Gattopardo revival

Risorge a Palermo il bellissimo palazzo Butera che fu dimora e salotto dei potenti di Sicilia. Grazie a un privato venuto dal nord. “Ora che l’Europa rischia di disintegrarsi, bisogna guardare a Palermo: la sua cultura si è basata  sugli scambi e sull’integrazione”.
Gattopardo revival

Il salone gotico di Palazzo Butera. I dipinti sono stato attribuiti al pittore Gioacchino Martorana

Il monumentale Palazzo Butera, che si affaccia sul golfo di Palermo, è la quinta scenografica della città. La sua grandiosità è stata immortalata in numerose stampe del Settecento, come quelle che celebrano l’ingresso di Carlo III di Borbone, Re di Napoli e di Sicilia, da Porta Felice nel 1735. A recare lo stendardo con le armi del re in quell’occasione fu il primo barone del regno, don Ercole Michele Branciforte e Gravina, principe di Butera, Grande di Spagna, proprietario del palazzo. I Branciforte all’epoca erano da circa tre secoli signori di gran parte dei feudi di Sicilia, come descritto nei sopraporte del grande salone d’ingresso del palazzo, sui quali sono dipinti i loro latifondi: Niscemi, Mazzarino, Pietraperzia, Militello, e altri sui quali campeggia lo stemma di famiglia sorretto da angeli.

 

Un’ambientazione gattopardesca che racconta la ricchezza e i fasti vissuti dal capoluogo siciliano in una magione che sovrasta la città con i suoi novemila metri quadrati. Accanto ad essa, nell’ex-albergo Trinacria, Giuseppe Tomasi di Lampedusa descrive le ultime ore di vita del principe di Salina, protagonista del suo celebre romanzo, che da un balcone ammirava questo mare “immobile, compatto e oleoso”. Un complesso architettonico che rappresenta – visivamente e storicamente – uno dei punti nevralgici di Palermo, così come Palazzo Grassi a Venezia o Palazzo Borghese a Roma. Residenze depositarie di grandi narrazioni, dimore di principi e cardinali, uomini che hanno deciso la storia del nostro paese.

 


Il celebre film di Luchino Visconti, "Il Gattopardo", tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa


 

Il 2016 è l’anno della rinascita di questo celebre edificio della grande nobilità siciliana, che rischiava un lento declino, visti i costi di gestione e manutenzione di castelli e palazzi. I loro proprietari devono necessariamente metterli a reddito poiché non ci sono sovvenzioni pubbliche e lo stato, che ha già difficoltà a gestire il proprio patrimonio, non ha la possibilità di implementarlo. Palazzo Butera, e con esso una parte importante della nostra memoria storica, si è salvato da questo destino perché acquistato da Massimo e Francesca Valsecchi, collezionisti e filantropi, che hanno deciso di trasferire qui la loro residenza, dopo aver vissuto per molto tempo a Londra. Il progetto di restauro conservativo ha come obiettivo l’apertura di una casa museo – un allestimento dell’architetto Giovanni Cappelletti – dove verrà installata la loro collezione privata: oggetti preziosi raccolti nell’arco di cinquant’anni, dall’arte contemporanea al design, dall’archeologia ai grandi maestri del barocco italiano, in una interessante miscela di stili, epoche e provenienze. E’ prevista anche la sede di un polo museale e di ricerca in collaborazione con il comune e l’università.

 

La riqualificazione del palazzo ha suscitato un vivace interesse, anche perché servirà ad accogliere una collezione finora nota a una ristretta cerchia di persone. Il riserbo dei Valsecchi è legato peraltro alla loro passione per l’arte come coinvolgimento intimo e non come status symbol. E la loro raccolta rientra in un progetto culturale di ampio respiro che è già stato integrato nella programmazione della dodicesima edizione della Biennale europea itinerante, Manifesta, che nell’autunno 2018 sarà ospitata a Palermo. I nuovi proprietari hanno fissato questa data per l’apertura al pubblico delle grandi sale espositive del piano terra, tra le quali spicca quella d’ingresso delle carrozze, la “cavallerizza”, con le sue colonne monolitiche in pietra grigia del monte Billiemi.

