ci spiega Honetschläger. “L’unica cosa che cambia siamo noi e pertanto, l’immutabilità di Los Angeles, non può includere gli esseri umani, ed è proprio per questo che l’industria della bellezza domina sugli abitanti di questa città”, aggiunge questo artista originario di Linz, in Austria, ma che nel corso della sua vita ha passato diversi periodi negli Stati Uniti, in Giappone, in Italia e in Brasile. “La promessa dell’eterna giovinezza è programmatica e i film di Hollywood diffondono da decenni questa ideologia nel resto del mondo”.

 

Sempre nello stesso spazio, non perdete poi la mostra “Paintings of Violence (Why I am not a mere Christian)” di Rachel Howard, un’installazione composta da dieci dipinti e una scultura che dopo Roma voleranno negli Stati Uniti dove saranno esposti per la prima volta presso il MASS MoCA, in Massachusetts. L’artista inglese prosegue la sua ricerca sulla religione, sulla morte e sulla violenza, “in particolare quella violenza calma, controllata e pianificata”, precisa Codognato, curatore anche di questa mostra che, come la precedente, potrà essere visitata fino al 18 ottobre. La scelta del titolo proviene da una lettura del 1927 di Bertrand Russell – “Why I Am Not a Christian” – cui l’artista aggiunge l’aggettivo mere (puro e semplice) dopo aver letto l’opera teologica di C.S. Lewis, “Mere Christianity”. Nelle loro dimensioni, ognuno riproduce l’altezza dell’artista e l’apertura delle sue braccia: come fossero un monito oltre che uno spunto di riflessione, alcune tele si fanno rosso sangue grazie all’utilizzo di una riga a T che rievoca il crocifisso e che macchia la tela pittorica, tamponata con gli asciugami “macchiati della violenza”, “diventando così il simbolo della religione stessa, con i suoi errori e miopie”. Tra questi, spicca “Tongue and tooth” (2016), cui segue “Symptoms and side effects”, dove il rosso condivide lo spazio con il giallo, a suo modo affascinante come “Salt Words” – che come gli altri (“Circle Square”; “Needs Versus Wishes”; “Wood for Trees” e “If It Looks Like This”), ha gli stessi colori di un tappeto gabbeh. Il più ipnotico? Sicuramente “North”(2013), che per via di quel sole arancione su sfondo grigio, vogliamo pensare sia un omaggio moderno e originale che ha voluto fare l’artista a “Impression, soleil levant”, il celebre quadro di Claude Monet conservato a Parigi, al Musée Marmottan.

 

In tutte queste opere, è la performance l’essenza, la stessa che è alla base di entrambe le mostre e che in alcuni casi si fa danza e movimento, in altri solo pensiero ed estremo rigore intellettuale, in altri ancora tutto questo insieme, provocando così attrazione e riflessione in chi le guarda e le visita. Avete ancora qualche giorno per andarci, non perdetele.

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