Visto, non si stampi

Il medio oriente del New York Times è una grottesca parodia. La “sindrome Duranty” sull’islam – di Giulio Meotti
Visto, non si stampi

Negli anni Trenta, il corrispondente da Mosca Walter Duranty glissò sui crimini del comunismo. Vincerà un Premio Pulitzer mai ritirato. Il Times ha poi definito il Gulag castrista “un’isola felice”

Ci ha pensato il Premio Pulitzer Bret Stephens sul Wall Street Journal a mettere in luce una grande lacuna dell’inchiesta del New York Times: “Il judoka israeliano Or Sasson ha sconfitto l’egiziano El Shehaby al primo turno delle Olimpiadi di Rio. L’egiziano ha rifiutato di stringere la mano del suo avversario, guadagnandosi i fischi dalla folla. Se si desidera una breve risposta sul perché il mondo arabo sta scivolando verso l’abisso, basta guardare questo piccolo incidente. L’odio per Israele e gli ebrei. Ma questo non trova spazio in un lungo articolo sulla disintegrazione del mondo arabo scritto da Scott Anderson nel fine settimana scorso per il New York Times Magazine, dove l’odio di Israele viene trattato come un granello di sabbia in Arabia”.

 

Giudizio condiviso da David French, che sulla National Review disseziona la mega inchiesta di Anderson, pubblicata in Italia anche dalla Repubblica nel weekend con la presentazione del direttore Mario Calabresi: “Il ruolo dell’islam è minimizzato dal New York Times”, scrive invece French. “L’esame sulla disunione araba si concentra sulla guerra in Iraq e la primavera araba”. Oltre al tribalismo, “vi è una seconda malattia che affligge il medio oriente, ed è questa che resta ai margini della storia di Anderson. E’ la malattia che ci impedisce di alzare le mani in aria e lasciare la zona”. Eppure, a leggere l’inchiesta di Anderson sembra che la storia del medio oriente sia soltanto una sequela di speranze tradite, neocolonialismo, faglie etniche, migrazioni.
Il lungo saggio di Anderson è soltanto uno degli esempi di quello che William McGowan, vincitore di un National Press Club Award, in un libro dal titolo “Gray Lady Down” ha chiamato “il declino e la caduta del New York Times”, la bibbia dell’intellighenzia liberal, l’oggetto di culto del giornalismo americano. “Il New York Times ha sempre svolto un ruolo centrale nella vita civile del nostro paese e nei dibattiti pubblici che forgiano democrazia e consenso”, afferma McGowan, la cui conclusione è stata più che amara: “Il Times non sarà facile da sostituire, e questo rende il suo declino ancora più preoccupante”.

 

Il New York Times ha messo più volte in discussione sull’islam un must del giornalismo anglosassone: l’idea che la notizia sia obiettiva. C’è stato il caso del maggiore Nidal Malik Hassan, il militare islamico autore della strage di Fort Hood. Di “operazione di silenzio sulle motivazioni islamiste del suo gesto” ha parlato McGowan, accusando il Times di “postura antagonista”. Che fa il paio con la tendenza del Times, in guerra, a “esagerare qualsiasi passo falso dell’esercito”, a dare “scarso spazio all’eroismo delle nostre truppe in Iraq e Afghanistan”, a diffamare l’esercito “dipingendolo come assassini di civili e abusatori dei prigionieri”. C’è stata la disinformazione sul saccheggio del museo di Baghdad poi rivelatasi falsa, le continue analogie con il Vietnam, la campagna contro il generale Petraeus assieme alla ong Moveon e i commenti di Susan Sontag secondo cui le foto dei prigionieri di Abu Ghraib “sono il prodotto della visione bushiana con noi o contro di noi”. C’è stata perfino l’apologia del terrorista Bill Ayers.

 

“L’istinto disfattista del Times è risibile”, afferma McGowan. “Il giorno in cui Saddam Hussein venne catturato nel dicembre 2003, un editoriale recitava: ‘Le cose si mettono peggio’”.  Il peggio di sé il Times lo ha dato quando ha proposto ai lettori il libro “Poems from Guantanamo”, che raccoglie le poesie scritte da terroristi detenuti nel carcere militare. “Il tono di superiorità, di partigianerie liberal e l’abbraccio della controcultura hanno segnato il regime di Arthur Jr. Sulzberger”, scrive McGowan, che accusa il giornale di “esilio interno dall’America del New York Times”.