 

Dall’altro lato dei cortili, gallerie dalle ampie volte sostengono una grande terrazza di mille metri quadri, unica al mondo.
I Valsecchi hanno avviato accordi con due tra i più importanti musei universitari internazionali, il Fitzwilliam di Cambridge e l’Ashmolean di Oxford, per valorizzare la loro collezione ora che il palazzo è in corso di ristrutturazione. Il progetto prevede di organizzare soggiorni di studio in Sicilia per storici dell’arte provenienti da tutto il mondo, che vantino collaborazioni con queste due istituzioni britanniche e vogliano approfondire la conoscenza del nostro patrimonio culturale. Inoltre, nei prossimi mesi saranno esposti al Fitzwilliam oltre 130 pezzi della collezione Valsecchi, gradualmente introdotti nelle gallerie del museo, creando accostamenti formali inediti, come fossero “conversazioni” tra oggetti, nello stesso spirito con cui erano posizionati nella casa londinese dei collezionisti.

 

A Palazzo Butera i Valsecchi hanno già ospitato David Tremlett e i coniugi Anne e Patrick Poirer, che verranno coinvolti per realizzare delle opere site-specific. Oltre a questi artisti, già presenti in collezione, la raccolta include lavori di Gilbert & George e Gerhard Richter, acquistati negli anni Settanta, quando la coppia ha vissuto una parentesi milanese con l’apertura di uno spazio espositivo. All’epoca, i Valsecchi compravano opere di artisti loro coetanei e ancora poco noti, che nel tempo hanno acquistato un notevole valore. Tra le altre opere, si devono segnalare almeno i capolavori barocchi di Annibale Carracci e Luca Giordano. L’idea guida di questa attenta selezione di opere è l’integrazione tra culture e saperi, concetto di grande importanza per Massimo Valsecchi e che ispira il progetto espositivo da lui realizzato nel 2004 per celebrare gli ottant’anni dalla fondazione dell’Università milanese, “Il Tesoro della Statale”. L’esposizione proponeva al pubblico opere provenienti dai musei delle diverse facoltà, a testimoniare l’unità di un sapere universale.

 

Questa visione unitaria della cultura continua ad affascinare Massimo e Francesca Valsecchi ed è la ragione per cui hanno scelto Palermo, città multiculturale, culla di stratificazioni storiche inaspettate. “In questo momento Palermo e la Sicilia, per la loro posizione geografica, rappresentano un grande laboratorio per ciò che riguarda la questione epocale che il mondo deve affrontare: l’accoglienza dei migranti”, dice Massimo Valsecchi: “I problemi connessi alle migrazioni attendono una risposta su scala europea e mondiale e penso che si debba usare l’arte come catalizzatore per affrontare una questione di enorme importanza. Proprio in un momento in cui l’Europa rischia di disintegrarsi, bisogna guardare a Palermo la cui cultura si è basata per millenni sugli scambi e sull’integrazione degli altri”.

 

A sostenere operativamente i Valsecchi in questa avventura è Marco Giammona, ingegnere visionario che nel suo curriculum vanta importanti recuperi di edifici del centro storico cittadino, come Palazzo Sambuca, nel cuore dell’antico quartiere arabo della Kalsa, e Palazzo Moncada, di fronte alla scenografica piazza San Domenico. Giammona, progettista e direttore dei lavori, è a capo del cantiere di restauro di Palazzo Butera, che impiega quotidianamente oltre cento operai e dove sono rivalutate tutte le eccellenze e le tradizioni artigianali del sud Italia. Sono impegnati mastri ebanisti che si occupano di rifare tutti gli infissi in legno delle 118 finestre, restauratori degli affreschi settecenteschi, stuccatori, indoratori e falegnami che ripristinano le capriate lignee delle volte coperte da controsoffitti negli anni Cinquanta, quando il palazzo ha cambiato varie volte destinazione d’uso e i saloni del secondo piano sono stati usati come aule di una scuola. Oggi questa grande fabbrica di recupero sembra rinnovare i fasti delle antiche imprese del passato. Un’opera poderosa, per iniziativa di mecenati privati, che per le caratteristiche culturali e d’impegno civico diventa di fatto un intervento di pubblico interesse, del quale si riconosce il valore simbolico per la città di Palermo e per la Sicilia.

 

La storia dell’edificio s’intreccia con le vicende delle famiglie patrizie dell’isola e inizia nel Cinquecento, quando il viceré Marcantonio Colonna apre l’omonima strada, accanto ai bastioni sul mare, che diventa uno dei luoghi più prestigiosi per l’ubicazione delle residenze nobiliari. Ma è nel 1718, con l’unione tra due cugini, il duca Ercole Michele Branciforte e Gravina con Caterina Branciforte e Ventimiglia, settima principessa di Butera, che si determina l’attuale configurazione architettonica e il nome del palazzo. La struttura della residenza è il risultato dell’unione di più edifici inglobati nel nucleo principale tra il Settecento e il primo Ottocento. All’avviamento del cantiere lavorarono alcuni degli architetti più importanti del periodo, come Giacomo Amato per gli esterni e Ferdinando Fuga per gli interni.

