L’ultima frontiera

Una stanza d’albergo, la morfina, un manoscritto perduto. Finì così, a un passo dalla libertà, la fuga di Walter Benjamin dal nazismo
L’ultima frontiera

Walter Benjamin alla Bibliothéque Nationale di Parigi

Della sua devota Fraülein e della città natale, racconterà con nostalgia in Infanzia berlinese. Fraülein, per lui, era anche il nome che dava alla morte. Morì dopo essersi infilato in una malintesa idea di salvezza. Forse scelse di morire perché si sentiva ammalato. Non gli era stata diagnosticata  alcuna malattia. Le aveva tutte. Un ipocondriaco. Morì perché temeva la follia di un mondo in cui la sorte lo aveva fatto vivere. E morì perché il luogo del suo exit era un paese in bilico tra due paesi. Un luogo  di frontiera che è nessun luogo. Una feritoia tra due mondi. Nei luoghi di frontiera non ci si ferma. Si transita.

 

Port Bou, venendo dalla Francia, è il primo paese spagnolo che si incontra. Ha un cimitero da cui si gode uno dei più emozionanti panorami del Mediterraneo. Le tombe stanno sull’estrema balza dei Pirenei che qui si rastremano gettandosi in mare. Port Bou significa “porto per le barche da pesca”. Bou, in catalano, è il nome del peschereccio. Il paese si affaccia su una baia dove trovano rifugio le barche quando le condizioni del mare impediscono la pesca. Un rifugio. Nel 1929, in occasione dei lavori preparatori per l’Esposizione internazionale di Barcellona,  Port Bou era stato scelto come centro di smistamento ferroviario. L’insignificante luogo divenne un importante crocicchio di transiti. Nel 1940 rifugio e transito per chi tentava di varcare il confine in fuga dalla Francia occupata dai nazisti; per poi attraversare la Spagna, guadagnare il Portogallo e trovare un imbarco per gli Stati Uniti.

 

Il dottor Walter Benjamin aveva abbandonato Parigi in ritardo. Fino all’ultimo si era illuso che uno come lui, confuso tra le carte, dimenticato in qualche sala della Bibliothèque Nationale dove,  nei grovigli di appunti, potesse continuare a spigolare curiosità, fumi d’haschisc, dagherrotipi, androidi, “angeli nuovi”, passages e bindel, nel vagheggiato sogno di portare a termine un libro sulla Capitale del XIX secolo. La storia però aveva avuto una imprevedibile accelerata. Benjamin fu costretto a mettere avanti l’orologio. Da tempo era fuori tempo. Era cosciente della catastrofe. Quando la cultura sociale, letteraria e artistica, il pensiero, a causa delle contingenze storiche, comincia a smottare, è il segnale di una irreversibile frana. Sembr’essere questo il senso di una  biografia, uscita qualche tempo fa, d’uno dei più importanti ed enigmatici intellettuali del Ventesimo secolo (Hovard Eiland, Michael W. Jennings, Walter Benjamin, Una biografia critica, Einaudi, 695 pp., 90 euro).

 

Arrivato a Marsiglia in agosto, trovò altri fuggitivi. Tra questi Arthur Koestler che, con il nome di legionario Dubert, girovagava da tre mesi fra varie caserme nella Francia di Vichy. In quell’agosto 1940 anch’egli approdato a  Marsiglia: “Con svariati mezzi ottenemmo dei documenti falsi, che ci destinavano a Casablanca, il porto marocchino non ancora sotto la sorveglianza tedesca. Poco prima di partire, incontrai un vecchio amico, lo scrittore tedesco Walter Benjamin. Stava facendo i preparativi per la propria fuga in Inghilterra, per una strada diversa; non essendo riuscito a ottenere un permesso d’uscita francese, intendeva andare a piedi fino in Spagna attraversando i Pirenei, come facevano centinaia di altri rifugiati. Aveva trenta compresse di un composto alla morfina, che intendeva ingoiare se fosse stato catturato; disse che erano tante da ammazzare un cavallo, e me ne diede la metà, non si sa mai”.

 

