La gabbia delle stelle

Le parole che imprigionano il M5s nella torre in cui si è rinchiuso e senza le quali diventa altro da sé. Creati come “esperimento” nel laboratorio del guru scomparso, i Cinque stelle si sono ancorati a punti fermi diventati “prigione”. I drammi politici del primo autunno grillino orfano di Casaleggio. Un catalogo.
La gabbia delle stelle

Il Direttorio all’ultima tappa del tour “Costituzione Coast to Coast”, dieci giorni fa a Nettuno. In primo piano Luigi Di Maio, sul fondo Roberto Fico, Beppe Grillo, Carlo Sibilia (foto LaPresse)

Erano stati immaginati come prodotti a freddo, i Cinque stelle, cellule bioniche da crio-laboratorio del “Dottor Creator”, lo scienziato pazzo dell’omonimo vecchio film con Peter O’Toole. Ed erano usciti dalla mente di Gianroberto Casaleggio, guru prematuramente scomparso, come esperimento di futuribile utopia: il governo dal basso, la Rete che tutto livella, l’ossessione del governo iper-controllabile della cosa pubblica, scatola di vetro ottenibile dopo aver aperto la “scatola di tonno” (il Parlamento nelle metafore del comico, padre co-fondatore e leader Beppe Grillo). Solo che, ai primi passi mossi fuori da internet, ci si era subito accorti, anche e soprattutto nel crio-laboratorio casaleggiano, che il film di fantascienza non era più un film, e che la creatura, buttata a nuotare nella realtà, era imperfetta, nervosa, scalabile.

 

Il nitore da Pianeta Gaia – nitore teorico – era stato presto reso meno lucente dalle piccole (umane) ambizioni, debolezze, cialtronerie, resistenze e fantasie, e dall’ineliminabile necessità del compromesso. E così, per poter fare sì che la creatura continuasse, almeno in apparenza, ad assomigliare all’utopia (già per molti aspetti distopia), ci si era ancorati, a partire dai vertici e giù giù fino agli eserciti su Twitter, ad alcune parole-chiave, poi rivelatesi parole-gabbia. Parole che tuttora imprigionano il M5s nella torre in cui il Casaleggio-demiurgo l’aveva pensato e a un certo punto rinchiuso, come per proteggerlo dalla contaminazione esterna. E oggi, a una settimana dalla festa nazionale a cinque stelle (il 24 e 25 settembre, a Palermo), la prima celebrata nell’assenza del guru, restano sulla scena il vincolo e il dilemma: senza quelle parole-gabbia i Cinque stelle non sarebbero più tali, ma legati a quelle parole rischiano l’implosione. Eccole.

 

Direttorio. Parola-confine tra un prima e un dopo (prima e dopo il primo scontro con la realtà, tra il 2013 dello Tsunami e il 2014 della disillusione), al tempo stesso rimedio e deroga alla purezza impossibile. Era il novembre 2014, Beppe Grillo si era a più riprese dichiarato “stanchino” e la diarchia con Gianroberto Casaleggio si era rivelata inadatta a contenere spinte centrifughe e sotterranee lotte locali di poteri. Due erano, allora, le linee di pensiero sull’idea di creare un corpo intermedio nel Movimento: i puristi erano convinti che fosse l’inizio della fine, i “riformisti” che fosse l’unico modo per risolvere le aporie. E alla fine la “base” degli iscritti aveva votato sul sito del comico, e approvato la nascita del Direttorio con il 91 per cento dei consensi (ma ai vertici restavano i dubbi, come scriveva ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, anticipando l’uscita del libro-rivelazione dell’ex cinque stelle Marco Canestrari, convinto che il Movimento sia “finito con la nascita del Direttorio”, un “errore” in qualche modo “imposto” a Casaleggio).

 

Era l’autunno dello scontento 2014, le espulsioni di parlamentari avevano fatto mormorare gli attivisti e Grillo aveva annunciato la nomina di cinque garanti: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Roberto Fico, Carlo Sibilia, ognuno con il proprio carico di “deleghe”. Organismo accettato, il Direttorio, ma in qualche modo guardato con insofferenza da una parte degli attivisti (anche se che alla festa nazionale a cinque stelle di Imola, un anno fa, i “garanti” Di Battista e Fico si erano consegnati per due pomeriggi alle orde di militanti con cahier de doléances). Ora, con la crisi della giunta Raggi a Roma, le critiche a Luigi Di Maio per il mancato allarme sul caso Muraro e il parallelo sfaldamento del mini-direttorio che affiancava la sindaca, il Direttorio nazionale è guardato a vista, se non di fatto commissariato (nonché attraversato dalla linea invisibile di dissenso tra il vicepresidente della Camera Di Maio e gli altri, con Di Battista in mezzo). Si parla di far entrare altri parlamentari (prima fra tutti la front-woman televisiva Barbara Lezzi), di togliere la delega agli Enti-locali a Di Maio, di dare un ruolo alla pasionaria anti-Raggi Paola Taverna. Un corpo intermedio nel movimento degli “uno vale uno” è una contraddizione? Sì, però necessaria, è la tacita risposta che devono essersi dati i vertici m5s.

 

Trasparenza. In nome della trasparenza sono state vinte le elezioni dai Cinque stelle a Roma, ma per colpa della trasparenza non così trasparente i Cinque stelle rischiano di impantanarsi a Roma (ché anche nel M5s qualcuno si è accorto che non è possibile fare il sindaco – e il consigliere comunale o il deputato o il senatore – condividendo ogni singola ora e decisione con il cosiddetto “popolo della Rete”). Ma il problema è all’origine: se ti presenti come movimento dal basso che “aprirà il Parlamento come una scatola di tonno”, rendendo visibile ai più le presunte magagne della casta, e se pensi che la catarsi sotto streaming (vedi relativa voce) possa cancellare errori e contraddizioni, poi non ti puoi permettere che Luigi Di Maio “interpreti male” un’e-mail sull’assessora indagata Paola Muraro (e anche se Di Maio fa pubblicamente mea culpa su un palco in quel di Nettuno, il peccato di lesa trasparenza non verrà perdonato dagli attivisti e colleghi ortodossi).

 

Precedente: il caso della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, espulsa dal M5s con l’accusa di non aver “comunicato” ai vertici le presunte minacce della camorra (corsi e ricorsi: anche in quel caso il Direttorio si era trovato nei guai, ché Capuozzo, dimettendosi e poi ritirando le dimissioni, aveva accusato il corpo intermedio del Movimento di “sapere” e non avere detto. Quando poi ci sono di mezzo gli stipendi (vedi voce relativa), l’ossessione della trasparenza può portare a conseguenze inimmaginabili (come a Roma, e con o senza intervento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione). Che la trasparenza si sia fatta un po’ “matrigna”?

 


Il sindaco di Quarto Rosa Capuozzo (foto LaPresse)


 

Streaming. Indispensabile compare della trasparenza, ma anche negazione di fatto della medesima. Lo si è capito fin dai primi episodi di streaming, casi in cui la ripresa in diretta di incontri o assemblee nascondeva invece di svelare (tutto sotto la telecamera diventa recita, mantra di autoconvincimento o melodramma – e le vere cose indicibili non vengono dette): era infatti la primavera del 2013 e Roberta Lombardi e Vito Crimi, primi “portavoce” grillini alla Camera e al Senato, incontravano Pierluigi Bersani, dando vita a un siparietto con gioco di ruolo (lei la “maestrina” annoiata che diceva di “non parlare con le parti sociali” perché il M5s era “le parti sociali”, lui il “poliziotto buono” che fingeva di dialogare). I due si erano poi ritrovati a ripetere la performance al cospetto di Enrico Letta, ma la differenza di fase politica e di caratteri tra Bersani (in fase di “scouting” intensivo) e Letta (in fase “professore all’ultima domanda dell’esame”), avevano reso il tutto ancora più surreale.

 

Ma il massimo trionfo tragicomico dello streaming si era avuto qualche settimana dopo, quando il senatore Marino Mastrangeli era stato messo “sotto processo” per aver trasgredito al divieto di talk-show, partecipando alla trasmissione di Barbara D’Urso, ed era diventato star del web per la sua cinematografica autodifesa (“Sono come Bruce Lee, ne atterro cinquanta alla volta, ma essere processato per il gravissimo delitto di intervista giornalistica mi sembra una farsa”, aveva detto). A quel punto si era capito (alla Casaleggio Associati) che lo streaming andava dosato, tanto che le più sentite assemblee di parlamentari a cinque stelle si sono sempre svolte in assenza di telecamera. Rimane in piedi lo streaming didascalico degli eventi (normale diretta sul web). Guarda caso, la sindaca di Roma Virginia Raggi, controllata speciale del Movimento, spedisce on line asettici messaggi video in stile telenovela, ma dello streaming fa pochissimo uso.

 


Marino Mastrangeli (immagine di Youtube)


 

Indagato. Croce e delizia del Movimento. Quando l’avviso di garanzia raggiunge i rappresentanti di altri partiti, infatti, la parola “indagato “viene dai Cinque stelle pronunciata con soddisfazione e durezza direttamente proporzionale alla fama di chi è stato raggiunto dall’avviso medesimo. Ma quando l’avviso colpisce un eletto a cinque stelle o una personalità scelta dai Cinque stelle, la questione si fa complessa: c’è di mezzo intanto la solita trasparenza (vedi relativa voce), che imporrebbe di comunicare al mondo qualsiasi fruscio di fogli in Procura. E c’è il tema etico delle “dimissioni” (vedi relativa voce) che aleggia come destino inevitabile, ma spesso evitato con vari distinguo – e magari con buonsenso – dall’indagato.

 

A ogni indagato il suo (diverso) trattamento da parte dei vertici del M5s: si va dalla comprensione moderata per Filippo Nogarin, sindaco a cinque stelle di Livorno raggiunto da avviso di garanzia per una vicenda legata alla gestione dei rifiuti (“fiducia” accordata da Grillo), alla sospensione per mancata trasparenza del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, reo di “non aver comunicato per tre mesi” – questa l’accusa dei vertici – la notizia dell’avviso di garanzia per le nomine del teatro Regio. “La trasparenza è il primo dovere degli amministratori e dei portavoce del Movimento 5 stelle” aveva detto Grillo in quel frangente (maggio 2016). Ma l’estate romana ha portato un nuovo caso: l’assessore Paola Muraro indagata, l’annuncio dell’indagine non dato tempestivamente, Luigi Di Maio messo sotto accusa proprio per sospetto momentaneo “nascondimento” del fatto. E una nuova voglia di garantismo ha preso piede tra i Cinque stelle tentati dal (vero) governo e dall’archiviazione dell’intransigenza pre-processuale.

 


Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti (foto LaPresse)


 

335. Numero che si riferisce all’articolo del codice di procedura penale che disciplina l’iscrizione nel registro degli indagati, diventato il fulcro del caso Muraro a Roma: Virginia Raggi aveva chiesto a tutti i membri della giunta il certificato dei carichi pendenti ex articolo 335 c.p.p. Tutti “puliti”? Sì. Solo che poi la situazione per Paola Muraro era cambiata, causa indagine sulla gestione dei rifiuti. Seguiva commedia degli equivoci su “chi sapeva cosa”, con melodramma finale in quel di Nettuno.

 

Dimissioni. Parola complementare a “indagato”, con comune ondivago uso: si devono dimettere gli indagati di altri partiti, ma per i Cinque stelle dipende (diversa infatti la pressione per i suddetti sindaci indagati Filippo Nogarin e Federico Pizzarotti). Questione a parte: le dimissioni a catena nella giunta Raggi a inizio settembre (casus belli, lo stipendio dell’ex capo di Gabinetto Carla Raineri).

 

Stipendio, scontrini, soldi. Le tre “s” del Movimento: guai ad avere stipendi giudicati troppo alti (vedi caso Raineri a Roma), pena l’accusa di assimilazione alla casta; guai a non rendicontare (nel 2013 i neo-parlamentari si sentivano obbligati a mettere online anche il costo della pizza margherita); guai a non restituire una parte dei guadagni da deputato o senatore (i “restitution-day” sono i momenti più attesi dagli eletti a cinque stelle che vogliono essere considerati appunto “cittadini non della casta e lontani dal magna-magna”). I Cinque stelle che governano come sindaci (vedi la suddetta Rosa Capuozzo, sindaca di Quarto poi espulsa) fanno però a volte presente che un conto è la teoria, un conto la pratica: “… Guadagno 2.100 euro al mese, al netto del 10 per cento di decurtazione”, diceva Capuozzo, “non mi bastano neanche per pagare gli avvocati. I Cinque stelle volevano che rinunciassi alla metà dello stipendio, con un assegno di soli mille euro…”. Una volta messo piede nei Palazzi, ci si accorge che non tutta la propaganda sui “poveri ma belli” facilita l’espletamento delle pratiche governative (anzi).

 

Casta. Nemico teorico numero uno dei Cinque stelle, e canovaccio per comizi e interventi (specie in area Alessandro Di Battista). Nella pratica il nemico diventa meno minaccioso (se non inconsistente), ma non si può dire, pena l’ira dell’Attivista Indignato.

 

Staff. Misterioso e cangiante altro “corpo intermedio” a cinque stelle, composto di addetti-video, uffici-stampa, assistenti parlamentari, dipendenti della Casaleggio Associati. Se troppo irraggiungibile, può contribuire, presso le platee del web, alla messa in stato d’accusa per “castizzazione” (metamorfosi in casta) dell’intero M5s.

 

Scorta. Altro nemico pubblico, per derivazione dall’odio anticasta – ma da quando Virginia Raggi è sindaco sono ammesse eccezioni al divieto di scorta.

 

Post. Principale arma (a doppio taglio) a cinque stelle. Se Roberta Lombardi attacca su Facebook, Grillo può rispondere su blog (e viceversa). Via post si sono consumate le migliori guerre inter-grilline, ma alla fine anche il dover “postare” è diventata prigione per gli eletti (se non posti, potresti avere qualcosa da nascondere. “Vorrei ma non posto”, dice la canzone di J-AX e Fedez., ma per i Cinque stelle il “vorrei ma non posto” è periodo ipotetico dell’irrealtà).

 

Olimpiade. Manifestazione sportiva e ultimamente anche grimaldello per ricatti interni a cinque stelle. Nel caso Raggi, è “l’ordigno fine di mondo”, per dirla col Dottor Stranamore: se Raggi dice “sì” alla campagna per le Olimpiadi a Roma, non si sa che cosa potrebbe accadere presso gli eletti e gli attivisti del Movimento.

 

Referendum. Secondo “ordigno fine di mondo” la cui ombra si allunga contro il governo Renzi (in coordinazione con le altre opposizioni), ma anche ultima vestigia del passato purista casaleggiano: lo si invoca per qualsiasi cosa, in ossequio alla democrazia diretta.

 

Onestà. Parola una e trina, nel senso che viene di solito declinata per tre volte (“onestà / onestà / onestà”, come un tempo si urlava “Rodotà-Rodotà-Rodotà”, dal nome del prof. che i Cinque stelle volevano come presidente della Repubblica). Che l’onestà dia il titolo a una notte in piazza o faccia da sottofondo al discorso di insediamento di Virginia Raggi a sindaco di Roma, è feticcio ineliminabile e dai mobili confini: presunta disonestà potrebbe essere, agli occhi del Cinque stelle medio, persino un mancato post (vedi relativa voce). 

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