Le rime e i decreti

Giurista, politico di lungo corso, il presidente brasiliano Michel Temer ha scoperto un improbabile estro poetico. Troppo poco per il consenso. Il paese è in recessione, la presidentessa è stata sospesa, il suo predecessore rischia la galera ma i Giochi sono andati bene.
Le rime e i decreti

Michel Temer con la seconda moglie, Marcela Tedeschi, che ha 42 anni meno di lui

A me basta che non canti!”, diceva Gloria Swanson-Agrippina nel famoso film di Steno del 1956 “Mio figlio Nerone”, nell’abbozzare una trattativa con Vittorio De Sica-Seneca e Brigitte Bardot-Poppea alle spalle dell’imperatore, impersonato da un irresistibile Alberto Sordi. “A noi basterebbe che non scrivesse versi!”, potrebbe essere sintetizzato il sentimento di molti brasiliani nei riguardi di Michel Temer: presidente a interim, e presumibilmente dall’inizio di settembre a pieno titolo, visto che il voto definitivo del Senato sulla destituzione di Dilma Rousseff è in agenda tra martedì 30 e mercoledì 31 agosto. Servono 54 voti su 81, ma già la presentazione delle accuse ha avuto il via libera di 59 senatori, e i giornali dicono che Dilma sta preparandosi a partire per un tour mondiale di otto mesi. Sarebbe un modo per tirarsi su il morale con una visita agli amici che ancora le restano, in particolare la presidentessa cilena Michelle Bachelet e l’ex-presidente uruguayano Pepe Mujica, Ma, probabilmente, anche una maniera per cautelarsi, se all’impeachment seguiranno sviluppi penali.  

 

Tutto sommato, dopo quel Mondiale del 2014 che avrebbe dovuto rappresentare la definitiva consacrazione del sogno di decollo del Brasile e che invece poi tra proteste e ritardi e corruzione e il 7-1 con la Germania si rovesciò in un incubo, alla fine le Olimpiadi di Rio del 2016 sono andate meglio del previsto. Sì: il paese è in recessione, la presidentessa eletta è stata sospesa, il suo predecessore rischia a sua volta la galera, ma alla fine la grande kermesse è partita in modo regolare, le cerimonie di apertura e chiusura sono riuscite a essere suggestive ad appena il 10 per cento di costo rispetto a Londra 2012, zika e Isis e delinquenza non hanno fatto stragi, e dal membro irlandese del Cio Patrick Hickey, arrestato per traffico di biglietti, al gruppo di nuotatori Usa accusati di aver denunciato una falsa rapina, alla fine gli scandali maggiori hanno imprevedibilmente riguardato degli stranieri. Un giudice ha pure tempestivamente bloccato il golpe giudiziario con cui un collega minacciava di lasciare senza fondi le Paraolimpiadi, e rispetto a quanto si era visto nel 2014 le proteste sono state poche e isolate. Con 7 ori, 6 argenti e 6 bronzi, è vero, il Brasile ha preso ben 15 medaglie in meno rispetto a quanto gli aveva pronosticato uno studio dell’Istituto Leibniz per le ricerche economiche di Essen e della Università della East Anglia in base alle potenzialità dei vari paesi. Ma comunque ha stabilito il suo record da quando si fanno le Olimpiadi moderne, e la squadra di calcio maschile col suo oro si è persino presa una piccola vendetta con la Germania.

 


Michel Temer in una conferenza sulle Olimpiadi (foto LaPresse)


 

Per di più, il Wall Street Journal ha appena confermato che malgrado crisi politica e zika “i mercati brasiliani sono stati il miglior luogo del mondo per fare denaro quest’anno”. L’indice Msci Brasil ha infatti accumulato da gennaio un rialzo del 60 per cento, che è il più alto tra i 165 paesi monitorati, mentre secondo l’indice globale diversificato dei bond di mercati emergenti di J.P. Morgan il Brasile ha avuto un ritorno del 24 per cento: terzo miglior disimpegno tra 66 paesi, mentre i bond delle imprese brasiliane sono cresciuti del 22 per cento. Simile è la cifra della ripresa del real nel corso del 2016: + 26 per cento. L’idea insomma è che l’economia brasiliana ha già toccato il fondo, che d’ora in poi le cose non potranno che migliorare, e che il nuovo presidente Michel Temer rappresenta comunque una garanzia che verranno affrontati quei nodi strutturali che né Dilma Rousseff né Lula avevano avuto il coraggio di toccare: il famigerato “costo Brasil”. In particolare, è vista bene la proposta che Temer ha fatto per una riforma costituzionale che limiti la spesa pubblica, ed è visto bene il feeling con l’argentino Macri. Tant’è che per fine anno si prospetta ora una ripresa della crescita dell’1,6 per cento.

