Se Hillary fosse un film

Dal cinema (anche catastrofico) alle serie tv, tante donne alla Casa Bianca. Non va sempre benissimo. Una presidentessa nel secondo “Independence Day”, la numero 45 da George Washington, come sarebbe la Clinton nella realtà.
Se Hillary fosse un film

Julia Louis-Dreyfus, Selina Meyer in “Veep”, premiatissima serie in onda su Sky Atlantic. Prima vicepresidente donna degli Stati Uniti, nella quinta stagione la Meyer riesce a diventare presidente

Gli alieni hanno invaso la terra, buttando giù obelischi e grattacieli (era prima dell’11 settembre, nessun film catastrofico aveva osato tanto con lo skyline). La first lady si trova per impegni suoi a Los Angeles e non si vorrebbe muovere, del resto la Casa Bianca è ridotta in macerie. La vanno a prendere con un elicottero che di lì a poco si schianta. Seguono un ricovero in zona sicura, un ricongiungimento familiare, una straziante cerimonia degli addii. I dottori – se proprio non sei in cura dal Dottor House – dicono sempre “tutto andrà bene”, ma lei capisce che non va bene per niente, e che l’emorragia interna non le lascia scampo. Succedeva a Marilyn Whitmore, moglie del presidente americano che nel film aveva la faccia rassicurante di Bill Pullman (premiato qualche giorno fa al festival di Locarno con l’Excellence Award Moët & Chandon, e insistentemente interrogato sulle presidenziali americane per via della doppia esperienza: era alla Casa Banca anche nella serie “1600 Penn”). Il film era “Independence Day” di Roland Emmerich, uscito il 2 luglio 1996. Il presidente degli Stati Uniti era Bill Clinton, una risataccia sulla first lady con la propria agenda politica, punita da morte prematura, scappò a tutti.

 


 


 

Gli alieni rinchiusi nell’Area 51 invadono di nuovo la terra (in realtà non erano mai stati sconfitti davvero, pazientavano aspettando un segnale come agenti in sonno). Vent’anni dopo, cioè adesso. Il titolo del nuovo film è “Independence Day: Resurgence” – già uscito negli Stati Uniti, da noi l’8 settembre – sempre diretto da Roland Emmerich (dopo molte traversie di sceneggiatura, e l’inguardabile “Stonewall”). Alla Casa Bianca c’è una presidentessa – la numero 45 nella serie cominciata con George Washington, proprio come sarebbe nella realtà Hillary Clinton. Ha conquistato il potere, ma non riesce a goderselo. Alle commemorazione per il ventennale dalla prima guerra con gli extraterrestri, il cielo si oscura e la povera Elizabeth Landford viene fatta prigioniera, interrogata, e – attenzione, spoiler! – uccisa personalmente dall’alieno capo (che all’occasione è femmina, si chiama the Queen). Alla Casa Bianca arriverà tra qualche mese Hillary Clinton – almeno, noi lo speriamo. Ed è sicuro che a vedere la scena i suoi innumerevoli nemici sghignazzeranno.

 



 

I due film a confronto ricordano “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood (che peraltro fieramente vota Donald Trump, se riuscirà a sopravvivere alla fatwa gettata su di lui da Massimo Gramellini: la migliore interpretazione dell’attore è stata far credere al suo schieramento con la sinistra, dopo “L’ispettore Callaghan”). Per anni avevamo visto film con pugili maschi che sfidano ogni avversità e riescono a risalire la china dopo sconfitte, ingrassamenti, droghe e altri disastri. Poi girano un film su un pugile donna, abbastanza sfigata pure lei. Molto bisognosa di riscatto e di rivincite, secondo la grammatica cinematografica che fa ancora combattere Sylvester Stallone quando i suoi coetanei sono all’ospizio. E invece – sorpresa! – uno sgabello strategicamente piazzato riduce Hillary Swank – (altro spoiler, sorry) – a un vegetale. Il giro si compie senza neppure essere cominciato: il presidente Usa vent’anni fa aveva una first lady, e la first lady crepava (lui invece fa una comparsata nel secondo film, vent’anni dopo). La presidentessa Usa appena eletta muore in proprio. Fine della storia.