 

Il New York Times si è subito appassionato agli sforzi di Obama nel suo “riavvicinamento con il mondo islamico”, dando grande risalto al discorso pronunciato al Cairo nel giugno 2009, un discorso modellato sulla correttezza politica e il relativismo culturale. Non una sola volta Obama ha scandito le parole “estremismo islamico” o “jihadismo”. Invece, ha fatto riferimento genericamente a “estremisti violenti”. Eppure il discorso di Obama sull’islam è stata musica per le orecchie del Times, che in un editoriale intitolato “The Cairo Speech” ha magnificato la naivetè di Obama e attaccato “l’arroganza e la prepotenza” di George W. Bush. Durante la presa del potere dei Fratelli Musulmani in Egitto nel 2011, il New York Times ha pubblicato i commenti di due apologeti dei Fratelli Musulmani, Tariq Ramadan e Essam El Errian. Senza considerare gli elogi che Neil MacFarquhar del New York Times ha scritto sul velo islamico. O quelli entusiastici a favore del progetto (fallito) di costruire una moschea a Ground Zero.

 

In un articolo a firma David D. Kirkpatrick uscito il 18 febbraio 2011, il Times ha raffigurato il leader spirituale della Fratellanza, Yusuf Qaradawi, come uno “impegnato nel pluralismo e nella democrazia”. Kirkpatrick ha scritto anche che “gli studiosi che hanno esaminato la sua opera dicono che Sheikh al Qaradawi ha sempre sostenuto che la legge islamica appoggia l’idea di una democrazia civile pluralista e multipartitica”.

 

In realtà, Qaradawi è un virulento antisemita che ha chiesto ad Allah di spazzare via il popolo ebraico. Inoltre, l’imam qatariota ha lavorato per minare il principio democratico della libertà di parola e per difendere la fatwa iraniana che ha invocato la morte dello scrittore Salman Rushdie, promuovendo un “giorno della collera” contro le vignette su Maometto stampate in Svezia e Danimarca.

 

Qaradawi ha anche difeso la pratica delle mutilazioni genitali femminili e gli insegnamenti musulmani che chiedono la pena di morte per coloro che lasciano l’islam. Sull’islam, il New York Times ha adottato uno sfacciato doppio standard. Nel gennaio 2015, il Times ha censurato la copertina di Charlie Hebdo, il Maometto in lacrime con in mano il cartello “Je Suis Charlie”. Una decisione giustificata dal direttore, Dean Baquet, secondo cui “le immagini del Profeta offendono i musulmani”. Ben diverso il trattamento riservato dal quotidiano americano a Benedetto XVI e ai fedeli cattolici. Il New York Times qualche mese dopo ha pubblicato l’opera dell’artista Niki Johnson, intitolata “Eggs Benedict” ed esposta al museo d’arte di Milwakee: diciassettemila preservativi di vario colore che formano il volto del Papa emerito, Joseph Ratzinger. L’opera non è “basata sull’odio”, ha riferito il Times, ha lo scopo di “criticare” la chiesa “sul sesso e la contraccezione”. Un imam ridicolizzato da Charlie Hebdo fa scattare l’autocensura, mentre un Papa imbottito di profilattici no, quella è “arte”. Succede anche che il New York Times, nei suoi patinati viaggi nel mondo, ammantati di “public journalism”, finisca per ritrarre come una terra dorata anche la Corea del Nord. E’ il caso della serie fotografica del celebre fotoreporter David Guttenfelder dal titolo “Illuminare la Corea del Nord”. Cosa ce ne facciamo di un saggio fotografico con immagini di fabbriche dall’aspetto moderno e bambini ben nutriti e coccolati in un centro di riabilitazione fisica? Nelle foto di Guttenfelder sul New York Times, la Corea del Nord appare sotto forma di parchi acquascivoli, interni di chiese, negozi di abbigliamento ben forniti, piste di pattinaggio, una parodia terribile della verità. La fame intenzionale, il lavoro forzato, le esecuzioni, le torture, gli stupri… Tutto questo non arriva all’obiettivo di Guttenfelder e del Times.