 

Però alla cerimonia di apertura Temer è stato sonoramente fischiato. E per evitare nuovi fischi alla cerimonia di chiusura ha evitato accuratamente di presentarsi: non senza irritazione da parte del primo ministro giapponese Shinzo Abe, che per raccogliere il testimone di Tokyo 2020 in quel clima vagamente da Carnevale si era addirittura adattato a sfidare il ridicolo vestendosi da Super Mario. L’irritazione è stata implicitamente ammessa dal sindaco di Tokyo signora Yuriko Koike, quando in conferenza stampa le è stato chiesto in parere su quell’assenza. “Non credo che questo sia un tema a cui debba rispondere. Sono sicura che la festa di chiusura sarà eccellente”. Davvero Temer è così impopolare? In realtà è popolarissimo a Btaaboura, il villaggio libanese di 700 abitanti da cui la sua famiglia emigrò in Brasile nel 1924, e che non appena si è insediato al posto di Dilma Rousseff gli ha subito dedicato una via, con targa sia in arabo che in portoghese. “Via Michel Temer presidente del Brasile”. Ma lì, a parte l’orgoglio campanilista, c’era pure un riferimento polemico al fatto che in Libano il mandato del presidente Michel Suleiman è scaduto il 25 maggio 2014 e da allora non si è ancora raggiunto un accordo sul suo successore, in modo che la carica è gestita a interim dal premier Tammam Salam.

 

“Mentre il Brasile ha un presidente libanese, il Libano è senza presidente!”, ha commentato sarcastico il sindaco Bassam Barbar. L’erba del vicino è sempre più verde, figuriamoci se poi il vicino è in realtà lontano: anche se almeno sette milioni di oriundi libanesi in Brasile rappresentano spesso la crema della società. Così, tra i suoi elettori il gradimento per Temer non oltrepassa il 13 per cento. Certi sondaggi dipendono però molto da come si pone la domanda, e se si chiede se non sarebbe meglio il ritorno di Dilma il 50 per cento risponde: “Allora meglio tenerci Temer!”. Temer è quello che dopo essere stato eletto come vice di Dilma si è rivoltato contro di lei, e il grande pentito Marcelo Odebrecht ha appena confermato che nello scandalo Petrolão Temer è coinvolto fino al collo.

 

Ma questo 76enne giurista di origine libanese-maronita nato in una cittadina dello stato di San Paolo, dopo essere stato nel corso della sua vita un leader studentesco anti-sinistra a quell’Università Cattolica di San Paolo dove si è laureato in Legge, un docente di Diritto costituzionale autore di libri di testo che hanno venduto centinaia di migliaia di copie, un dirigente di quel Movimento democratico brasiliano (Mdb) che raccoglieva l’opposizione autorizzata al regime militare, procuratore generale e segretario per la Sicurezza pubblica dello stato di San Paolo, costituente, deputato, presidente di quel Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb) che si presenta come l’erede del Mdb, tre volte presidente della Camera e dal 2010 vicepresidente, a un certo punto è stato travolto dall’estro poetico. Lui dice che ha iniziato a scrivere versi sui tovagliolini di carta che distribuiscono sugli aerei, poi li ha raccolti, e nel 2013 è uscito un libro dai contenuti ben diversi dei suoi precedenti bestseller “Constituição e Política”, “Territórios Federais nas Constituições Brasileiras e Seus Direitos na Constituinte” e “Elementos do Direito Constitucional”.

 

“Anônima Intimidade” è il titolo, con in copertina un disegno in stile Modigliani di una donna che si guarda allo specchio. Molti i temi che lo hanno ispirato, e in gran parte appunto di tono intimistico. Dal rimpianto per le lettere tradizionali ormai sostituite dai messaggi telefonici e e-mail, all’evidentemente autobiografico orgoglio di un giovane avvocato che ha vinto la sua prima causa, a una ancor più autobiografica dichiarazione di amore per una seconda moglie che ha 42 anni meno di lui. Classe 1983, origini italiane, la bionda Marcela Tedeschi Araújo Temer aveva 19 anni quando conobbe Michel, subito dopo esser diventata la vice Miss San Paolo e partecipando a un congresso del Pmdb in cui aveva accompagnato uno zio dirigente del partito. Lo sposò l’anno dopo, e ora hanno un figlio di sette anni che si chiama Michelzinho. E questo è il suo “ardente” omaggio alla donna: “Occhi brillanti / che sorridono con labbra scarlatte/ Fuochi/ che mi prendono / Il mio corpo / acceso / consumato / dissolto. Alla fine, restano cenere, che spargo sul mio letto / per dormire”.

 

Voi per che lo fischiereste un autore del genere? Per la politica, o per la letteratura? “A Temer dovrebbero metterlo sotto impeachment non per il Petrolão ma per i suoi versi”, ha proclamato un sito Internet. Un account Twitter con 32.000 followers è invece @temerpoeta: purtroppo per il presidente, satirico. Tra questi e altri cultori dei versi di Temer c’è sulle reti sociali in particolare un aspro dibattito su un poema di sinteticità ungarettiana e in cui però sembra esservi un forte influsso del “Corvo” di Edgar Allan Poe. Titolo “Radicalismo”. Svolgimento: “No. Mai più!”. Per chi pensa che la traduzione possa svilirlo, riportiamo l’originale: “Radicalismo. Não. Nunca mais!”. Per alcuni, infatti, è questo il fondo della sua musa. Ma altri insinuano che il vero autore deve essere Michelzinho.