 

Una storia che finora abbiamo visto succedere solo al cinema e in televisione. Abbastanza spesso per sovrapporla alla realtà, e convincerci che una donna presidente degli Stati Uniti non sarebbe una novità e neppure una cosa notevole, perché non provare qualcosa di più originale come il socialista Bernie Sanders oppure il miliardario Donald Trump? (sì, d’accordo una volta l’elettorato dei miliardari e quello dei socialisti erano ben distinti, ma non stiamo a cavillare). Tra Hillary, pseudo-Hillary, donne segretario di stato e presidentesse americane di fantasia, se ne contano parecchie. “Veep” sta per VP, vicepresidente, nella premiatissima serie di Armando Iannucci che da noi va in onda su Sky Atlantic e per non lasciare lo spettatore italico senza una guida l’hanno ribattezzata “Vicepresidente incompetente”. Trattasi di satira, genere sempre un po’ ostico nel paese che celebra Sabina Guzzanti e le sue imitazioni. Il presidente non si vede mai, né è chiaro il partito politico di Selina Meyer, nella fiction prima vicepresidente donna degli Stati Uniti (l’attrice è Julia Louis-Dreyfus): per questo si chiama satira, si ride sui politici e i potenti, non sullo schieramento avverso.

 



 

La serie, partita nel 2012, è alla quinta stagione. Selina Meyer riesce a diventare presidente – il numero 45, guarda caso – ma solo per un impiccio successo al titolare. E smania dal desiderio di vincere le elezioni in proprio. Il cambio di showrunner (David Mandel ha sostituito Armando Iannucci) le ha giocato contro. Detto brutalmente: una donna che vuole vincere e vince non è interessante, cosa ce ne facciamo di un’ambizione realizzata? Meglio mettere di mezzo altri ostacoli, magari una rivale per lo stesso posto. E intanto lavorare sulla forma, oltre che sulle battute: uno degli ultimi episodi della quinta serie, andato in onda da poco, rivela la Selina privata, attraverso un documentario girato dalla figlia Catherine.

 

Già Geena Davis – nella serie “Commander in Chief” di Rod Lurie, anno 2005, molti articoli entusiasti sulla svolta epocale e la tv in anticipo sui tempi, ma una sola misera stagione per via dei bassi ascolti – aveva dovuto affrontare gli stessi problemi. Era diventata presidente, da vice che era, dopo un grave acciacco occorso al titolare (maschio e repubblicano). Aveva una figlia adolescente, che come tutte le ragazze teneva un diario – di carta, con il lucchetto, FaceBook ancora non lo avevano inventato, per spifferare i segreti di famiglia. Il diario veniva prontamente rubato, con la minaccia di renderlo pubblico. Gli episodi “First Scandal” e “First Disaster” danno un’idea del tono, mentre “No Nukes is Good Nukes” ricorda che il nucleare allora era materia di aspri dibattiti, come oggi gli immigrati. Si pensò anche di ricavare un film dalla serie, ma la spinta ormai si era esaurita. E il confronto con la Casa Bianca di Josiah Bartlet, presidente americano in “The West Wing” di Aaron Sorkin, era troppo duro da reggere (ci fu comunque chi vide “Commander in Chief" come un’astuta manovra per preparare il terreno a Hillary Clinton, in vista delle presidenziali 2008).

 

Va un po’ meglio in “Madam Secretary”, showrunner Barbara Hall (siamo nel 2014 quando la serie comincia; la terza stagione partirà in ottobre, alla vigilia delle elezioni). Elizabeth McCord – l’attrice Téa Leoni con una pettinatura presidenziale, riga in mezzo e chiome lisce, irriconoscibile – viene nominata segretario di stato. E fin qui tutto bene, proprio una bella carriera, in precedenza aveva lavorato alla Cia come analista (fate conto Jessica Chastain in “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow). Primo episodio, e scoppia una crisi con ostaggi. Secondo episodio, e c’è un problema nello Yemen (“Un’altra Bengasi” è il titolo: niente solidarietà tra donne quando la serie deve fare ascolto). Nel terzo c’è un reporter con carte compromettenti, nel quarto il problema è la Cina, e di emergenza in emergenza avrà i suoi problemi anche l’Air Force One. Mentre i sottomarini russi scompaiono nelle acque territoriali americane, bisogna pensare alle scuole per i figli (e ad altri dilemmi etici).

 


"Madam Secretary”


 

Non avevano sforzato molto la fantasia neppure Greg Berlanti, per la miniserie “Political Animals”, con Sigourney Weaver nella parte della ex first lady Elaine Barrish Hammond: da poco ha divorziato ed è stata nominata segretario di stato. La famiglia, va da sé, è sempre più complicata, tra un ex marito e i figli travolti da funzioni pubbliche e questioni private. Mentre i giornalisti sono sempre più affamati di scandali (peggio che mai le giornaliste). E la candidatura alla presidenza rimane un sogno. “Animale politico” era la definizione che Aristotele dava dell’uomo, perfetta per essere ripescata in una miniserie del 2012. Ora superata dagli eventi, come speriamo siano superate a novembre le altre serie con il soffitto di vetro sistemato all’altezza del numero due. In Nord Europa è più facile, la serie danese “Borgen” ha raccontato – per tre stagioni dal 2010 – il primo ministro Brigitte Nyborg e il suo spin doctor Casper Juul. Ancora però si attende il più volte annunciato remake americano.

