Hollywood al fico d’India

Mistero e ironia. La Mostra del cinema di Venezia ridiventa teatro per il nuovo romanzo di Savatteri. Saverio Lamanna, chiamato a organizzare l’ufficio stampa di una produttrice, è il protagonista di “La fabbrica delle stelle”. Peppe Piccionello è il Leporello della storia: perenni infradito ai piedi, mutande e t-shirt, ma non è mai ridicolo o caricaturale.
Hollywood al fico d’India

Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli in una scena di “Divorzio all’italiana” (1961), diretto da Pietro Germi

I siciliani pur di non lavorare scrivono. Oppure fanno il cinema. Saverio Lamanna riceve una strana offerta di lavoro. Il suo amico vicequestore Randone che proprio da Saverio aspetta ancora l’esito di una raccomandazione – quella di far trasferire la moglie dalla prefettura di Enna a Palermo – gli propone di andare a Venezia. Ecco il nuovo romanzo di Gaetano Savatteri, drammaturgo, scrittore e inviato di “Matrix”. E’ “La fabbrica delle stelle”, edizioni Sellerio, un bel libro blu baciato dal successo e subito accolto nella classifica dei libri più venduti. Si tratta di cinema. E si tratta di scrivere. Alla Mostra del Cinema che sta per iniziare, infatti, Saverio dovrebbe andare per organizzare l’ufficio stampa di una ragazza piena di soldi che si è messa in testa di fare la produttrice.

 


Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli in una scena di “Divorzio all’italiana” (1961), diretto da Pietro Germi


 

Eccola. E’ Gea De Simone e ha un cattivo carattere. Litiga con tutti e ha appena licenziato il suo addetto stampa, giusto l’incarico che proprio Saverio, adesso, è chiamato a ricoprire. Gea deve presentare il suo film in Laguna, ha un diavolo per capello e pure un fidanzato violento che ogni tanto la picchia e che è anche il protagonista del film. La sorella di Gea, grande amica di Randone, in passato qualcosa di più, è preoccupata per la sua incolumità, gli ha chiesto aiuto e il poliziotto ha pensato a Saverio, bravo a scrivere e perciò buono anche per il cinema che se non è zucca è pur sempre cucuzza.
Eccolo Saverio Lamanna. E’ un quarantenne – ha precisamente 42 anni – e ha avuto dalla vita alcune chances. Non tutte ben giocate, certo. Poteva far trasferire la moglie del vicequestore, infatti, e non gli è riuscito. Giornalista, finito a fare l’ufficio stampa del sottosegretario agli Interni, “un cretino” che lo licenzia in tronco quando affida all’Ansa un comunicato che per una volta lo fa apparire intelligente, da Roma si ritrova a tornare in Sicilia con l’unica prospettiva di scrivere, pur di non lavorare.

 

Apriamo una parentesi. Il libro trasuda contemporaneità più che attualità; è il motivo per cui urge sottolineare che, sebbene di Viminale trattasi, non è un “ministro” il cretino di cui sopra, bensì un “viceministro”, un personaggio dunque frutto dell’immaginazione dell’autore (originario di Racalmuto, provincia di Agrigento, perché – insomma – i siciliani, pur di non lavorare, immaginano). Brutta bestia l’intelligenza. Troppo per il viceministro di Saverio. Nello scaricabarile del comunicato stampa troppo intelligente, a pagare il conto è il nostro protagonista. Di colpo Saverio vede finire la vita romana. E’ quella bolla di sapone in cui vivono quelli che bazzicano la politica ad alti livelli; quella dove “conosci tutti e tutti ti riconoscono”, quella della bella vita dove basta alzare il telefono dell’ufficio – inseguire qualcuno col numero di un centralino ministeriale – per soddisfare piccoli e grandi capricci. Nessun maggior dolore, quindi, che ricordarsi del tempo felice passato a Roma tornando in quella Culonia del destino che è la terra d’origine.

 

Da un giorno all’altro finiscono le feste, i flirt, il cazzeggio e i bei vestiti. Saverio ha novemila euro sul conto in banca e una gran voglia di sparire, almeno per un po’. Torna a casa, in Sicilia, si rifugia nella casa al mare di Makari, quella casa nella quale il padre alla morte della moglie non ha più voluto metter piede, e lì vi s’installa. Conosce Suleima, una bella ragazza del nord venuta giù, tra una laurea in Architettura e un master, per guadagnare qualcosa come cameriera in un ristorante. La conosce e la vita un poco si scombina. E’ il tipico “effetto collegio” ma i siciliani, pur di non lavorare, s’innamorano. Uso di mondo ha lui, “continentale” è lei, i due s’incontrano in quel mondo pur grande ma chiuso qual è la Sicilia e si riconoscono. Saverio si prende la cotta e forse è anche ricambiato. A fargli da spalla, confidente e mentore – quasi un Leporello – è Peppe Piccionello, factotum del padre, responsabile della casa in sua assenza e da adesso in dotazione a Saverio insieme alla casa.

