E l’Italia morì

Nel 1995 è iniziato il nostro suicidio demografico. Ma tutti, tranne gli inascoltati vescovi, erano in preda a una soddisfatta insipienza. "La morte e la vita stanno combattendo un duello in cui la prima sembra avere il sopravvento", disse il vescovo di Vicenza Nonis.
E l’Italia morì

foto Stròlic Furlàn, Davide Gabino (via Flickr)

"Tutto è iniziato in Italia nel 1995”. Si apre così un saggio appena pubblicato da Joseph Chamie, uno dei massimi demografi al mondo e già direttore della United Nations Population Division, il fondo dell’Onu per la demografia. “Quello che è successo in quei paesi è l’inversione storica o il punto di svolta demografico in cui i bambini in una popolazione sono meno rispetto agli anziani”, scrive Chamie. “Ancora mezzo secolo fa, la popolazione mondiale di 3,3 miliardi ha avuto in media più di sette bambini sotto i 15 anni di età per ogni persona anziana sopra i 65. Oggi il rapporto globale in un mondo di 7,4 miliardi di persone è stato dimezzato a circa tre bambini per persona anziana. E la popolazione europea, che proprio di recente ha sperimentato l’inversione storica, ha poco meno di un bambino per persona anziana”.

 

Il 1995 è stato l’anno in cui l’Italia ha battuto un record mai toccato prima da un paese in tempo di pace. Fu quando le grandi città iniziarono a “dimagrire” e tanti paesi iniziarono a sparire dalle carte geografiche. A Maranzana, provincia di Asti, in dieci anni erano nati diciassette bambini; ma i morti erano stati 118. A Fabbrica Curane, provincia di Alessandria, i nati furono 47 contro 259 morti. A Trieste i morti furono 2.500 in più dei nati. A Bologna 4.970, a Genova 7.421. Fu un demografo, Antonio Golini, il primo a lanciare l’allarme, denunciando che l’Italia del Duemila si sarebbe potuta trasformare in una “terra di vecchi”.

 

Marcello Pacini, direttore della Fondazione Agnelli, parlò di “47 milioni di italiani nel 2037”. Una previsione che potrebbe essere azzeccata, visto che oggi i demografi concordano sul fatto che agli attuali tassi di fertilità l’Italia perderà almeno dieci milioni di abitanti. Pacini fece l’esempio del ricco Piemonte: il suo tasso di fertilità “nel 1971 era di 2,11, nel 1976 è sceso a 1,79, ma già nel 1982 avevamo raggiunto quasi quella che oggi è la media nazionale con un tasso di 1,28. Nel 1985 siamo arrivati a 1,15 e nel 1990 abbiamo registrato in Piemonte 1,10”.

 

L’assessore ai Servizi demografici del Comune di Torino, Giuseppe Lodi, assicurava che non era il caso di preoccuparsi: “Perché ormai si è stabilizzato il tasso e non temiamo ulteriori contraccolpi”. Come dire, peggio di così nella storia non era mai andata. In Liguria quell’anno nacque meno di un figlio per coppia: 11.300 in tutto il 1995. Per garantire l’equilibrio della popolazione (in pratica la “crescita zero”) ne servivano 23.800, il 53 per cento in più.

 

Il Consiglio d’Europa fissò a 1,3 figli per coppia la “soglia d’allarme”. Nel centro-nord d’Italia tutte le regioni, tranne il Trentino, erano finite sotto quel limite. “In Italia abbiamo giustamente assicurato la libertà di non avere figli o di averne uno – disse Golini – A chi ne vuole di più viene penalizzato da un punto di vista salariale, fiscale, delle strutture”.

 

Si arrivò allora per la prima volta a parlare di rischio pensioni, creatività e mercato dei consumi. Il tasso di fecondità italiano degli anni Cinquanta era tra i più alti d’Europa (2,5 figli per donna, solo la Francia ci superava con 2,9). Nel 1996 era di 1,2 e peggio aveva fatto solo la Spagna con 1,15 figli.

 

L’Aied, l’Associazione per l’educazione demografica, parlò di “catastrofismo” e “razzismo”: “Vogliamo accogliere i rigurgiti del fascismo?”, si chiedeva il presidente Luigi Garatta, usando parole che vent’anni dopo si sarebbero sentite a proposito del fallito “Fertility Day”.

