Lì dove volavano le trame dei re

Viaggio nel castello dell’amore, potere e tradimenti

Mettere piede nel castello di Blois vuol dire entrare in un racconto che ricostruisce non solo la storia francese, ma anche quella italiana ed europea. La regina Caterina de’ Medici ne fu protagonista.

Viaggio nel castello dell’amore, potere e tradimenti

“Nozze di Caterina de’ Medici con Enrico di Valois” di Jacopo di Chimenti da Empoli, olio su tela, 1600, Firenze, Galleria degli Uffizi

A Blois il castello è una roccaforte medievale, una reggia rinascimentale, un palazzo barocco. Protette dalle poderose mura di cinta della città sulla Loira, le ali costruite da Luigi XII, da Francesco I e da Mansart in stile neoclassico per Gastone d’Orléans, racchiudono tre epoche dell’architettura francese, dominando i tetti in ardesia delle case lungo il fiume e l’intera vallata. Nel Medioevo, i conti di Blois innalzarono qui il loro torrione per amministrare la giustizia. Quando la contea venne incorporata alla corona, Luigi XII decise di costruire nel castello in cui era nato nel 1462 un nuovo edificio sui resti delle vecchie costruzioni. E  ciò che resta oggi dell’antico edificio medievale è la grande sala rettangolare con due navate a volte decorate con gigli d’oro in fondo blu, e il trono con baldacchino dove il turista può scattarsi un selfie regale: usata un tempo come palazzo di Giustizia, fu questa sala che nel 1576 e nel 1588 ospitò gli Stati generali. Così, mettendo piede a Blois, inizia un viaggio nella storia non solo francese, ma italiana ed europea, viaggio dalle molte trame, favolose e avvincenti come quelle di un poema epico, gioiose come quella una pastorale, e tragiche come in un dramma shakespeariano.

 

Luigi XII è infatti il re che dopo la campagna in Italia del suo predecessore Carlo VIII conquistò nel 1499 il ducato di Milano, scacciando Ludovico il Moro, salvo poi perderlo subito dopo per un’insurrezione popolare. Ed è anche il re che, prima alleato e poi avversario di Ferdinando il Cattolico, subì i disastri militari sul Garigliano e a Seminara con cui dovette ratificare l’inizio del predominio spagnolo nel Sud d’Italia. Perciò, se Guicciardini nei Discorsi lo bolla senza pietà – “l’ambizione e leggerezza sua fu tanta” – Machiavelli, che proprio alla corte di Blois soggiornò con una legazione della Repubblica fiorentina, lo ricorda nel terzo capitolo del “Principe” come il prototipo di “chi fa il contrario di ciò che si deve fare per tenere uno stato in una provincia disforme”, passandone in rassegna i molti errori, che lo spinsero a aumentare il potere della Chiesa e della Spagna, causando così la sua rovina.

 

Luigi XII però al castello di Blois troneggia coi suoi capelli lisci a caschetto sulla statua equestre che domina il portale d’ingresso. E il suo emblema, un porcospino dai lunghi aculei simbolo dell’invulnerabilità del potere regio, spicca col suo motto Cominus et eminus (da vicino e da lontano) sulle mura in mattoni rossi dell’edificio in gotico flamboyant. Accanto al porcospino, c’è l’ermellino, emblema dei duchi di Bretagna, e dunque di sua moglie, Anna di Bretagna, unita in prime nozze non consumate con Massimiliano d’Asburgo, quindi vedova di Carlo VIII, e impalmata da Luigi XII dopo l’annullamento del suo matrimonio con la disabile Giovanna di Valois. Sull’ala rinascimentale in marmo bianco, con la famosa scalinata ottagonale di Domenico da Cortona, volta elicoidale e finestre aperte sul cortile, spicca invece l’intreccio di C e il cigno ferito, emblema di Claudia di Francia, timoratissima figlia, un po’ zoppa e lacrimosa, di Luigi XII e Anna di Bretagna, nonché sposa del cugino Francesco d’Angoulême, che sarà il primo re Valois salito al trono come Francesco I nel 1515. Come emblema, costui scelse la salamandra, che mangia il fuoco e vi resiste, e perciò è simbolo di audacia e coraggio: l’annesso motto, Nutrisco et extinguo (me ne nutro e lo spengo) costella muri, camini, travi e arredi della regale dimora. Quando si entra nell’ala monumentale di Francesco I, che sembra schiacciare la semplice costruzione a due piani di Luigi XII, colpiscono i volumi delle sale, piccoli, raccolti, a misura d’uomo, le piastrelle in terracotta colorata, grevemente restaurate nel Novecento, i camini intarsiati e la vista a perdita d’occhio sulla vallata.

 


Il castello di Blois è uno dei principali castelli della Valle della Loira (foto www.chateaudeblois.fr)


 

Al piano terra le gallerie, al primo piano gli appartamenti reali, con la stanza di Caterina de’ Medici, che del suocero Francesco I condivise l’usanza della corte itinerante, lungo l’ultimo fiume selvaggio d’Europa, principale via commerciale del regno di Francia, che dalla sorgente nel Massiccio centrale percorre mille chilometri prima di gettarsi nell’Oceano Atlantico. Caterina morì proprio qui a Blois, nella sua stanza al primo piano, la mattina del 5 gennaio 1589, due mesi dopo l’apertura degli Stati generali convocati dal figlio Enrico III per cercare placare la tormenta delle guerre di religione, resa ancora più incontrollabile dalla sconfitta dell’Invincibile Armata sotto il fuoco inglese. Caterina morì pochi giorni dopo l’assassinio del Balafré, lo sfregiato, il duca Enrico di Guisa, capo fanatico della Lega cattolica, ucciso proprio al piano di sopra, per mano delle guardie personali di Enrico III, come ricordano le grandi tele ottocentesche esposte ora nelle stesse sale.

 

Quella notte, tra il 22 e il 23 dicembre 1588, la regina madre aveva dormito malissimo. Era malata, febbricitante, affetta da una tosse insistente. Si svegliò all’alba per il rumore dei passi, il clangore delle spade, le voci e le urla dal piano di sopra. Si rigirò nel letto, insonnolita. Intuiva ciò stava accadendo, ma quando il figlio le si parò di fronte con aria glaciale non ebbe più dubbi. “Il duca di Guisa è morto e non se ne parlerà più. L’ho fatto uccidere io, anticipando il progetto che aveva concepito nei miei confronti. Non potevo tollerare la sua insolenza, sebbene abbia cercato di sopportarla molto a lungo, per non sporcarmi le mani col suo sangue”. La regina madre ascoltò la sua requisitoria, l’elenco delle offese, lo scatto di orgoglio: “Voglio essere re e padrone, non prigioniero e schiavo” proclamò il figlio esagitato. Cavriana, il medico italiano che riporta la scena, omise di trascrivere la replica. Esautorata dal figlio re, Caterina aveva visto vanificare tutti i suoi sforzi di riconciliazione; non era stata nemmeno informata della condanna a morte in carcere del fratello del Balafré, il cardinale di Guisa, altro capo dei ligueurs, che figura col suo volto malinconico in un trittico spettrale. Non sappiamo dunque se costei si trincerò nel silenzio o se ne uscì con una delle sue battute taglienti, “C’est bien coupé, maintenant il faut recoudre”. Sappiamo solo che il giorno di Natale a un monaco di corte disse: “Ah! Lo sventurato, cosa ha fatto? Pregate per lui, che ne ha più bisogno che mai; lo vedo precipitare verso la rovina, e temo che perderà tutto, corpo, anima e regno”.

 

A nulla valsero le condoglianze alla madre dei Guisa, la visita in carcere al cardinale di Borbone, che aveva aderito alla Lega cattolica e però l’accolse malissimo, accusandola di aver aperto la strada al massacro con la sua smania di riconciliazione. Impotente, in lacrime, e piena di rimorsi, Caterina, uscendo in pieno inverno, si prese una congestione polmonare e cadde malata. Allo stremo delle forze, rinunciò al salasso, fece testamento, si confessò e si preparò all’estrema unzione. Ma quando apprese il nome del prete sconosciuto preposto al rito, Julien de Saint Germain, “Sono morta”, esclamò. E ricordò la profezia secondo la quale sarebbe morta vicino a Saint Germain, cosa che per anni l’aveva tenuta lontana dal castello alle porte di Parigi.

 

Persa la parola, di lì a poco spirò. Il suo corpo venne riposto in un sarcofago di zinco, mentre la sua effigie di cera fu esposta per un mese nella cappella del castello, con indosso gli stessi abiti d’apparato che settantacinque anni prima erano stati usati per vestire l’effigie di Anna di Bretagna. Era questo il rituale funebre con cui la monarchia francese rappresentava il dogma del doppio corpo dei re, corpo naturale soggetto al dolore, alla malattia, alla morte, e corpo perfetto e immortale, simbolo dell’intero corpo del regno. Prodotto di una storia di chiasmi tra la cristologia paolina, la teologia medievale e il diritto pubblico medievale, quel dogma era stato mutuato dalle monarchie nazionali che aspiravano a eguagliare in sovranità la monarchia pontificale, e dunque ambivano a distinguere anche loro l’impersonalità della dignitas regale, garanzia di perennità del regno, e la natura mortale di colui che temporaneamente l’incarnava. E il fatto che proprio allora, alla morte di Caterina de Medici, fosse forte il bisogno di riaffermare l’idea nel rito del funerale regio, lo dimostrano le parole dello storico de Thou che unendosi al compianto del popolo minuto scrisse: “Non è una donna che è venuta a morire, ma la regalità”.

 

Dunque fa una certa impressione entrare nell’ala del castello di Blois che Francesco I aveva voluto costruire per affermare la nuova idea di una regalità assoluta, l’alfa e l’omega dell’universo cosmo, e ritrovarsi negli appartamenti di Caterina, coi suoi damaschi, i suoi quadri, nello studiolo ad angolo, dove gli storici inscenano le ore più drammatiche della sua vita, con quelle vetrinette colme di tesori dell’oreficeria italiana e le pareti rivestite in legno di quercia, coi centinaia di pannelli invisibili che nascondono tanti armadietti segreti pieni di misteri. Strano destino quello della regina di Francia fiorentina, ultima discendente legittima dei Medici, bisnipote di Lorenzo il Magnifico, cugina di Papa Clemente VII, sposa a quattordici anni nel 1533 del secondogenito di Francesco I, che sognava di riconquistare un dominio italiano. Caterina fu regina per caso, per un bicchiere d’acqua ghiacciata che costò la vita al primogenito di Francesco I, erede al trono.

 

Moglie dimessa e per anni in stand by di un marito amatissimo, ma insopportabile e crudele, che la tradiva apertamente con una favorita di vent’anni più vecchia di loro e però fulgido esempio di bellezza intemporale, Caterina dopo dodici anni di regno e una decina di figli rimase vedova e reggente, anzi madre di re e governante del regno, assicurando la continuità dello stato nella tormenta delle guerre civili e dei conflitti di religione, quando la Francia era dimidiata tra partiti in lotta, principi del sangue rissosi, grandi famiglie in rivolta, e funestata da una sequela di lutti che colpirono i Valois secondo l’ordine di successione al trono. “Cos’altro avrebbe mai potuto fare una povera donna che  la morte del marito lasciò con cinque figli sulle braccia e due famiglie che pensavano di invadere la corona, e cioè la nostra, e quella dei Guisa?”, si domandò suo genero Enrico di Borbone, duca di Béarn, re di Navarra, figlio della calvinista Jeanne d’Albret, e capo del partito ugonotto, che piegandosi alla strategia di Caterina ne aveva sposato la figlia, Margherita di Valois, mandando però all’altare il fratello di lei, e che coi suoi 22 gradi di separazione dal predecessore sarebbe assurto al trono come Enrico IV, dando inizio all’ultima dinastia dei rei di Francia. “Doveva recitare tanti ruoli per ingannare gli uni e gli altri e mantenere i propri figli, che hanno regnato poi grazie alla saggia condotta di una madre tanto avveduta? Mi sorprende che non abbia fatto peggio”.

 

Così, sin dall’inizio, l’italiana più amata e bistrattata della storia di Francia fu aureolata da una leggenda discordante che vide in lei da un lato la regina nera, maestra di dissimulazione, incarnazione machiavellica e personificazione del male, come la dipinse Alexandre Dumas che fece di Caterina de’ Medici l’istigatrice di orribili stragi, come il massacro di San Bartolomeo del 24 agosto 1572, effetto delle nozze di sangue tra Margherita e il re di Navarra, o l’avvelenatrice seriale, in balia di maghi, astrologhi, predizioni, tenuta a distanza da Enrico II, che in lei sentiva l’olezzo della morte, come la dipinse Jules Michelet secondo il quale “suo marito istintivamente se ne teneva alla larga, come da un verme, nato dalla tomba dell’Italia”. Dall’altro, c’era chi vide in lei l’eroina impassibile, dotata di grande forza di carattere, come Honoré de Balzac, che da cattolico legittimista era ammirato di questa donna di tempra, che resse la monarchia, attraversando a sangue freddo tempi convulsi, cambiando alleanze in modo sempre imprevedibile e in sprezzo del pericolo, e così facendo salvando la Francia dall’invasione straniera e dal disfacimento interno.

 

L’ultima discendente dei duchi di Firenze era venuta al mondo nel 1519, tre anni dopo la prima edizione del “Principe”, da Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico, e dedicatario del trattato di Machiavelli, e da Madeleine de la Tour d’Auvergne. Rimasta subito orfana di entrambi i genitori, da bambina, nascosta in un convento fiorentino, era scampata per miracolo all’assalto delle truppe francesi e il rapimento. Poi era finita a Roma, alla corte dello zio Papa Clemente VII, che vide in lei una preziosa moneta di scambio per consolidare la sua strategia di alleanze. Quando ebbe quattordici anni, fu dunque il Papa in persona ad accompagnarla a Marsiglia per le nozze secondogenito di Francesco I, il duca d’Orleans, un tipo ombroso, malinconico, ancora provato dai cinque anni di prigionia in Spagna al posto del padre, e però bellissimo e molto aitante, amato da Caterina incondizionatamente dall’inizio alla fine. Colta, attenta, intelligente, non bellissima, bassina, magra, naso grosso, occhi sporgenti, ma piena di grazia, modi gentili, sguardo vivace, un senso acuto delle circostanze, la ragazza conquistò la corte di Francia, traendo vantaggio dalle forze in gioco.

 

Il primo a cadere nella sua rete fu il suocero, Francesco I, che andava pazzo per la duchessina allegra, curiosa di tutto, amante dell’arte, che conosceva il latino, studiava la matematica e la storia naturale, si appassionava di astronomia e di astrologia e per di più era sportivissima. Arruolata nella petite bande di Francesco I, che da gaudente amava circondarsi delle bellezze di corte, lo seguiva nelle sue cacce al cervo e al cinghiale. E aveva lanciato persino una nuova moda per montare a cavallo, all’amazzone, col ginocchio destro appeso a un gancio della sella e il piede che ricadeva a sinistra sull’altra gamba, rinunciando così al sedile con panchetta dove le signore poggiava i piedi, appesantendo il cavallo, e impedendone il galoppo. Quando però un anno dopo le nozze, Clemente VII passò a miglior vita, la duchessina perse quota: “J’ai eu la fille toute nue”, commentò il re, senza lasciarle nulla intendere alla nuora. Due anni dopo, altro colpo di scena: la morte accidentale del delfino colpito a diciotto anni da febbre improvvisa per un bicchiere d’acqua giacchiata, bevuto dopo una partita di pallacorda a Tournon. Sospettato di avvelenamento, il coppiere italiano Sebastiano di Montecuccoli confessa sotto tortura di aver agito per ordine di Carlo V, poi ritratta, ma viene condannato a morte, e fra atroci dolori finisce squartato vivo da quattro cavalli sulla piazza di Lione.

 

L’erede al trono ormai è il secondogenito di Francesco I, Enrico d’Orléans e così la duchessina fiorentina a 17 anni diventa la futura regina. Problema: i due, sposati da tre anni, non hanno figli. Per di più, Enrico comandante dell’esercito in Piemonte, mette incinta una fanciulla di Moncalieri, tale Filippa Duci, che dà alla luce una bambina, la futura Diana di Francia riconosciuta e educata a corta, mentre la madre scompare in convento. Caterina dunque non ha scampo: se i figli non arrivano la colpa è solo sua. Anticipando il ripudio, sarà lei stessa a proporre al re di farsi da parte, di ritirarsi in monastero, o di restare a servizio della donna che diventerà la sposa di suo marito. Mossa vincente. “Giammai”, le risponde Francesco I, “poiché Dio ha voluto che voi foste mia nuora e la moglie del delfino, non intendo oppormi alla sua volontà e forse Dio vorrà arrendersi ai vostri e ai nostri desideri”.

 

Son tempi duri, incerti, violenti, ma la fortuna assiste Caterina e la scienza fa progressi. La fortuna ha il nome di Diana di Poitiers, sua cugina, vedova del gran siniscalco di Normandia, dama di corte, e tutrice di Enrico d’Orleans. Sta a lei infatti a ventisette anni ad accompagnare Enrico bambino e suo fratello Carlo a Madrid, per prendere il posto del padre, prigioniero degli spagnoli dopo la disfatta di Pavia. Ed è sempre lei, Diana di Poitiers, che ormai vedova, dieci anni dopo, tutrice e maîtresse de civilités dell’erede al trono, abbandona la grammatica cortese e neoplatonica per diventare l’amante in carne ed ossa del suo pupillo. Diana però si è molte spesa per le nozze con la fiorentina, e non demorde: per scongiurare il ripudio sarà dunque lei a spingere l’amante nel letto della moglie.

 

Caterina dunque sopporta tutto, incassa le umiliazioni continue, la preminenza della favorita, dissimula lo sconforto, e pratica la rassegnazione attiva, non senza indagare sulle armi segrete della rivale, praticando certi buchi ad hoc sulla sua alcova, come racconta Pierre de Brantôme, anche al rischio di “scoprirla dimenarsi mezza nuda, bianca, bellissima, la carne fresca e delicata, intenta in inimitabili follie col suo amante regale”. Nel frattempo, però, la scienza progredisce. Chiamato a consulto, il medico Jean Fernel diagnostica a Enrico un’anomalia del pene, l’ipospadia, dovuta allo sbocco urinario posto, anziché sulla punta del glande, sulla sua superficie inferiore. Impossibile da operare, alla coppia si suggerisce di adottare posizioni favorevoli al concepimento. Sarà così che partire dal 1544, Caterina nel giro di dieci anni mette al mondo una decina di figli, fra i quali tre re, Francesco II, Carlo IX e Enrico III, e tre mogli di re, Elisabetta di Spagna, Claudia di Lorena, Margherita di Navarra.