Benjamin, a Marsiglia, capitò nel mezzo di un’atmosfera apocalittica, propria della fine di un mondo. Tutti erano scesi a sud e si erano bloccati di fronte al mare. Tipi originali progettavano sconsiderati sistemi di fuga. Tutti avevano da chiedere e da offrire qualcosa. Parlavano di navi che l’indomani sarebbero salpate cariche della moltitudine di profughi che assiepavano la città. I comandanti di quelle navi, autentici eroi dell’esodo, si assicurava, avrebbero portando in salvo l’isteria collettiva, a trovar pace in paesi misteriosi i cui nomi erano sconosciuti ai più,  inutilmente cercati con affanno sugli atlanti. Negli alberghi e nelle pensioni ogni posto era occupato. Imprevedibili personaggi vendevano a cifre esagerate passaporti di contrabbando. Ogni alba si nutriva di esaltate speranze. Le prospettive sulle quali alcuni erano stati pronti a scommettere la vita, nel pomeriggio si scioglievano tra deluse prostrazioni. Benjamin vagava tra una notizia e l’altra. Viveva di voci e soprassalti. Con la sua faccia da intellettuale assorto, gli occhiali con lenti spesse come fondi di bottiglia che gli facevano due pupille a spillo, assieme a Fritz Fränkel, un tipo esile con una capigliatura arruffata da folle, grigia, progettava di imbarcarsi clandestinamente su un cargo, dopo un’opportuna mancia a qualcuno. Si sarebbero travestiti da marinaio. Visti, li avrebbero scambiati per due figuranti di un carnevale fuori stagione.

 

Il 20 agosto 1940, in mezzo al caos da imminente naufragio, Benjamin riuscì a svignarsela  dopo aver ottenuto il passaporto dall’American Foreign Service e il visto di transito dal consolato spagnolo. I documenti lo rassicuravano. Partì con destino il confine dei Pirenei. “Non senza amarezza mi piego all’infausta costellazione che sembra sovrastarci”.

 

Arrivato a Port-Vendres andò a bussare alla casa dell’amica Lisa Fittko: come tanti, per sfuggire al dilagare delle truppe tedesche, da Marsiglia si era spinta verso il confine franco-spagnolo. Lisa lo chiamava confidenzialmente “el viejo Benjamin”. Lui le disse d’aver conosciuto il marito Hans Fittko nel campo di Verruche, non lontano da Nevers, internato come lui nell’inverno precedente alla capitolazione della Francia. E che Hans gli aveva confidato come la moglie potesse aiutarlo a passare il confine. Hans era convinto che Lisa fosse capace di risolvere ogni problema.

 

Nata nel 1909 a Uzhorod, nel 1933, a causa del suo impegno contro il nazismo, Lisa, con il marito, aveva lasciato la Germania per organizzare la resistenza in Svizzera, Olanda e Francia, dove era stata internata nel campo di concentramento di Gurs. Le sue intraprendenti capacità nell’individuare vie di fuga e la collaborazione con l’Emergency Rescue Committee, la mutarono in un’autentica Primula rossa, soprattutto per l’importante ruolo svolto al confine sui Pirenei. Lisa e Hans Fittko erano riusciti a far passare clandestinamente la frontiera a centinaia di esuli. Lisa rassicurò Benjamin. Si era individuato un sentiero sicuro. Glielo aveva indicato monsieur Azéma, il sindaco di Banyuls-sur-Mer, una località ancora più vicina al confine di Port-Vendres. Il vecchio passaggio che correva accanto al cimitero di Cerbère era ormai troppo conosciuto. Si trattava di percorrere un’altra via. Sarebbe stato più faticoso ma assolutamente tranquillo. Benjamin si rallegrò. Disse a Lisa che soffriva di cuore e che avrebbe dovuto camminare lentamente. Inoltre c’erano due persone che, compiuto con lui il viaggio da Marsiglia, avrebbero voluto passare il confine: Henny Gurland Schoenstedt, una fotografa, seconda moglie di Erich Fromm, e il figlio di lei, Joseph, di sedici anni. Quando partirono, Benjamin aveva con sé una cartella. Sembrava pesante. Lisa si offrì di aiutarlo. “Contiene il mio ultimo manoscritto. Per me questa cartella è la cosa più importante. Non posso perderla. Il manoscritto deve salvarsi. Vale più della mia stessa vita”.

 

Era l’alba. Si avviarono sulla route Lister, una via che i contrabbandieri usavano da tempo immemore. Si snodava ai piedi di un costone che proteggeva dalla vista delle guardie francesi di pattuglia. Benjamin avanzava a passo lento e cadenzato. Ogni dieci minuti esatti si fermava per un minuto. Poi riprendeva. Non senza esibire scuse per quella sua personale tecnica. Lungo il cammino, a causa delle cineserie, Lisa pensava che Benjamin fosse una persona veramente originale. Aveva una mente limpida come un cristallo, possedeve una volontà inflessibile ed era un perfetto imbranato. Si arrampicarono tra vigneti carichi di grappoli quasi maturi. L’uva dolce e scura di Banyuls. Benjamin respirava a fatica. Controllava continuamente la sua cartella che a turno portavano Lisa, la signora Gurland e suo figlio Joseph. Quando giunsero in vetta lo spettacolo si presentò stupefacente. Dal lato dove si erano arrampicati si slargava l’azzurro intenso del Mediterraneo. Di fronte una ferrigna scogliera precipitava a picco. Il controluce si colorava di turchese. Era la costa spagnola. Il sole stava calando sul 25 settembre 1940. L’ultimo tramonto di Benjamin. Lisa affidò il trio alla sorte e tornò indietro. Per lei erano in salvo. Il dramma si doveva ancora compiere e prese corpo quando, illuso d’avercela fatta, Benjamin si presentò all’ufficio della dogana di Port Bou. Mostrò il passaporto numero 224 rilasciato dall’American Foreign Service di Marsiglia. Dalle esitazioni dei doganieri capì subito che qualcosa non andava. Nonostante le frequentazioni di Ibiza e della Spagna quello di Benjamin era uno spagnolo da turisti. Forse non riuscì a farsi capire, né comprese come mai, con il lasciapassare in regola, i doganieri facessero storie. Credé di essere maldestro. Ironia della sorte, da quel giorno, emanato dal governo Petain, in accordo con Madrid, entrava in vigore un decreto che impediva agli apolidi di entrare in Spagna se non muniti di un’autorizzazione di espatrio francese. La frontiera era chiusa e non potevano più essere accettati stranieri, anche soltanto di passaggio. Gli agenti spagnoli glielo dissero senza tanti riguardi. La trappola era scattata. L’indomani sarebbe stato ricondotto alla frontiera e avrebbe dovuto ritornare nella repubblica di Vichy. Per  Benjamin la libertà era diventata impossibile. Alle sue spalle la morte. Hannah Arendt, rievocandolo, avrebbe scritto: “La sfortuna gli si era incollata sulla pelle. Un giorno prima Benjamin sarebbe passato senza problemi”. Per un tedesco come lui, esiliato in Francia dal 1933, privato della nazionalità nel 1939, essere respinto dalla Spagna significava la deportazione e il campo di sterminio. Anche i suoi due compagni d’espatrio avrebbero seguito la medesima sorte.

 

Si trovarono riuniti nella hall dell’Hôtel Fonda de Francia, un alberghetto “con acqua corrente”, al numero 5 dell’avenida General Mola. Per Benjamin fu una notte lunga. Brevissima. Cercò fraülein. Il destino si compì con le compresse di morfina. Il giorno dopo, 26 settembre 1940, alle ventidue, nella camera numero 4, il suo corpo sarà rinvenuto senza vita. Il certificato di morte parla di emorragia cerebrale. Al proprietario dell’alberguccio di Port-Bou un suicida poteva creare qualche problema con gli agenti della Gastapo, che volentieri ospitava. Trovò compiacenza in chi stilò il certificato di morte. Un funzionario di polizia elencò gli oggetti personali di Benjamin: “Una borsa di cuoio simile a quelle usate dagli uomini d’affari; un orologio da uomo; una pipa; sei fotografie; una radiografia; un paio di occhiali… Gli oggetti sono stati depositati presso il tribunale di Figueras, dove sono a disposizione degli eredi del defunto”.

 

Vennero rinvenuti anche dei denari: una banconota da 500 franchi, due da 50 e 20 dollari. Il totale al cambio spagnolo risulterà di 971 pesetas e 55 centesimi. Saranno ripartiti tra gli “aventi diritto”: 75 andranno al medico Ramon Vila Moreno per la stesura del certificato di morte; 166 salderanno l’albergatrice Eva Raffegeau; 93 al curato Andrea Freisa per le esequie; con 313 sarà pagato il falegname che eseguirà la bara; 50 i diritti del Tribunale municipale. Ma non è ancora tutto. Le restanti 270 pesetas troveranno modo di essere spese. Con la nota dell’Hôtel Fonda de Francia indirizzata al “defunto Benjamin Walter”, l’albergatore pretese gli fossero pagate cinque notti d’occupazione della camera, il compenso per gli addetti alla vestizione della salma, la pulizia del materasso, la ritinteggiatura dei muri per disinfestazione e tutte le spesucce accessorie che l’hôtel aveva dovuto affrontare: quattro telefonate per avvertire la polizia e il medico. Inspiegabilmente cinque gazzose, bevute forse da Benjamin per ingoiare le compresse di morfina. Per evitarsi altri problemi le autorità di polizia chiusero un occhio. Consentirono a Henny Gurland Schoenstedt e al figlio Joseph di proseguire verso il Portogallo. Prima di partire, Henny Gurland Schoenstedt, pietosamente, con 75 pesetas, affittò, per cinque anni, il loculo numero 563 nel cimitero di Port-Bou. Il 24 dicembre 1945 alla scadenza dell’affitto del loculo nessuno si presenterà a rinnovarlo. I resti di Benjamin finiranno nell’ossario comune. Occuperà il posto da lui lasciato libero una certa Francisca Costa Roset. Il manoscritto custodito nella borsa di cuoio non fu mai ritrovato.

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