Il tasso della Mongolia

Crolla di colpo un paese cresciuto a ritmi vertiginosi. Anche nel debito. I contraccolpi di una bolla.
Il tasso della Mongolia

foto Bernd Thaller via Flickr

In questo mondo a testa in giù dove il denaro costa meno di zero, c’è un paese che, udite udite, aumenta i tassi d’interesse. E’ una terra remota, ma non così periferica, un luogo che evoca incubi atavici e non solo per gli occidentali: con Gengis Kahn otto secoli fa la Mongolia era diventata un impero, il più esteso della storia, oggi è grande come la Francia con appena tre milioni di abitanti. Ma attenzione a sottovalutarla. Perché, parafrasando un famoso detto, un soffio di vento sul deserto del Gobi provoca una tempesta nei sette mari.

 

Schiacciata tra la Cina che l’ha dominata per trecento anni (dai tempi dei Qin, la dinastia manciù, fino al 1921) e l’Unione sovietica che, arrivata con i baffi di Stalin, ha tolto i suoi stivali nel 1990, la Mongolia, a differenza dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, non ha prodotto regimi autocratici. Il sistema politico è imperniato su due forze principali: a destra il Partito democratico, che possiamo definire conservatore-liberale e ha espresso il presidente della repubblica Tsakhiagiin Elbegdorj, tecnocrate educato a Harvard, già al secondo e ultimo mandato; a sinistra il Partito popolare, erede di quello comunista, che fu al potere durante il protettorato sovietico e oggi è guidato da Badmaanyambuugiin Bat-Erdene famoso campione di lotta, uno degli sport più amati. Il grande cambiamento economico si deve al Partito democratico: ha ridotto il tasso di povertà dal 39 al 22 per cento, ha creato città e fabbriche, ha sventrato l’opulento sottosuolo e moltiplicato i posti di lavoro, ma ha lasciato ai popolari, che hanno vinto il 26 giugno scorso le elezioni politiche segnate da un’affluenza record del 72 per cento, l’onere di smaltire l’immenso debito accumulato nell’ultimo quarto di secolo. Oggi il paese deve alle banche e agli investitori stranieri 23,5 miliardi di dollari, il doppio di quel che produce in un anno.

 

Il mantra, caduto il comunismo, è stato liberalizzare, a cominciare dalle miniere che generano la ricchezza più importante di un paese ormai urbanizzato (il 38 per cento della popolazione vive nella capitale), dove restano come residui del passato la cultura nomadica e la pastorizia della quale, tra una razzia e l’altra, sono vissuti per millenni i popoli delle steppe. L’arrivo delle multinazionali è stato accompagnato da un flusso di prestiti incontenibile che ha spinto in alto lo sviluppo (per molto tempo la Mongolia è stato il paese con il più rapido tasso di crescita al mondo, fino al 17 per cento l’anno, ben oltre quello cinese) e ha plasmato l’intera società. Tutto si fa a debito ormai. I pastori che sopravvivono grazie al cachemire e al pelo di cammello, tirano avanti di prestito in prestito. In primavera vendono la lana, in autunno la carne. L’una e l’altra servono per pagare tassi d’interesse che spesso superano persino il 20 per cento, racconta il Financial Times che ha dedicato una lunga storia alla crisi mongola. Il cachemire, considerato il bancomat dei nomadi, non basta più a compensare una bolla creditizia simile nella sostanza a quella dei mutui subprime negli Stati Uniti del 2007.

 

Tutto ciò ha reso il paese più esposto anche alle mire dei suoi potenti guardiani oltre confine. I vari governi si sono divisi sulle politiche economiche, mai su quella estera ispirata finora alla “dottrina del terzo vicino”, guardando di volta in volta al Giappone o alla Corea del Sud e gettando ovviamente più di un’occhiata all’altro capo del globo, cioè agli Stati Uniti. Le relazioni con la Cina, dopo un passato turbolento di reciproco dominio, ricordano oggi le parole dell’imperatore Wen della dinastia Han, il quale scrisse una lettera a Laoshang Chanyu (Shan Yu in cinese) il capo che aveva unificato le tribù mongole nel 162 avanti Cristo: “Quando il mio imperiale predecessore eresse la Grande Muraglia, tutte le nazioni degli arcieri del nord erano soggette allo Shan Yu, mentre chi risiedeva all’interno del muro, quelli che indossavano il berretto e la sciarpa, erano sotto il nostro governo e la miriade di popoli, seguendo le loro occupazioni, arando e tessendo, sparando e cacciando, erano in grado di provvedere a se stessi con cibo e vestimenti…”.

 



 

Fu un’epoca di pace basata sul buon vicinato, seguita da secoli e secoli di guerre e invasioni. Anche la Grande Muraglia, come tutti i muri eretti per fermare i popoli, si rivelò inefficace fino a crollare con il trionfo di Temujin che sotto il nome di Gengis Kahn estese le sue conquiste dalla Corea fino all’Ucraina. A invadere la Cina sarà suo nipote Kublai Khan che nel 1260 fonda la dinastia Yuan la quale regna per circa un secolo, fino al 1368, quando un uomo d’armi venuto dal nulla, Zhu Yuanzhang, guida la rivolta dei cinesi oppressi contro gli oppressori mongoli e inaugura l’era Ming. Questo è grosso modo tutto quello che la nostra scuola ci insegna sulla Mongolia antica. Poi un lungo silenzio. I cultori del buddismo sanno che nel XVI secolo un altro Khan chiamato Altan introdusse il titolo di Dalai Lama e fece fiorire, soprattutto nelle montagne, la cultura dei monasteri tibetani. Quando i Manciù rovesciarono i Ming fondando la feroce dinastia Qin, anche la Mongolia fu soggiogata e divenne di fatto una provincia cinese, snodo importante nella “via del tè” che attraversava la Siberia prima di varcare gli Urali.

 

La penetrazione cinese oggi non è più culturale o militare, ma soprattutto economica. Negli ultimi vent’anni la metà degli investimenti stranieri è venuta da Pechino e gli scambi tra i due paesi rappresentano i tre quarti del commercio estero mongolo. Appena tornato al potere, il Partito popolare ha annunciato tagli alle spese e un giro di vite per ridurre il debito estero. In realtà aspetta l’arrivo degli emissari del Fondo monetario internazionale per capire se, e con quali condizioni, si potrà far fronte alle prossime scadenze. Così, il vento del Gobi ci riporta a New York e alla finanza impazzita. James Freeman, vice direttore della pagina dei commenti del Wall Street Journal, ricorda che 16 mila miliardi di titoli di stato danno ormai un rendimento negativo. Non era mai successo in 5 mila anni di storia conosciuta. C’è troppa moneta e nello stesso tempo poca inflazione, anche questo è un altro paradosso. Freeman dice che i prestiti sono bugiardi e i più bugiardi sono quelli assorbiti dagli stati: “Chi può garantire che l’Italia riuscirà sempre a raccogliere il denaro che le serve? E’ penoso per i risparmiatori e corrosivo per la società avere governi che puniscono sistematicamente il risparmio per spendere al di sopra dei loro mezzi. Non è una sorpresa che la bolla dei titoli pubblici non abbia prodotto la crescita economica promessa”.

 

La realtà è che l’economia mondiale è ancora immersa nel grande debito. Non lo ha ridotto, lo ha di volta in volta spostato da una parte all’altra del globo. Prima l’America, poi l’Europa e l’euro, hanno aiutato questa trasmissione riducendo il rischio di cambio e favorendo il passaggio della moneta senza barriere da un lato all’altro del continente. Così la Grecia ha finanziato le sue olimpiadi, la Spagna i villaggi turistici, la Francia i Tgv, l’Italia l’assistenzialismo tornato in auge nella Seconda Repubblica esattamente come nella Prima. Intanto, sono arrivati i paesi in via di sviluppo. Il libero scambio ha trasformato il sud est asiatico in una grande fabbrica mondiale e la fame di materie prime ha gonfiato la bolla delle commodity. Il gas russo, il petrolio arabo, i minerali pregiati africani, il rame sudamericano, per non parlare delle gemme e dei metalli preziosi. E la Mongolia sotto le sue steppe e tra le gole delle montagne è ricca di carbone, rame, oro, metalli pregiati.

 

La lunga recessione ha sgonfiato le materie prime, i capitali che piovevano come manna dal cielo in quello che un tempo si chiamava Terzo mondo e veniva finanziato solo dalla World Bank, si sono spostati di nuovo verso l’occidente; le banche d’affari e i fondi d’investimento hanno cominciato a giocare con i debiti, quelli pubblici e quelli privati, cartolarizzati, inscatolati in titoli sempre più complicati e irriconoscibili. La domanda privata e quella delle banche centrali ha fatto salire i prezzi e abbattuto i rendimenti. Il Bund tedesco offriva tasso zero a chi lo comprava prima di salire allo stratosferico 0,57. Finché anche il carosello del debito è arrivato al capolinea.

 

L’uscita dalla crisi e il rilancio di un nuovo ciclo di crescita dipende dalla capacità di smaltire il grande debito, ma il deleveraging, come viene chiamato dagli anglofoni, non è mai avvenuto davvero. La Banca dei regolamenti internazionali oggi viene considerata la centrale delle banche centrali, le sue analisi dunque fanno scuola. Il capo economista Claudio Borio è l’unico ad aver visto avvicinarsi la tempesta del 2007-2008 (anche se nessuno lo aveva ascoltato), e ripete da tempo: “Dobbiamo liberarci dall'illusione che possiamo ottenere una crescita sostenibile attraverso il debito, che è stato un sostituto sociale ed economico e in buona parte lo è ancora. Ci fa sentire ricchi a svantaggio delle prospettive future, ma non necessariamente aumenta la crescita. In più, maschera la riduzione di lungo termine della produttività che abbiamo visto nell'economia mondiale”.

 

Fra i paesi meno colpiti dalla crisi, in alcune nazioni emergenti anche molto grandi (per esempio la Cina o l’India) o negli esportatori di materie prime, c’è stata o è ancora in corso una forte crescita del credito e delle quotazioni immobiliari. “Ci sono segni di possibili pericoli finanziari e macroeconomici per il futuro”, sostiene la Bri. Il rialzo dei tassi americani ormai imminente e il conseguente apprezzamento del dollaro, rischia di provocare nuove turbolenze finanziarie. La causa non sta nelle decisioni della Federal Reserve, bensì nel continuo accumulo di debiti. “Nei paesi meno colpiti dalla crisi il credito è aumentato fortemente e una buona parte di questa crescita è stata in dollari: dal 2009 si è passati da seimila a più di novemila miliardi di debiti in dollari, un aumento del 50 per cento. Il rialzo della valuta Usa potrebbe coincidere con l'inizio della fase discendente del ciclo creditizio con rischi per la stabilità finanziaria e macroeconomica”.

 

Ci sono due vie maestre per ridurre il debito: una grande inflazione o una crescita solida del prodotto lordo e dei prezzi. Le banche centrali finora hanno seguito una terza strada, più stretta e incerta: rendere il debito sostenibile grazie a un costo del denaro ormai addirittura negativo, bloccare la deflazione e sperare che la domanda riporti in alto la crescita. Il primo obiettivo è stato centrato, ma soltanto spostando in avanti nel tempo la resa dei conti, gli altri due sono ancora da raggiungere. Per una spinta forte ai prezzi al consumo si è da tempo schierato Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e la sua tesi, respinta per anni dagli economisti ortodossi, comincia a farsi strada negli Stati Uniti dove molti ormai sono convinti che le banche centrali dovrebbero alzare il loro obiettivo (oggi è un aumento dei prezzi del 2 per cento annuo) anzi addirittura raddoppiarlo, perché l’inflazione è come l’olio nel motore della macchina produttiva, purché non sfugga al controllo. Il pessimismo luterano che domina l’animo germanico sostiene che la moneta è la crusca del diavolo e alla fine della fiera è sempre impossibile domare la Bestia, quindi meglio opporsi con tutte le forze a una politica inflazionistica. Rigore nei conti pubblici, imposte moderate, produttività e innovazione sono i quattro ingredienti di una sana crescita di lungo periodo. E’ vero, ma arriveremo mai a vivere il lungo periodo?

 

Nel suo rapporto di primavera la Bri ha usato termini forti: “Quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati, ma i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo”. L’elemento che più ha turbato gli investitori è uno scenario con tassi di interesse ancora più bassi che potrebbero minare i margini, la redditività e la resistenza delle banche e delle assicurazioni. Borio spiega che “nelle economie avanzate, ancora al centro della crisi, si è avuta una certa riduzione della leva finanziaria nel settore privato ma il debito del settore pubblico è cresciuto costantemente. Il brusco aumento del debito del settore privato in altri paesi, soprattutto in una serie di economie emergenti tra cui quelle più grandi ha tuttavia rappresentato lo sviluppo più allarmante”. Quelle più grandi: un eufemismo per non dire la Cina. E proprio le preoccupazioni sull’immenso debito cinese per lo più sconosciuto se prendiamo quello nascosto nelle banche locali, hanno innescato le turbolenze finanziarie nei primi mesi di quest’anno.

 

Torniamo così alla piccola quanto pericolosa Mongolia che, per molti versi, è lo specchio su scala minore dell’Impero di mezzo con una differenza di fondo: Pechino ha accumulato riserve enormi in dollari e oro, Ulan Bator dipende completamente dall’estero. La dottrina cinese consiste nell’inserire il perseguimento del profitto (il mercato capitalistico) in una cornice geopolitica. Le correnti nazionalistiche del Partito comunista concepiscono la Mongolia come uno stato cuscinetto di fondamentale importanza nei confronti della Russia e non hanno intenzione di lasciarla ai giapponesi, ai coreani e tanto meno agli americani. La China Asian Infrastructure Investment Bank, creata per bilanciare la World Bank, sembra disposta a intervenire in Mongolia con prestiti a buon mercato. Non è un regalo, perché i cinesi contano di sfruttare le miniere di carbone (tra le più grandi al mondo), rame e oro sottraendole alla egemonia della multinazionale americana Rio Tinto. “Verremo ingoiati, non ci sarà più una Mongolia indipendente al di qua della grande muraglia”, si lamentano con il Financial Times i banchieri che hanno premuto a lungo per impedire che la Bank of China aprisse una sede a Ulan Bator. I loro timori sono fondati e la dicono lunga ancora una volta sulla vera natura della sovranità che, certo, risiede nel popolo, ma purché il popolo non dipenda in tutto e per tutto dagli altri, abbia risorse proprie sufficienti per mantenere se stesso e sviluppare la propria nazione. Lo sostenevano nella loro saggezza gli antichi, lo dimostrano nella loro stoltezza i moderni.

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