C’era una volta la mascella

Sotto le barbe hipster, niente. Quasi scomparso il paradigma del maschio alfa insieme al naso dritto e la fronte alta. Volti puntuti e adolescenziali per i belli del momento (vedi Venezia). Sono le donne le vere volitive.
C’era una volta la mascella

Kirk Douglas (foto Kate Gabrielle via Flickr)

Una volta tagliate, le barbe hipster tanto di moda fino a sei mesi fa hanno rivelato che la tempra del montanaro era solo apparente, frutto di sapienza stilistica e di raffinata scienza tricologica. La rasatura imposta dalle nuove tendenze ai tanti poverini costretti a seguirle per contratto ha infatti messo in mostra l’impensabile: agli uomini è caduta la mascella, e la sorpresa è tutta nostra. Non sfoggiano più la “mascella volitiva”, paradigma del maschio alfa insieme con il naso dritto e la fronte alta, su cui si sono costruite fortune cinematografiche, successi letterari di stampo popolare e carriere politiche, oltre, naturalmente, i manifesti della razza. Una questione scellerata e mai abbastanza sepolta che infatti rende persino un pezzo di costume come questo piuttosto difficile da affrontare da questa parte dell’Atlantico, dove il tema della discriminazione sulla base dei tratti somatici richiama Julius Evola mentre negli Stati Uniti evoca il fumetto di Dick Tracy, il capitano Kirk di “Star Trek” e in generale l’universo dei valori dei supereroi inventati per annientare per l’appunto filosofi e genetisti scellerati.

 

In realtà, non si tratta di una vera sorpresa; era da un pezzo che noi signore ci aspettavamo la scomparsa dell’uomo mascelluto e della simbologia che l’accompagna, ma sotto tutte quelle barbe si faceva fatica a riconoscere che cosa stesse accadendo. Adesso è chiaro: il faccino glabro e vacuo dell’incertezza gender ha preso il posto dell’arcata inferiore squadrata, dominante e vagamente ferina. Gli hamburger e gli shottini ingurgitati in quantità inverosimili a prescindere dalle campagne sulla corretta alimentazione in cui si buttano tempo e risorse hanno fatto il resto, nascondendo tratti che la natura avrebbe creato magari di suo, affilati come lame sotto uno spesso strato di adipe, segno di fanciullezze protratte ben oltre il tempo limite e di una generale rilassatezza. Perfino Donald Trump, cognome originario Drumpf, insomma uno nato col mascellone per ascendenze geografiche e familiari, davanti alle telecamere è costretto a stringere il morso per far affiorare i segni lecitamente spendibili della propria virilità sotto la rilassatezza dell’età e della vita agiata che ne hanno reso il volto un mascherone.

 

Mi sono accorta del cambio deciso e a questo punto direi definitivo guardando le foto dei primi red carpet della Mostra del cinema di Venezia di quest’anno: tolto Michael Fassbender, l’unico rimasto in circolazione a poter interpretare il ruolo di un patito del sesso suscitando brividi nelle signore meno attente alla moda, cioè prive di disposizione per l’agender, i belli del momento hanno i volti triangolari, puntuti e adolescenziali di Andrew Garfield o Peter Sarsgaard, oppure l’ovale allungato e bizzarro di Jake Gyllenhaal, che in tempi neanche troppo antichi si sarebbe definita “bazza”, relegandolo ai ruoli di spalla. Di James Franco, amatissimo dal mondo della moda che non coglie occasione per sfruttarlo come modello, colpiscono soprattutto gli occhi rivolti verso il basso del cucciolo in cerca di carezze. Mel Gibson, icona Ottanta e infatti provvisto di tratti forti (erano gli anni di “Mad Max” ma anche di “Wall Street”, non dimenticatelo anche perché stiamo avvicinandoci alla genìa dei Douglas), è in arrivo al Lido con il suo “Hacksaw Ridge”, storia bellissima del primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore per la quale ha chiamato Garfield, uno che, basta guardarlo, può prendere pugni dai commilitoni brutali senza fare un plissé; per porgere l’altra guancia i tratti del san Pietro crocifisso di Caravaggio non sarebbero più credibili, e Gibson lo sa: lui stesso, ormai irriconoscibile, gli occhi ridotti a una fessura, parla per iperboli e sentenze, forse nell’obiettivo di accreditare anche il sequel della sua “Passione di Cristo” nei circoli cattolici ultraconservatori, e ci riuscirà certamente. Di Brad Pitt si sono perse le tracce; forse la mascella di Angelina ha avuto la meglio in famiglia. Il red carpet serale di Venezia è infatti dominato dalle donne, e non solo perché sfoggiano vestiti interessanti rispetto agli smoking sartorialmente corretti e dunque scontati delle loro controparti maschili.