 

I siciliani pur di non lavorare si completano. E nel romanzo di Savatteri i due personaggi sono speculari, hanno la medesima importanza, l’uno è la spalla dell’altro e vanno in coppia. Saverio ha la battuta (forse troppo?) sempre pronta; riesce a smontare qualunque anche minimo accenno retorico; aborre i luoghi comuni e non ha tempo per compiangersi. Peppe è la quintessenza della sicilianità ma con il suo improbabile cognome – Piccionello – le perenni infradito ai piedi, mutande e t-shirt non è mai ridicolo e meno che mai caricaturale. Quel Leporello è per Saverio una sorta di cattiva coscienza. Ma anche uno specchio in cui vedersi davvero senza la sovrastruttura del suo sarcasmo, la corazza indossata perché la vita non faccia troppo male. Il capolavoro che dice meglio di Peppe sono le sue magliette, un intero assortimento, la cui scelta non è mai casuale. Potenza dell’inventiva di Sicilia e della parentela sicula. “La figlia della cugina” di Peppe si è inventata queste magliette con scritte spassose che Peppe sfoggia con orgoglio famigliare. Si va da Kannolo Addicted ad Arancina dream, fino a Selecao Sicilera, la squadra dei campioni. Non proprio calciatori, visti i risultati nel campionato, ma gli scrittori. E ci sono tutti i grandissimi: da Luigi Pirandello a Giovanni Verga, da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ad Andrea Camilleri.

 

Apriamo una parentesi. Questa delle magliette, fuor dalla messa in scena di Savatteri, è una sorta di codice meta-linguistico in uso ormai da molti anni grazie a Siculamente, un brand che veste i ragazzi dal 2003 all’insegna della provocazione intelligente stampata su t-shirt. Una su tutte: “N’è passata di gente senza Ponte: sicani, siculi, fenici, greci, romani, cartaginesi, vandali, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, Borboi, piemontesi, miricani, curnuti & ’nfami”. Si sa, i siciliani pur di non lavorare stampano magliette. I siciliani pur di non lavorare le pensano tutte. Saverio vista la cattiva congiuntura ha vari piani B: uno è andare a vendere granite a Formentera. Lì nessuno sa cosa sia la vera granita. Considerando i profitti cospicui derivati dalle frotte di turisti che coi voli low cost vanno lì invece che venire in Sicilia, il gioco vale. I siciliani pur di non lavorare imparano le lingua. Saverio ritiene doveroso imparare lo spagnolo, e lo fa con un app installata sul suo computer in cui la voce automatica di Teresita gli rivolge improbabili domande a cui lui dovrebbe imparare a rispondere.

 

Pur di non faticare i siciliani s’illudono di essere gli unici a pensarle le pensate. A Formentera l’idea di Saverio è già ideata e condivisa da svariate altre menti. Il conto in banca intanto va paurosamente assottigliandosi e solo un romanzo giallo che un editore locale gli ha pubblicato con discreto successo – definito dalla critica “una buona prova della scuola del giallo mediterraneo” – assicura nei paraggi a Saverio il ruolo di celebrità. Una mano lava l’altra. Venezia, appunto. La Mostra del cinema. In ballo ci sono parecchi soldi per un lavoro facile che dura pochi giorni. Da qui inizia l’altra storia del romanzo. Il mare di Sicilia, con i languidi colori di settembre lascia spazio alla laguna di Venezia, “il mare che non è mare” al mondo finto della Mostra del cinema, alla critica ermetica, all’arte contemporanea, ai grandi attori e registi che la popolano e che si incrociano al Lido. Saverio accetta l’incarico e si porta dietro Peppe pregandolo di comprarsi almeno un paio di pantaloni lunghi. Peppe è una sorta di attrazione in quel contesto di ciù-ciù e ciacole; diventa il cocco delle tante sventole che fanno le vasche per conferenze stampa, cocktail e ricevimenti. Sono giornaliste, pr o solo ragazze in cerca di un’occasione glamour (ed eventualmente accasarsi).

 

Scusate, una parentesi: vogliamo rallegrarci dell’accreditamente letterario, come si fa in questo libro, del termine “piritollo”? E’ la parola che descrive il fatuo evanescente gassoso presuntuoso di potere, squillante solo di bolle vuote, tutto di petulanze e zero spirito, insomma: è la parola che grazie a Peppino Sottile, lo sdoganatore, oggi veleggia tra le pagine del Foglio e del Fatto Quotidiano fino a essere stata – nella festa nazionale del Fatto in Versilia, agli inizi del mese – oggetto di doveroso siparietto.
I siciliani pur di non lavorare ciabattano a Venezia. O tirano dritti per Padova. Le signore impazziscono per le infradito di Peppe, per le sue canzoni in siciliano e le sue storie improbabili di marinaio imbarcato su mercantili in rotta verso i mari più lontani. E pensare che Peppe non ha nemmeno la tivvù. Jude Law che presta a Peppe un perfetto abito in lino bianco, perché hanno la stessa corporatura, è l’amico “Giuda”. Certo, ha quel nome, “ma è un bravo ragazzo”.

 

Peppe rifiuta l’invito di Gwyneth Paltrow a bere una birra perché “non so come si chiama, ma quando uno ha sonno, ha sonno”.
Davanti al quadro a tutta parete nell’ufficio romano di Gea di una scimmia a testa in giù, Peppe dice: “La scimmia a testa in su è arte classica, in giù è contemporanea”. Il quadro si chiama infatti “Monkey Down”. Gea gli dice: “E’ coreana”. Peppe risponde: “La scimmia?”. E’ l’artista a essere coreana ma Gea, imperterrita, domanda: “E’ appassionato di arte contemporanea, lei?”. Definitiva la risposta di Peppe: “No, ma una volta m’imbarcai su una nave che trasportava scimmie”. Grava sempre su Venezia l’incubo delle “Vacanze intelligenti”, la straordinaria pellicola con Alberto Sordi smarrito tra le frescacce delle complicazioni d’artista. E il film di Gea, come da conseguente angoscia, ha un titolo orripilante: “Nutellah dark park”. La regista è birmana, trattenuta dall’autorità del suo paese, ma “il” Mereghetti ne fa una recensione sul Corriere della Sera dove afferma che il film diviene un paradigma percettivo. Non si riesce a evincere se il critico abbia o meno visto il film. La storia cambia registro, si tinge di giallo, succede qualcosa d’inaspettato, è l’assassinio nella cattedrale delle stelle…

 



 

Insomma: i siciliani pur di non lavorare scrivono gialli. Ma il canone è del cinema – lo schermo a tre punte, giusta citazione di Giuseppe Tornatore – e l’unica Sicilia vera, ancora una volta, è questa fatta di sceneggiature e pellicole. I siciliani pur di non lavorare se la vivono al cinema la loro esistenza, ne fanno epica per conto del mondo che vi si specchia grazie ai capolavori perfino stranieri – “Il Padrino” in testa – oppure “continentali”, come la saga di Pietro Germi (“Divorzio all’italiana”, “Sedotta e abbandonata”), come “Mafioso” di Alberto Lattuada, con uno straordinario Alberto Sordi, o come “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, perfetti per essere la lingua universale tutta di ragionamento e nitore della “metafora” per eccellenza.

 

Tutta la fatica di fiction, serie e format tivù – le squadre antimafie, gli onori e i rispetti, e i catturandi – non sono che acqua fresca rispetto alla potenza dello schermo a tre punte, il cinema di Trinacria che con Giuseppe Tornatore stringe l’Oscar, con Salvo Ficarra e Valentino Picone, oggi, sbanca il botteghino e dove la letteratura, da sempre, trova felicità d’innesto. Con Andrea Camilleri che pur nel fasto di un successo tivù – i due Montalbano, il giovane e il vecchio – grazie alla propria scrittura obbliga attori, soggettisti e produttori a un esito tutto cinematografico. Come ancora prima con Leonardo Sciascia che vede sviluppati i propri romanzi in spettacolari prodotti della “fabbrica delle stelle”. Qualche titolo a uso di promemoria: “Il Giorno della Civetta” di Damiano Damiani, “Todo modo” di Elio Petri, “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi.

 

Il protagonista del romanzo di Gaetano Savatteri, e Saverio non ce voglia, è proprio il cinema, cui queste divertentissime pagine restituiscono il favore tutto di emozioni avute nel tempo in forma di omaggio. I siciliani pur di non lavorare scrivono, fanno cinema e rendono giustizia alla fatica altrui. Una parentesi ancora ci serve per un rimprovero; basta scrivere Ganci con la C e non con la G: è Gangi! Chiudiamo infine aprendo un’ultima parentesi. Il titolo: “La fabbrica delle stelle”. Degno allievo di quella scuola che a Racalmuto trova motto in “Malgrado tutto” (la rivista animata dai ragazzi cresciuti sulle tracce del “Maestro di Regalpetra”), Savatteri ha saputo portare a compimento la meritoria opera di riconoscimento che Leonardo Sciascia, in via Siracusa, a Palermo – nella sede della casa editrice Sellerio – aveva avviato per Marco Ramperti.

 

Critico cinematografico, tra i più seguiti nella scena internazionale, autore caro a Sciascia che su quella prosa aveva attinto non poche tecniche per imparare l’arte nuovissima della modernità, Ramperti – l’uomo che racconta Hollywood all’Italia – alla fine della Seconda guerra mondiale si ritrova licenziato e cacciato da tutti i giornali. Il fascista Ramperti sottoposto a epurazione è costretto a vendere sigarette di contrabbando alla Stazione Termini fino alla fine dei suoi giorni. Molti anni dopo, l’antifascista Sciascia, ritrova le pagine scritte da Ramperti e le pubblica riunite in un volume nella collana blu: “L’alfabeto delle stelle”. E’ la stessa collana dove oggi esce il libro di Savatteri. Una fabbrica in luogo dell’alfabeto conferma il cortocircuito di epoche, generazioni e ciak. Aperta e infine chiusa parentesi. E’ un atto d’amore portato a termine questo delle stelle nel patto sentimentale di ieri e di oggi perché si sa: i siciliani, pur di non lavorare, capolavorano.

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