 

“Ancora una volta – disse il vicedirettore del Wwf Italia, Gianfranco Bologna – i nostri demografi lanciano l’allarme per il calo demografico in Italia con l’implicita richiesta di spronare lo stato ad aiutare le famiglie perché facciano più figli. Questa è una richiesta assurda, il nostro è un mondo spaventosamente sovraffollato”.

 

Giuseppe De Rita, segretario del Censis, presidente del Cnel e padre di otto figli, fu uno dei pochi intellettuali a denunciare la “secolarizzazione”, l’“edonismo” e l’“egoismo” della cultura occidentale. Meglio spendere in vacanze, dischi, libri o ristoranti che in zainetti e capi firmati per i pargoli. E’ la filosofia dei “dinks”, “double income no kids”, ovvero “doppio stipendio, niente bambini”.

 

A Torino la cicogna non era più di casa. Mettere al mondo un bambino all’ombra della Mole divenne una controtendenza. 1,01 bambini per ogni donna il tasso di fertilità a Torino in quel fatale anno. Il valore più basso spettò a Ferrara (0,79) mentre quello più alto e appannaggio di Napoli (1,69). A livello regionale, invece, il Piemonte si pose al quinto posto della classifica, dopo Liguria, Friuli, Emilia Romagna e Toscana. “Mi sembra che non sia il caso di drammatizzare”, ripetevano Chiara Saraceno assieme a tanti inutili “sociologi della famiglia”.

 

Il “caso Italia” venne documentato dal Cnr a Roma con la presentazione del terzo Rapporto dell’Istituto di ricerche sulla popolazione, curato da Golini. Anche a Napoli nacquero meno figli che in Svezia. Ma le previsioni pessimistiche dei demografi vennero irrise come quelle dei profeti di sventura. “Con questi ritmi di invecchiamento”, ripeteva Golini, “una società si avvia a scomparire”.

 

Mentre i giornalisti e gli editorialisti italiani nicchiavano o facevano i furbi, il New York Times pubblicava articoli come quello dal titolo “Il basso tasso di natalità sta diventando un mal di testa per l’Italia”, firmato Alan Cowell. “Nonostante le preoccupazioni per bombe e corruzione, scioperi e recessione, l’Italia si sta lentamente accorgendo di una sfida assai più insidiosa che riplasmerà la società entro la fine del secolo, creando un paese dove i vecchi saranno più numerosi dei giovani e le grandi, unite famiglie del mito e della tradizione saranno sparite per sempre”, si legge nell’articolo. “Le donne italiane fanno oggi meno figli delle donne di ogni altra nazione. I bambini non sono più una priorità nella nuova Italia”.

 

“Un mondo senza italiani? Che orrore”, recitava invece un articolo pubblicato dal quotidiano Usa Today a firma del politologo americano Ben Wattenberg, in cui esaminava le implicazioni del drammatico declino delle nascite nella Penisola. Wattenberg si diceva commosso da un incontro a Roma con una donna di settantasei anni, diventata l’invidia delle amiche perchè ha un nipotino, uno solo.

 

Se ne accorsero anche in Francia. La rivista dei demografi francesi Population et Sociétés pubblicò in prima pagina un saggio dal titolo: “Cosa sta succedendo in Italia?”. “L’Italia, diventata il paese più vecchio del mondo con una natalità che è sprofondata, prefigura la demografia di domani nei paesi ricchi”, scriveva il quotidiano francese Libération.

 



foto Kamyar Adl via Flickr


 

Questo mentre un demografo, Pierre Chaunu, nel libro “Un futur sans avenir. Histoire et population”, se la prendeva con “i predicatori-mercanti della pillola di Pincus”, il “planning familiare che pianifica solo la sterilità”, i tedeschi sensibilizzati dalle pratiche eugenetiche criminali del nazismo che avevano trasformato il loro paese in “laboratorio del neo-malthusianesimo”, gli esperti in demografia pavidi che stavano occultando la verità.

 

Già nel 1987 in molte regioni italiane il numero medio di figli per donna era sceso addirittura sotto l’unità: 0,91 in Emilia Romagna, 0,94 in Friuli Venezia Giulia, 0,95 in Liguria (il Piemonte era a 1,06). In nessuna regione, neppure nel sud, si raggiungono i due figli per coppia. Il primato della fecondità spettò alla Campania con 1,80, inferiore tuttavia alla Svezia (1,87). Le donne napoletane facevano meno figli di quelle svedesi. Nel centro-nord, il saldo demografico è costantemente negativo a partire dal 1979: meno 0,2 per cento all’anno. Nelle province di Asti e Alessandria e in quelle di Gorizia e Trieste il rapporto fra nascite e morti nel 1987 fu di 1 a 2,5.

 

Per la prima volta nella storia postunitaria – con l’eccezione degli anni di guerra 1917 e 1918 – l’Italia si ritrovò nella paradossale situazione di una “crescita” demografica sottozero, vale a dire che il numero delle nascite non riesce ormai neppure a compensare semplicemente i decessi, e si verifica anzi una perdita secca nella consistenza della popolazione.
Quell’anno solo in Campania le nascite furono decisamente superiori al numero delle morti, facendo registrare nel 1995 un saldo demografico attivo per 28.848 unità. Non così in Emilia Romagna, dove la popolazione diminuì di 17.086 unità a causa della scarsità di fiocchi azzurri o rosa. Pannolini e biberon si ridussero invece fortemente, oltre che in Emilia, in Piemonte e Toscana. E scesero di circa 10 mila unità i liguri e i lombardi.

 

L’Emilia spiccava anche per altri record: gli aborti (510 su mille nati vivi contro 297 media nazionale), i figli illegittimi (95 su 1000 nati contro 60,8) le separazioni (97 contro 74 su 100 mila residenti), i divorzi (71 contro 52 su 100 mila residenti). Le poche voci di lucidità arrivarono dal campo cattolico.

 

Di “contraccolpo di una sorta di terrorismo psicologico-demografico, per cui la famiglia con figli numerosi è considerata un obbrobrio e viene dipinta come luogo di eccessivi sacrifici, un peso anche per la società” parlò Gino Concetti, moralista e teologo dell’Osservatore romano. “La morte e la vita stanno combattendo un duello in cui la prima sembra avere il sopravvento, una situazione apocalittica”, disse il vescovo di Vicenza, monsignor Pietro Nonis.

 

Ma in quel 1995 fu soprattutto un cardinale, Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, a guidare la campagna contro lo “sfascio demografico”, colpa secondo il porporato della “cultura del niente, sorretta dall’edonismo e dall’insaziabilità libertaria”.

 

Arcivescovo della città dove quell’anno nacquero meno bambini al mondo, Biffi disse che “di fronte a questo stato di cose, ogni persona di buon senso è portata a figurarsi che i responsabili della nostra vita associata stiano alacremente studiando tutti i mezzi possibili per favorire non le interruzioni della maternità, ma le nascite, per aiutare le coppie che possono essere feconde ad avere una casa, per incoraggiare concretamente le famiglie ad aprirsi alla vita. Pare invece che le cose non stiano precisamente così. I nostri amministratori sono certamente persone sensibili e in buona fede. Ed è questo il guaio: fossero cattive o in maialiede, si potrebbe sempre sperare in un ravvedimento. Invece, di fronte alla tranquilla e soddisfatta insipienza, siamo praticamente senza difesa”.

 

Ancora il cardinale Biffi: “Da troppi anni nelle nostre regioni le nascite sono state scoraggiate con tutti i mezzi e con tutti i terrorismi ideologici fino quasi a colpevolizzare quei coniugi che mostravano di non arrendersi a questa specie di dittatura culturale. Stati più moderni e più intelligenti del nostro, posti davanti a questo stesso problema da tempo hanno cercato di porre in atto qualche efficace provvedimento che potesse almeno attenuare questa preoccupante decadenza. Da noi soltanto la chiesa, largamente inascoltata, ha cantato fuori dal coro e non si è mai adeguata alla stoltezza imperante”.

 

Vent’anni dopo, l’Italia ancora discute della legittimità di un “Fertility Day”. Che Biffi, con la sua ironia proverbiale, avrebbe forse ribattezzato in “sterility day”. Gridava nel deserto che la tragedia era imminente, che siamo all’ora X. Ma nessuno ascoltava. Nella decadenza e nell’indifferenza, l’Italia prosperava. E si suicidava.

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