 

La decorazione originale, purtroppo, fu stravolta da un incendio nel 1759 e molti degli interni furono riconfigurati tra il 1765 e il 1767 sotto la direzione dell’architetto Paolo Vivaldi. I pittori più noti che lavorarono per realizzare le volte affrescate del piano nobile e, in particolare, gli “sfondati prospettici” delle architetture dipinte che si ripetono all’infinito nei salotti disposti en enfilade, sono due artisti spesso impiegati insieme nei cantieri: Gaspare Fumagalli (attribuzione) e Gaspare Cavarretta (citato nei documenti), come afferma la storica palermitana Angheli Zalapì, esperta di quadraturismo architettonico. La Zalapì, conoscitrice minuziosa dei documenti d’archivio e degli esiti dei cantieri residenziali più importanti commissionati dalla nobiltà dell’isola, parla di questo complesso decorativo nel suo libro “Dimore di Sicilia”, definendolo il “documento più raffinato della cultura figurativa del Settecento siciliano e dei primissimi anni del secolo successivo”.

 

Queste mirabolanti volte, che sormontano i saloni di rappresentanza del piano nobile, hanno lo scopo preciso di sbalordire i visitatori con ardite fughe prospettiche e presentano un vasto repertorio di figure eleganti, tratte da raffinati temi bucolici ed esotici, che si affacciano sul vuoto dalle balaustre dipinte. Questi personaggi, come quelli dipinti al centro del salone gotico e dell’ambiente adiacente, con rappresentazioni mitologiche tradizionali, “Diana cacciatrice assisa sul carro trainato da due cervi” e “Apollo sulla biga del Sole”, sono stati attribuiti al pittore Gioacchino Martorana, cognato del romano Fumagalli.

 

Una teoria di saloni, che s’insegue lungo l’imponente facciata che guarda a mare, è parallela alla lunghissima terrazza che prosegue ininterrotta al di sopra della “Passeggiata delle cattive”. La storia racconta che questa strada – sopraelevata rispetto al lungomare – era riservata alle captivae, dalla parola latina che indicava le vedove, “prigioniere” secondo i costumi dell’epoca, le quali – al riparo dagli sguardi indiscreti – non volevano rinunciare alla possibilità di frequentare la marina, luogo al centro della mondanità della Palermo barocca. Un punto privilegiato per lo sguardo che offre sul paesaggio circostante: ne fu colpito anche Goethe, che durante la sua permanenza a Palermo nel 1787 fu uno dei tanti illustri ospiti del palazzo e non mancò di ricordarne l’incanto nei suoi diari.

 

Con Stefania Branciforte (1788-1843), ultima principessa di Butera, proprietà, titoli e feudi passarono ai Lanza, principi di Trabia e duchi di Camastra. Gli ultimi sfarzi del palazzo lo videro al centro degli splendori della Belle époque, e i protagonisti di questi anni dorati furono il principe Pietro Lanza Galletti e la moglie Giulia Florio d’Ondes (cognata e coetanea della più celebre Franca), erede, con il fratello Ignazio, della famiglia dei ricchi industriali. Giulia Florio contribuì ad accrescere l’aura della casa che divenne un punto di riferimento delle teste coronate che venivano a svernare nella vivace Palermo dal nord Europa, dal Kaiser di Prussia Guglielmo II a Edoardo VII Re d’Inghilterra e d’Irlanda e Imperatore delle Indie con la consorte Alessandra di Danimarca, i Savoia e tanti altri principi e capi di stato. La sontuosità e la vita mondana di quel periodo, divenuta leggendaria, terminò di colpo con la Prima guerra mondiale e la morte di Ignazio e Manfredi, i due figli di Pietro e Giulia, ricordati in una lapide, nell’atrio del palazzo, che commemora i due eroi della Grande guerra.

 

L’ultimo “dandy”, allevato a Palazzo Butera dalla nonna paterna, donna Giulia, fu Raimondo Lanza di Trabia. Personaggio fascinoso e brillante, frequentatore di Gianni Agnelli, Ranieri di Monaco, Aristotele Onassis e dello scià Reza Pahlavi, oltre che di dive hollywoodiane come Rita Hayworth, ebbe una vita intensa che s’intreccia con la storia del Novecento, intermediario diplomatico sia durante la guerra civile spagnola che nella Roma “città aperta” del ’43. Discendente di Federico II di Svevia, è stato l’ultimo grande principe siciliano, la cui vita proiettata tra il jet set e la diplomazia internazionale ne ha fatto un protagonista del proprio tempo, oltre ad aver alimentato canzoni, leggende, saggi e romanzi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi