Il dèmone delle macerie

Da Pompei ad Amatrice passando per l’Aquila, cosa è bene sapere in fatto di terrae motus. Con uno sguardo al calendario degli antichi e ricordando che la terra è sempre innocente
Il dèmone delle macerie

“Matru i più rozzi e i più lontani la chiamano ancor oggi Matruce, poi Matrice, in latino Matrix, l’alveo da cui discende la razza, fu il nome di una regione d’Italia, anzi della primissima Italia”

Quando l’età declina, quando più la tempesta della vita infuria con tutti i suoi mali fisici e morali, si ritorni alle origini, si riguardi al passato per averne un conforto che non mancherà mai, per trarne quella serenità, caratteristica dei nostri antichi Padri, per affrontare ogni evento, anche il più triste, anche la morte. La vita e la morte, per essi, non erano che due stadi diversi dello Spirito Immortale, sempre vigilante su i destini della Famiglia e della Patria (Cesare De Bernardinis, “MA-TRV”, Amatrice, 1932).

 

Il Dèmone delle macerie ha fatto visita all’ombelico d’Italia e ha portato con sé, inevitabile, corpi e anime innumerevoli. Ha attraversato Lazio Abruzzo Marche e Umbria, lungo la dorsale tra il parco del Gran Sasso-Monti della Laga e quello dei Sibillini, lo ha fatto con il suo tipico passo sicuro e pesante, notturno peraltro: impronta contraffatta del nettunio Scuotiterra (terrae motus). Stavolta ha scelto proprio l’Omphalos Italiae, il punto d’intersezione delle terre di mezzo e delle quattro ideali linee rette originate dai punti cardinali (Giano Quadrifronte), a circa sessanta chilometri dal misterioso Lago di Cotilia (oggi Paterno, forse, vicino Rieti, in Sabina), lì dove secondo Marco Porcio Catone balenò come un lampo, in tempi preistorici, un nucleo fondativo dei popoli italici. Scrive al riguardo Renato Del Ponte (“La religione dei Romani”, Rusconi, 1992): “E il ver sacrum ebbe il proprio centro d’irradiazione mistica presso il lago miracoloso di Cotilia contenente un’isoletta natante spostata dal soffio del vento. Era quello un luogo sommamente venerabile, ritenuto l’ombelico d’Italia. Il fenomeno di Cotilia, che pareva straordinario agli antichi fa pensare a Delo, l’isola natante nel mare Egeo dove nacque il dio solare Apollo e dove risiedeva un famoso oracolo. Non lontano da Cotilia – il cui lago era creduto sacro alla dea Vittoria – un altro dio, a Tiora Matiene, vaticinava per mezzo di un picchio: Marte, che dunque presso i più antichi Italici sembra aver rivestito la stessa funzione di Apollo per gli Elleni”.

 

Non so se sia davvero Vittoria la dea da scomodare in queste ore: ogni lago è una finestra di sotterra, l’occhio cilestre di una dea del vuoto, Vacuna il suo nome, la titolare del lago di Cotilia che separa la superficie terrestre dall’inquilino magmatico che abita le nostre profondità vulcaniche. La cronaca di oggi evoca immagini remote: un centro mistico rivestito di macerie, un messaggio oracolare proveniente dai boschi della Sibilla appenninica e interpretabile con Eraclito: il nume non dice e non nasconde, manda segni.

 

Una traccia. Il Dèmone delle macerie cavalca fuochi impuri e sotterranei, giunge inavvertito ma non senza essere annunciato: sono i dormienti a ignorarne i sussurri, la grammatica ominosa che precede il suo passaggio. Il vento, forse, o un mesto uggiolare di cani. Ho appena incrociato a Roma un miracolato che stava lì, nel cuore della tragedia, alla vigilia del terremoto. Aveva giusto avvertito un turbinio insolito, un vociare sospetto di fronde, come un allarme confermato dall’improvvisa, inerte apatia del suo cane altrimenti iperattivo. L’uomo è tornato sui suoi passi, si è così salvato. Il lago sacro di Cotilia è sottilmente collegato con un altro ombelico della tradizione di Roma, detto in antico mons Saturnius: il Campidoglio. E l’oracolo di Dodona così indica ai Pelasgi in attesa di emigrare: Andate in cerca della Saturnia terra dei Siculi e degli Aborigeni, Cotilia, dove galleggia un’isola” (Varrone citato da Macrobio nei Saturnali).

 

Centro polare della terra Aborigena, epicentro del terrae motus, è Amatrice col suo circondario. E “per quanto riguarda le origini di Amatrice, con riferimento anche a una zona molto più vasta, che comprende Arquata del Tronto, Accumoli, Montereale, Campotosto, Cittareale, Posta, Borbona e perfino Antrodoco, Leonessa e Norcia, leggiamo cosa dice Cesare de Bernardinis nel suo libro ‘Ma-Tru’ (Amatrice, 1932). ‘Matru i più rozzi e i più lontani la chiamano ancor oggi Matruce, poi Matrice, in latino Matrix, l’alveo da cui discende la razza, fu il nome di una regione d’Italia, anzi della primissima Italia, quindi, nel corso dei secoli, rimase ad indicare una città di questa terra, e si ingentilì in Amatrice, Amatrix, in ricordo della regina Amata, moglie di Latino, re degli Aborigini, che la fondò. Gli abitanti della Matrice son detti Matriciani ed Aborigines non è che la traduzione, in latino, di tal nome’” (Italia Nostra – Rieti, Centro di educazione ambientale in Amatrice, “Percorsi Urbani. Itinerari per conoscere la Laga”, Rieti 1999).

 

Una seconda traccia, topografica e simbolica a un tempo. Calendariale perfino, come vedremo. Il Campidoglio, monte del dio Saturno cui è da ricondurre l’aurea età delle origini, ospita alle sue pendici sia l’Umbelicus Urbis sia il Volkanal, l’altare consacrato in antico al nume magmatico che dimora nella Saturnia Tellus. Vulcano, Saturno, Vacuna; il fuoco, il cielo nascosto, il vuoto. E due omphaloi che si guardano tra Roma e Cotilia. Ma qui giova riperticare un prologo geologico e un antefatto mitistorico. All’indomani del terremoto aquilano, scrissi sul Foglio (6 aprile 2009): “La catastrofe abruzzese ci ricorda che abitiamo sopra un drago affacciato nel Mediterraneo. Un dragone muggente di fuoco e gas che il Boccaccio appellò Demogorgone dal volto terrifico. In poche parole un’enorme dorsale vulcanica derivata dall’incontro tra due placche ciclopiche di crosta terrestre, quella africana e quella euroasiatica. Per spiegarcelo, gli studiosi disegnano cartine colorate e predittive e tracciano una grande curva sismica che nasce dall’Etna e avvolge l’Italia fino alla corona delle Alpi in una figura geometrica a metà tra l’ellissi e il fallo eretto. Noi abitiamo lì dentro, come i nostri progenitori, sottoposti alle scrollate del mantello terrestre adagiato sulle fiamme sotterranee che calpestiamo ogni giorno. La densità vulcanica italiana dovrebbe rammentarci ogni giorno della nostra condizione di potenziali errabondi per sfuggire terremoti e sbuffi di fuoco”. Noi, gli Italici, siamo “i discendenti delle Primavere sacre preistoriche, riti di passaggio all’età adulta e d’ingresso nelle tribù di giovani civilizzatori in partenza dalla casa paterna verso nuove terre. L’Italia nasce così, nasce con lo sciame di antiche tribù pastorali e montanare partite in primavera dalla Sabina (ombelico d’Italia) per fondare nuove città-famiglia, sotto la protezione dei Numi primigeni rappresentati sotto forma di animale totemico. I Marsi hanno l’orso, ancora simbolo della regione abruzzese, i Piceni il picchio (picus), gli Hirpini il lupo e così via. Questi sciami primaverili erano dovuti all’esigenza di regolare il sovrappopolamento, ma nell’essenza erano centrati su un ricordo lontanissimo. Il ricordo di quando gli aborigeni italici diventarono ab-errigeni, cioè coloro che errano per salvarsi dalla mano fatale abbattutasi ieri a L’Aquila. Le grandi migrazioni mediterranee verso oriente dei civilizzatori italici – come un volo d’api destinate a novelli alveari, o come i semi del grande fallo disegnato dai vulcanologi – e i grandi ritorni esemplificati dal racconto degli eroi omerici sbarcati sulle nostre coste [spesso accompagnati da morbi esiziali contratti nelle peregrinazioni asiatiche] ci ricordano un destino nazionale di fuoco. A primavera il mito originario si ripete come rito festoso o si riattualizza con le fattezze di una nuova catastrofe. Da sempre”. Sicché in ogni cataclisma vulcanico “rileggiamo la filogenesi dell’Italia e la fierezza del suo ricostruirsi”. Ma il già-detto (e con eccesso di enfasi) non basta, è anche impreciso. Color che sanno aggiungono e correggono: “La penisola italica è una terra giovane, essa è emersa dalle acque del mare in tempi relativamente recenti; questo il motivo per cui sono presenti e frequenti i fenomeni vulcanici e sismici. Bradisismi, terremoti sono fenomeni di instabilità che denotano appunto una giovinezza geologica… Terra nel contempo giovane e antichissima. Terra nutrice. Regione significante; un onfalo! Dai suoi alimenti trassero sostanza, energie, vigore generazioni e generazioni di Padri che nel tempo giusto ne fecero la terra di Saturno, la nutrice di Civiltà. Sul suo suolo giovanissimo e remotissimo i Padri celebrarono feste in un tempo sacro, fuori dal tempo profano, nell’eternità”.