 

Eleganti, nel caso di Emma Stone addirittura stunning come dicono gli americani, cioè strepitosa con quel Versace che evoca le serpi della Medusa, le ragazze di Venezia baciano per prime il regista davanti ai fan e ai pochi paparazzi sopravvissuti allo tsunami dei selfie; sorridono, sono toniche e sfrontate. Ottantaquattro anni dopo, nel festival fondato da Benito Mussolini (primo film italiano presentato “Gli uomini che mascalzoni” di Mario Camerini, starring la mascella di Vittorio De Sica ma quella più ricercata e imitata era ovviamente quella del duce), le volitive sono diventate loro. I ragazzi si aggiustano nervosi il cravattino che non sono mai in grado di annodare da sé. Arrivano alla scalinata del Palazzo del Cinema con le mani in tasca, e non sono i pugni chiusi di Bellocchio. E’ il nervosismo dell’incertezza. La mascella squadrata non sarà più di tendenza, ma certamente aiuta, o per meglio dire aiutava a costruire certezze identitarie, insieme con le spalle forti e le gambe leggermente arcuate dell’avventuriero in arcione, leggasi ratto di Proserpina, cavalcata dei tartari e chissà se sarà vera quella storia delle bistecche intenerite fra le natiche del cavaliere e la groppa del cavallo lanciato al galoppo.

 

Nei decenni in cui le griffe si chiamavano sartorie e le attrici non avevano bisogno di uno stylist e di un contratto pubblicitario per decidere che cosa mettersi addosso, a Venezia e a Cannes le foto si scattavano sulla spiaggia e di solito bastava un paio di calzoncini a dire le virtù di chi le indossava, mascella e cosce en pendant, granitiche. Nel 1953, Kirk Douglas sbarcò al Lido di Venezia per presentare “Il bruto e la bella” di Vincente Minnelli, ritratto sul mondo del cinema quasi più impietoso di quel capolavoro assoluto di amarezza e nostalgia che è “Viale del tramonto” e nelle fotografie dell’epoca, riprese e rilanciate in questi giorni per celebrare il centenario della sua nascita, che cadrà a dicembre, ha la solidità di un kouros attico: non fosse per gli sci nautici che porta inopinatamente ancora ai piedi sulla sabbia, concessione kitsch a quegli anni di benessere ancora sognato, ci si aspetterebbe di vedergli portare sulle spalle a cavacecio un agnello, un cesto, una femmina, anche tutti e tre assieme. Sullo sfondo dell’immagine, le fan vestite di bianco si stringono fra le proprie braccia, rivelando inavvertitamente, per istinto, la voglia delle sue. Un ragazzo si infila il pugno in bocca, e non scrivo altro. “La virtù non è fotogenica”, diceva in quegli anni Douglas senior, cesellatore di aforismi fulminanti e capofila di una famiglia di mascelle alfa plus (“i miei figli hanno avuto meno chance di me; io sono nato povero”), oltre che di una lunga serie di rudi e belli cinematografici, anzi di belli in quanto rudi, purtroppo meno incisivi di lui nonostante mascelle perfino più protruse come quella di Robert Mitchum, che però aveva quel non so che di molle e di perverso attorno alla bocca; oppure quella di Charlton Heston, che però era rimasto inchiodato al ruolo di Ben Hur e che non si sarebbe riuscito a concepire in luoghi diversi da un’arena e alla guida di una biga; o ancora, successivamente, di Marlon Brando, di cui però si intuiva il Metodo e l’allure dell’Actor’s Studio, insomma la scuola abilmente applicata.

 

Kirk Douglas, nato in una famiglia di profughi ebrei di origine bielorussa analfabeti incapaci di credere che negli Stati Uniti l’istruzione fosse accessibile a tutti, laureato in Lettere e poi diplomato all’American Academy of Dramatic Arts con un insegnante da cui aveva mutuato il cognome perché il suo, Danielovitch, lo avrebbe inchiodato alle assi dei palcoscenici di quartiere, è la summa di quello che può produrre la capacità di saper stringere i denti al momento opportuno: qualche giorno fa, al Corriere della Sera che lo intervistava in omaggio alle due rassegne antologiche in apertura a Londra e a Los Angeles, ha dichiarato di combattere oggi il razzismo come negli anni Cinquanta aveva fatto con il maccartismo, passando la sceneggiatura di “Spartacus” a Dalton Trumbo dietro le sbarre. La mascella è, o appunto era, un modello comportamentale, per gli esperti di fonetica una guida naturale all’articolazione di vocali e consonanti. Quella di Douglas pare fatta apposta per colorare ogni frase di pathos. “Che cosa ne sai del dolore?”, grida in “Brama di vivere”, dove dà vita a un Vincent van Gogh forse un po’ troppo azzimato ma credibile, passando la mano sulla fiammella del candelabro del ricco cugino che non vuole assecondarne le ambizioni; “what do you know about pain?”, dice secco come il legno che crepita nel fuoco, mentre alla spettatrice viene da trattenere il respiro perché, per quanto abbia potuto sperimentarlo, lui lo sa di sicuro meglio di chiunque altro.

 

Non so se abbiate mai ascoltato la voce di Kirk Douglas in originale, ma varrebbe la pena di perdere qualche minuto fra gli spezzoni dei suoi film caricati su YouTube per capire qualcosa di più di quella mascella e delle ragioni per le quali nessuno abbia più una voce così: di solito ha toni nevrastenici, aspri, tesi, quasi schioccanti; ma sa diventare carezza, bisbiglio febbrile e risata franca senza mai toccare lo stridio delle barbette rasate di oggi, le nasali vezzose di Eddie Redmayne che per noi donne sono al tempo stesso rassicuranti e allarmanti. Ci riconosciamo nelle linee tenere o paffute della maggior parte dei volti attoriali di queste ultime stagioni, ma non siamo del tutto sicure di volerci avere a che fare. Non fosse per il pesantissimo portato storico, per l’abbinata con il fez e il noi tireremo diritto, qualche linea retta in più non ci dispiacerebbe, perfino qualche spigolo. Rischiamo, in realtà, di trovarne sempre di meno: la società del sentimento profuso a piene mani e della solidarietà più narrata che vissuta, fatica a contemplare i tratti cubisti del volto di Kirk Douglas. Insieme con la guerra, rigetta anche l’estetica che, almeno per un millennio e in modo ossessivo nel ventennio fascista, l’ha accompagnata, e in questo infilo pure il mento asburgico che di suo sarebbe un’anomalia, una malformazione patologica ereditaria che neanche il pennello magistrale di Velázquez riuscì mai a smussare.

 

Il mondo di oggi, oltre a essere tondo come da filastrocca e scongiuro, tende sempre di più alla rotondità, alla linea curva, alle atmosfere smussate. Se ne volete una prova nel campo tecnologico, guardate l’evoluzione dei robot, dalle bambole meccaniche del Settecento e i feticci divinatori congolesi fino alle scatole di latta e fantasia degli Anni Cinquanta, sul modello della cameriera dei “Pronipoti” di Hanna &  Barbera che hanno popolato l’immaginario della nostra infanzia fino agli inquietanti androidi in silicone che occupano invece l’universo erotico dei single giapponesi, matrimonio fittizio incluso. Cerchiamo forme rassicuranti perfino nei nostri simili fittizi, e non è un caso che quelli di maggiore successo, con forme curve e occhi tondi da cucciolo di foca, siano stati creati da Masahiko Mori, il primo progettista che abbia studiato non solo la funzionalità delle macchine umanoidi, ma che ne abbia esplorato lo scivoloso confine oltre il quale il realismo diventa eccessivo, la cosiddetta “uncanny valley”, o “zona perturbante”, oltre la quale il disagio prende il posto della riconoscibilità e dell’affezione.

 

Al tema, il Musée du Quai Branly di Parigi sta dedicando in questi mesi “Persona”, una mostra che vale sicuramente la pena di vedere, non fosse altro che per scoprire come la strada del linguaggio del corpo e dell’attribuzione di poteri magici o divinatori all’altro da sé, dal feticcio alla robotica, passando per la fase tardo ottocentesca dell’animismo, riguardi tutte le culture, e come per tutte la tendenza verso le linee soft, meglio se asessuate, si stia facendo sempre più evidente.

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