 

 Rimasta vedova a quarant’anni, sarà a Chaumont, l’altra fortezza sulle rive Loira tra Blois e Amboise, che Caterina chiamerà a consulto Nostradamus e una veggente famosa per saper leggere il futuro. E’ lì, fra quei torrioni possenti con le guglie di ardesia, che sembrano lo scenario di una fiavola medievale, la regina italiana ormai velata di nero, che terrà il lutto sino alla fine dei suoi giorni, apprenderà la profezia dell’assassinio dell’ultimo suo figlio, evento tragicamente confermato per mano del monaco Jacques Clément nell’agosto 1589. E il turista che oggi si ritrova in mezzo fra le sale di quel castello con le pareti istoriate dell’intreccio fra a C, iniziale del nome di Caterina, con l’H iniziale del marito, che però ha l’effetto di due D rovesciate, a suggello del triangolo reale, riesce subito a immaginare la famosa scena, raccontata da Balzac, di Caterina de’ Medici assorta davanti a un arcolaio riflesso su uno specchio magico, mentre vede disegnarsi il profilo di ciascuno dei figli, e ogni volta che la veggente lo fa muovere, si mette a contare i giri dell’arcolaio.

 

Ogni giro corrisponde a un anno di regno. Fu così che le predissero i due anni di regno di Francesco II, che salì al trono alla morte del padre nel 1559 e morì l’anno dopo per un tumore dietro l’orecchio, col pus che gli colava dal timpano alla bocca. Fu così che seppe di stare vivendo l’ultimo anno di regno di Carlo IX, che alla morte del fratello aveva appena dieci anni, e malatissimo anche lui morirà in un lago di sangue nel 1574. E fu sempre a Chaumont fra le volte sinistre di quella di fortezza medivale che apprese dei ventidue anni che sarebbe durato il regno di suo genero, Enrico IV di Borbone, il re di Navarra che si converte nel 1594, ma nel 1599 ripudia sua figlia Margherita per sposare Maria de’ Medici. D’altra parte, che Caterina fosse superstiziosa e lei stessa un poco veggente, era cosa nota. Alla vigilia della morte del marito Enrico II, ferito a morte nell’ultimo torneo per celebrare le nozze della loro figlia Elisabetta con Filppo II di Spagna, aveva visto in sogno la scena del colpo fatale. Ma l’agnizione non servì a scongiurare la forza del destino. Quel giorno cambiò la sua vita.

 

Caterina veste gli abiti del lutto e tira fuori la sua tempra sovrana. Come primo provvedimento priva Diana di Poitiers del castello di Chenonceau, dono del marito, offrendole in cambio Chaumont. Poi continua a tessere la sua trama politica, marcando stretti i figli imbelli e rissosi, arruolando il cancelliere Michel de L’Hôpital, sventando la congiura di Amboise, infierendo con crudeltà contro la cinquantina di ugonotti che volevano a rapire Francesco II per consegnarlo al re di Navarra, prima mandandoli al patibolo e poi ostentando i loro corpi appesi come trofei di caccia alle inferriate del castello. Alla fine, preso possesso di Chenonceau – l’altro gioiello della valle Loira, regno di Diana di Poitiers – sarà di nuovo lei, Caterina, la regina nera, vedova implacabile, madre padrona, grande mecenate, amante dell’arte e della cultura, a mobilitare una corte di artisti, col Primaticcio in testa, e uno stuolo di architetti, pittori, giardinieri, per portare il Ponte Vecchio fiorentino sullo Cher, edificando la galleria di due piani sul ponte costruito da Diana de Poitiers per unire le due rive del fiume.

 

E nel giugno del 1577, per festeggiare la tregua tra i due figli che combattevano da fronti opposti, sarà ancora lei – che non disdegnava il ricorso alla squadra volante di allegre fanciulle per ingraziarsi il negoziato politico – a organizzare in una delle sue ultime incarnazioni una grandiosa festa in costume sul tema del verde, colore dei folli, con gli uomini vestiti da donna e le donne da uomo, con un banchetto dalle mille e una notte servito da cento fanciulle seminude coi capelli sciolti, seguito da saturnali nel boschi, fuochi di artificio e giochi d’acqua. E mai come quella notte le ombre lussuriose del passato sembrarono rianimare Chenonceau e il bagno di Diana, il pontile allungato sul fiume, dal quale ogni giorno la favorita di Enrico II si tuffava nelle acque dello Cher in cerca dell’eterna giovinezza.

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