 

I nostri progenitori sapevano che il sacro è un mistero inviolabile intorno al quale forze possenti si manifestano in vortici, esattamente come vortica il fuoco di Vulcano onorato a Roma alle pendici del Campidoglio, dicevamo, e in un giorno speciale: il 23 agosto, martedì scorso, vigilia di terremoti e, caso non casuale?, giornata in cui fuochi indomabili sembravano riuniti a convegno nei dintorni dell’Urbe costringendo i soccorritori a pescare l’acqua dal Tevere per placare le fiamme. Ma come si onora Vulcano? Secondo le fonti storiche, in pubblico s’immolava un vitello rubente e un porco maschio; in privato il paterfamilias offriva alla fiamma gentilizia alcuni pisciculi, per ardere i suoi vischiosi e tiepidi residui amniotici (fuoco impuro). Ricorriamo ancora al sabino Varrone e ai suoi conoscitori più profondi: “Con la loro congiunzione, il Cielo e la Terra hanno generato tutti gli esseri, perché per mezzo loro la Natura mescola il caldo al freddo e il secco all’umido. […] Due sono gli elementi che condizionano la vita, dunque, il fuoco e l’acqua… Il fuoco l’elemento maschile che contiene il seme; l’acqua l’elemento femminile, perché il feto si sviluppa dalla sua umidità… la causa della vita è nel fuoco del Cielo… dal fuoco nasce ogni cosa e suscita il fuoco ogni essere che nasce”. Principes dei Caelum et Terra… Il Cielo e la Terra sono gli dèi supremi… Cielo e Terra, Grandi Dei, Fuoco e Acqua, Divi qui potes. E non è certo Vulcano il Dèmone delle macerie. “Il fuoco una volta acceso tende a estendersi e sviluppa calore e fiamme finché trova sostanze combustibili, poi si ferma da solo, ma anche con l’intervento dell’uomo o di una violenta pioggia. Colei che arresta il fuoco, soprattutto se dannoso, è una entità femminile associata a Volkanus, Stata (Statae Matris simulacrum in foro colebatur - Festo); Maia invece, nell’antica liturgia invocata come Maia Volkani, esprimeva la manifestazione opposta. Maia (dal comparativo maius) è quella entità che opera trasformando l’elemento divoratore del fuoco in elemento fecondatore e generatore di vita, perciò fu considerata Vulkani uxor e detta anche Maiesta, perché riportava l’ardente violenza domata a esplicare più ampia e costruttiva funzione nell’ordine della natura. Un dio cui si accompagnava una tale uxor non poteva essere un dio malefico, a meno che… Tutto, sappiate, dipende dalla bontà o dalla malvagità dell’uomo; dalla sua rettitudine e pietas o dalla sua inettitudine e sovente dalla sua tracotanza”. Ora abbiamo un indizio certo: l’empietà dell’uomo dimentico della natura vivente e dei suoi segreti, ma sopra tutto del suo compito di custode e propagatore di Concordia, consapevolezza, rettitudine. Il Dèmone delle macerie è l’uomo degenerato, de-caduto fuori dalla tutela sacra (inviolabile!) del Genio italico. E c’è un nemico, contro il quale già in antico era rivolta la pratica cultuale dei Romani. La festività di Vulcano ricorre esattamente un mese dopo i Neptunalia del 23 Luglio e quindi sul finire del periodo canicolare. “In questo periodo – scrive Georges Dumézil (“La religione romana arcaica”) – la natura è arida e i raccolti, da poco riposti nei granai, corrono più che mai il pericolo di essere distrutti da un incendio. La festa del dio intende certo scongiurare questo rischio; in questo giorno, infatti, un frammento degli Atti degli Arvali prescrive in quattro punti della città sacrifici a quattro potenze divine la cui associazione è significativa: … Nymphis in Campo, Opi Opiferae in Foro, Quirino in Colle, Volkano in Comitio”. Il nemico è il “fuoco affamato”, soffiato dal “Dèmone della desertificazione” che inaridisce l’uomo e il suo mondo circostante, è una brama rovente che sradica, deforesta, inquina e contamina le riserve energetiche naturali, e contro la quale agiscono le Ninfe, perché le acque combattono l’arsura; Ops perché dea del raccolto e dell’abbondanza da poco riposta nei granai; Quirino perché presiede al governo e quindi agli approvvigionamenti e alla custodia dei raccolti; Volkanus per beneficiare della sua pax, onde tener lontana la minaccia degli incendi stagionali. Ancora Dumézil: “Ci sono combustioni desiderabili, annientamenti utili. Sul campo di battaglia Vulcano riceve la consacrazione delle armi prese al nemico: allo stesso modo, l’agricoltore fa talvolta ricorso al fuoco distruttore. Alla fine dell’estate, Columella prescrive un lavoro che, eseguito da tutti i contadini latini, doveva offrire alla vista, ogni anno, degli incendi spettacolari: i pascoli non richiedono molte cure; infatti perché l’erba cresca più rigogliosa, ci si limita a mettervi fuoco verso la fine dell’estate. Questa operazione fa rinascere i pascoli più teneri, e al tempo stesso, bruciando i rovi, impedisce ai cespugli di crescere”. Vulcano non è la causa del male, dunque, è la cura immanente nell’uomo che sa accendere, coltivare e ordinare il proprio fuoco interiore, il vir. Altrimenti…