 

Come è successo nel reportage “What Iran’s Jews Say” a firma di Roger Cohen, editorialista-principe del New York Times, in cui tesse l’elogio della vita pacifica che la comunità ebraica conduce in Iran attraverso “interviste” con i capi di questa comunità che spiegano quanto libera sia la loro esistenza. Un articolo riprodotto con grande evidenza e charme dall’organo del regime degli ayatollah, il Tehran Times. Quando venne eletto Hassan Rohani alla presidenza iraniana, i corrispondenti da Teheran del New York Times non riuscirono a trattenere la propria euforia e ngli articoli che seguirono, smentiti dal numero di esecuzioni capitali e repressioni, il Times ha definito Rohani “pragmatico riformista”.

 

Il giornale newyorchese ha molto sostenuto il patto atomico fra Iran e Stati Uniti con editoriali non firmati dal titolo “A safer world, thanks to the Iran deal”. E’ lo stesso New York Times che, contrariamente a tutte le prove, ha spiegato per settimane che al Qaeda non aveva nulla a che fare con l’attacco terroristico di Benghasi, in Libia, in cui sono rimasti uccisi l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani (Sean Smith, Glen Doherty e Tyrone Woods), ma che questo era colpa di un innocuo video islamofobo che aveva provocato l’ira dei musulmani. “Non c’è alcuna prova che al Qaida o altri gruppi terroristici internazionali hanno avuto un ruolo nell’assalto”, si legge nell’articolo di ottomila parole, mentre “è stato alimentato in gran parte dalla rabbia per un video di produzione americana che denigra l’islam”. Pubblicata il 28 dicembre 2013, l’inchiesta del New York Times è stata definita dai conservatori “una operazione spudorata di cheerleading per l’Amministrazione Obama”.

 

Su Israele è persino grottesca l’animosità del New York Times. Durante la Terza Intifada il quotidiano ha descritto i terroristi palestinesi come vittime di Israele. “2 Palestinians killed following stabbing attack in Jerusalem”. Poi modificata in: “2 Palestinian attackers killed, 2 Israelis die in Jerusalem”. Dunque per il Times i terroristi vengono “uccisi” e gli israeliani “muoiono”?

 

L’Associazione Stampa Estera in Israele aveva ammesso che Hamas intimidava i giornalisti stranieri durante l’ultima guerra a Gaza nel 2014. Ma la corrispondente del New York Times da Gerusalemme, Jodi Rudoren, ha risposto in un tweet che lei non era a conoscenza di giornalisti molestati: “Ogni giornalista che ho incontrato e che si trovava a Gaza durante la guerra ritiene che le molestie di Hamas siano una sciocchezza”.

 

Vecchia storia la condiscendenza del New York Times nei confronti delle dittature. Herbert Matthews del New York Times ha coperto non pochi crimini comunisti nella Guerra civile spagnola, come i massacri di migliaia di preti e suore cattoliche. Dopo la Seconda guerra mondiale, il New York Times ha mandato Matthews a Cuba, dove ha magnificato il Gulag di Castro, definendolo come un leader che “ha forti idee di libertà, democrazia, giustizia sociale”. Il New York Times ha definito Castro “uno dei più straordinari uomini del nostro tempo” e sotto la sua cura Cuba “è diventata un’isola felice”. E come dimenticare Walter Duranty, il corrispondente da Mosca del New York Times negli anni Trenta, che mise deliberatamente a tacere la vessazione di sei milioni di contadini per opera di Stalin. Le chiamava, nelle sue corrispondenze, “esagerazioni o malevola propaganda” o, anche, “pure assurdità”. Questi articoli guadagnarono a Duranty un Pulitzer “per l’imparzialità” e anche la gratitudine di Stalin, che gli disse nell’ultima intervista: “Lei ha fatto davvero un buon lavoro qui”.

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