 



 

Fin qui le protagoniste. Altre donne presidenti compaiono sullo sfondo, oppure solo in qualche episodio di serie famose, da “24” a “Prison Break”. Ce ne sarà una in “Homeland”, annunciata per la prossima stagione. E ce n’era una nella parodia del “Padrino” intitolata “Mafia!”, regia di Jim Abrahams (la presidentessa ha forse addentellati con l’onorata società? certo che sì). Lisa Simpson invece ce l’ha fatta, ma era un episodio della serie andato in onda nel 2000 (inteso come pura fantascienza, quindi: a rivederlo su internet un po’ di impressione la fa). Vince le elezioni dopo che Donald Trump è diventato presidente, e con il suo piglio da prima della classe deve mettere a posto i molto disastri del suo predecessore. “Ci sembrò allora che fosse il punto più basso raggiungibile dagli Stati Uniti in via di impazzimento”, spiega Dan Greaney, tra gli sceneggiatori di “Bart to the Future”.

 

Le donne presidenti nella fiction, scrive l’Atlantic in un articolo uscito nel 2015 (ancora Hillary Clinton non aveva deciso se correre per la seconda volta oppure no), hanno due caratteristiche: sono repubblicane – e non sono mai state elette per meriti propri, al massimo in un ticket con un maschio. Lisa Simpson fa eccezione, assieme a Constance Payton, presidente nera degli Stati Uniti in “The State of Affairs” di Alexi Hawley (l’attrice si chiama Afre Woodard). Eccezione parziale: la serie butta sullo spionaggio, più che sulla politica, e ha per protagonista l’analista della Cia Charleston Tucker (Katherine Heigl di “Grey’s Anatomy” e “Molto incinta”). Siccome sono femmine, serve il risvolto umano: l’analista era fidanzata con il figlio della presidente, nonché sopravvissuta all’attacco terroristico dove il giovanotto è rimasto ucciso (iniziata nel 2014, la serie è sparita dal palinsesto dopo la prima stagione).

 

Ma su che canale siamo ? Se lo chiedeva un giornalista il 5 maggio scorso, quando andò in onda l’episodio “The Trump Card” della serie “Scandal" (riassunto minimo delle puntate precedenti: Olivia Pope – l’attrice Kerry Washington – lascia il posto di capo della comunicazione alla Casa Bianca per mettersi in proprio come “risolviproblemi”, e anche perché ha una relazione clandestina con il presidente). “Trump card” come “l’asso nella manica”, con un candidato che al vero Donald Trump somiglia parecchio. L’articolo non era propriamente elogiativo: rivoleva indietro gli scoppiettanti dialoghi della serie, invece di brani che sembravano presi dai genuini (e mica sempre brillanti) discorsi elettorali. Due le candidate femmine: la vicepresidente e l’ex moglie del presidente. Per insindacabile decisione della showrunner Shonda Rhimes, che nella campagna era attivamente a fianco di Hillary Clinton, e ha girato i video elettorali della candidata.

 

In spirito, tra le serie hillaryclintoniane possiamo mettere anche “The Good Wife" (con Jiulianna Margulies nella parte dell’avvocato Alicia Florrick) e “House of Cards – Gli intrighi del potere” (sempre il vizio di spiegare, mai che qualcuno tenti di tradurre o di trovare un equivalente a uso degli spettatori italiani) di Beau Willimon e Michael Dobbs. La prima perché all’origine c’è un tradimento perdonato – “sto al tuo fianco finché è strettamente necessario, poi mi sfilo e ti faccio vedere quanto successo riesco ad avere per conto mio”. La seconda per la coppia di kriptonite formata da Robin Wright e Kevin Spacey, coniugi Underwood nella serie (anche lui comincia come segretario di stato e punta alla presidenza). Più in spirito ancora, fa piacere pensare a Hillary Clinton come a Daenerys Targaryen nella serie “Game of Thrones”. Sposa un uomo potente, riceve come dono di nozze tre uova di drago che custodisce e fa schiudere (prima tutti le davano di matta), e con i dragoni sputafuoco parte alla conquista del mondo.

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