 

Terza traccia. Come al giorno segue la notte, ai Volkanalia del 23 agosto tiene subito dietro uno dei tre momenti più delicati dell’anno solare (gli altri due sono il 5 ottobre e l’8 novembre): Mundus patet, si apre la volta di sotterra – specchio della volta celeste, in cui s’inciela come radice il caput divino dell’uomo-infinito –, ed è in queste viscere spalancate che il vir seppellisce le proprie scorie terrestri per poi trasformare il piombo nell’oro. Giorno anche di terremoti, a quanto pare. Pompei fu ricoperta dalla coltre magmatica del Vesuvio il 24 agosto del 79. E adesso il centro Italia dei Sabini e dei Piceni, della Sibilla appenninica e di Cotilia pelasgica. Detriti morenici atlantidei e lezioni atemporali per anime non ottuse dal mundus moderno. Coincidenze e fantasticherie, diranno e diremmo anche noi, potendo. Dopo tutto non è che certe catastrofi avvengano puntuali e negli stessi momenti del ciclo annuale (la stessa zona centroitalica fu però colpita nel 1639, era il 7 ottobre, due giorni dopo il Mundus patet). Epperò i rapporti di causa ed effetto oggi sono per lo più indagati da coloro che più si allontanano dal regno immanifesto delle cause, perciò sono così spesso fraintesi. Come negletta è la verità profonda dell’Italia, che resta una terra antichissima e sempre giovane, una terra nel mare, una terra ricca di acque e di vulcani. Nelle ossa dei discendenti degli avi antichi palpitano ancora gli elementi sedimentati di arcaiche formazioni magmatiche e minerarie, origine del roccioso coraggio italico. La sfida di questo coraggio sta nel debellare l’eversore, il Dèmone delle macerie, “il malvagio Disgregatore. Che venga trinis catenis vinctus”.

 

E a un’altra cosa, infine, si badi bene, come ammoniscono i poeti: “Innocente è la terra, / la patria terra, per i vivi / che di essa si nutrono, / per i morti che ora ci nutrono! / Amata, aurea Matru, Italia sei!”.

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