 

Michelino a parte, Temer in molte sue composizioni sembra tradire una certa insoddisfazione per sé stesso. Purtroppo, non esplicita se per il sé stesso politico, per il sé stesso giurista, per il sé stesso marito e padre, o per il sé stesso poeta. “Fuga”, si intitola ad esempio una di queste poesie, accompagnata dal disegno di un volto umano che è anch’esso in stile Modigliani. “Está / Cada vez mais difficil / Fugir de mim!”. “E’ / Ogni volta più difficile / Fuggire da me!”. Ancora più tranciante una “Trajetória”: “Se eu pudesse / Não continuaria”. “Se io potessi / non continuerei”. E non mancano riflessioni filosofiche che evocano i momenti più intensi del Pippo disneyano: “Passou”. “Quando parei / Para pensar / Todos os pensamentos / Já haviam acontecido”. “Passò”. “Quando mi fermai / Per pensare / Tutti i pensieri / Già c’erano stati”. Però poi al dubbio segue una convinzione sartriana sull’impegno che dà senso all’esistenza. “Pensamento”. “Um homem sem causa / Nada causa”. “Pensiero”. “Un uomo senza causa / Nessuna causa”. I maligni dicono che “Saber” era in realtà rivolta agli inquirenti del Petrolão. “Eu não sabia / Eu juro que näo sabia!”. “Io non sapevo/ Io giuro che non sapevo!”.  

 

Un poema è dedicato proprio a “Eu”. “Deificato. / Demonizado. / Decuplicado. / Desfigurado. / Desencantado. / Desanimado. / Descontruìdo. / Derruìdo./ Destruìdo”. Ma forse qui in traduzione è anche importante riprodurre una sequenza grafica che, come negli scritti di Marinetti, è parte anch’essa del verso. Un altro poema riferisce di un “Susto”, cioè di una “Paura”. “Se as pessoas / Vissem / O que veem / Os olhos/ Que olham / Pra dentro…”. “Se le persone / Vedessero / Quel che vedono / Gli occhi / Que guardano / Per dentro…”. “A carta” è “La lettera”. “Leu. / Releu /. Não entendeu. / Mas compreendeu. / Tanto escreveu / Só para dizer / ‘Adeus’”. “Ha letto. / “Ha riletto. / Non ha inteso. / Ma ha compreso. / Tanto ha scritto / Solo per dire / ‘Addio’”. La conclusione è a metà fra il Francesco Guccini dell’Avvelenata” e il biblico Qoelet. “Compreensão tardia”. “Se eu soubesse que a vida era assim/ Não teria vindo ao mundo”. Sul disegno di un pulcino che ha rotto un uovo mentre un altro lo sta rompendo. “Comprensione tardiva”. “Se avessi saputo che la vita era così/ Non sarei venuto al mondo”. Solo che in ultina pagina un’avvertenza appunto avverte che “Questa è opera di finzione. Qualunque somiglianza con me stesso o con terze persone è mera coincidenza”.

 

Eppure, il presidente poetastro a suo modo qualcosa la rappresenta. “Il Brasile è il paese del futuro e sempre lo sarà”, è una frase amara che i brasiliani amano ripetere. “Brasile terra del futuro” fu pure il titolo dell’ultimo libro di Stefan Zweig. Il grande intellettuale ebreo viennese in fuga da Hitler, approdato in un Brasile che lo affascinava ma allo stesso tempo lo sconcertava, in Brasile il 22 febbraio 1942 si tolse la vita assieme alla moglie, ormai disperando di poter vedere la sconfitta del nazismo, e lasciando quel saggio come suo ideale testamento. “Se la civiltà del nostro Vecchio mondo dovesse soccombere veramente nella lotta suicida, noi sappiamo però che in Brasile è all’opera una nuova civiltà pronta a dare realtà, ancora una volta, a tutto ciò che da noi le più nobili generazioni hanno vanamente desiderato e sognato: una civiltà umana e pacifica”. Come insegna Marx, la storia quando si ripete la prima volta è in tragedia, la seconda in farsa. “Brasile terra del futuro” configurava una speranza, in cui però poi alla fine lo stesso Zweig non riuscì a credere.

 

Quella speranza sembrava ormai realizzata alla fine degli otto anni di Lula, ed è invece di nuovo affondata con Dilma Rousseff. E il naufragio, lo abbiamo ricordato all’inizio, è stato simboleggiato proprio da quei Mondiali che avrebbero dovuto invece sancire il definitivo decollo. Le due cerimonie dell’inaugurazione olimpica e della chiusura forse ora dimostrano che, prima ancora della speranza, il Brasile ha un disperato bisogno di poesia. Ma leggendo i versi di Temer si capisce al contempo quanto sia complicato raggiungerla.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi