Rio storytelling

Il grande spavaldo e quello che ha collezionato 18 ori, la Wonder Woman e l’ultra rifugiato. Storie di olimpionici, sempre belle da raccontare.
Rio storytelling

Katie Ledecky. Campionati mondiali di nuoto 2015 (foto LaPresse)

Le storie, dicono. Perché le Olimpiadi sono una sceneggiatura che si compie in diretta. Sedici giorni, 10.700 atleti, 28 sport, 306 medaglie d’oro in palio, dunque altrettante d’argento e altrettante di bronzo, ovvero 918 in tutto. Più il resto: quelli che falliscono, quelli che partecipano e basta, quelli che non si vedono. Le storie sono tutto. Impreviste e previste, a volte anche prevedibili. Perché è sempre così, o quasi sempre: le Olimpiadi prima sono belle quanto durante. Il ritratto preventivo dei Giochi è la possibilità di disegnare anche ciò che la quotidianità dello sport brucerà, perché non si capisce bene il motivo ma ogni volta le Olimpiadi mescolano tutto, quindi la politica, quindi la cronaca, quindi il costume, quindi l’etica, quindi la vita. Non c’è un’altra competizione così e neanche un altro evento, compresi quelli che con lo sport non c’entrano.

 

Prima, quindi. Ovvero adesso, sabato 6 agosto, giorno uno della saga di Olimpia numero 31, primi Giochi del Sudamerica, in una Rio de Janeiro che come ogni città olimpica viene raccontata a metà tra l’apocalisse prevista e il sogno che si può realizzare come no. Rio è scomparsa ieri sera alle 23 italiane, quando il luogo è diventato improvvisamente marginale. I Giochi, nel loro svolgimento, sono senza latitudine e senza bandiera, quasi come gli atleti che gareggiano sotto l’effigie del Cio, ovvero i cinque cerchi perché non hanno un paese o dal loro paese sono scappati. E pare a molti che questa debba essere per forza l’Olimpiade dei rifugiati, che in realtà ci sono spesso: c’erano a Londra di sicuro. Erano apolidi o figli di nazioni in guerra, o scappati da luoghi in cui erano perseguitati. Quest’anno sono la grande storia a prescindere, eppure ce n’è una ancora più forte, più simbolica, più nuova. Che poi è questa la missione delle Olimpiadi, ogni volta: raccontare ciò che non sappiamo, o ciò che dimentichiamo. Attraverso volti, numeri, falcate, salti. E va bene le storie piccole, ma vuoi mettere quelle grandi? Perché in fondo anche qui sono i campioni che trascinano tutto e sono i campioni che permettono di valorizzare anche gli altri. Senza le star i Giochi sarebbero un’altra cosa. Alla vigilia dell’orgia bulimica di immagini, colori e parole si può provare a fare proprio il ritratto preventivo di Rio 2016, tra i volti, i numeri, le connessioni, le alternative. Le storie, quindi. Le storie, appunto.

 



 

Usain Bolt, scontato e migliore.
Non c’è un protagonista più protagonista di Usain Bolt. E le ragioni sono molte: perché i centometristi sono la forza globale delle Olimpiadi. Come se i 16 giorni di Giochi ruotassero tutti attorno ai 9 secondi e mezzo di quella gara. Ed è abbastanza vero, a dirla tutta. Nonostante ci si sforzi di amplificare il più possibile molte altre cose, dal punto di vista sportivo le Olimpiadi sono essenzialmente atletica e nuoto e dentro l’atletica sono prevalentemente cento, duecento, quattrocento metri, salto in lungo, salto in alto, maratona. Bolt, allora, è la star scontata e allo stesso modo la storia scontata di Rio 2016. Eppure è e resta sia la star sia la storia più forte. Perché banalmente nessun uomo nella storia dello sport ha mai vinto i cento metri in tre Olimpiadi consecutive e lui può farlo, anzi per molti versi deve farlo. Arriva a questi Giochi nella condizione peggiore: come quello che non ha altra chance al di là della vittoria (e possibilmente del record) e al tempo stesso nel momento di peggior forma della sua carriera. Bolt è accompagnato da una mitologia che all’inizio è stata una delle ragioni del suo successo e che adesso è anche una delle ragioni del suo vivere nell’ossessione altrui della sua rincorsa a record che superano i confini dell’umanità. Il che non aiuta mai a capire se per esempio l’infortunio che ha avuto qualche settimana fa era grave davvero o se era una mezza scusa per preparare l’opinione pubblica globale all’ipotesi che non faccia il record del mondo e che addirittura possa non vincere.

 



 

La spavalderia è rimasta la stessa, forse è addirittura aumentata, non contribuendo a migliorare la percezione della sua immagine. Le Olimpiadi però cancellano tutto, riportando la storia di Bolt a quella del gamaicano che ha cominciato a correre più per la vita che per la gloria. A Rio è arrivato quasi in silenzio. E dopo sette giorni durante i quali ha comunicato solo attraverso Twitter e Snapchat, Bolt ha parlato dicendo cose non particolarmente interessanti, in puro stile boltiano: “Voglio conoscere Neymar”, oppure “Non posso dire a priori che non mi concederò neppure una passeggiata. A me piace stare nel villaggio, provo a farlo perché ha un’atmosfera che mi dà una carica particolare e un’energia positiva. Mi fa sentire parte integrante dei Giochi. Cosi’ non me andrò troppo in giro ma nemmeno farà vita completamente ritirata. Finora dall’albergo in cui siamo stati non sono mai uscito, ma al villaggio sentirò un’altra aria e sicuramente ci si divertirà di più”. Ma la sua forza è sempre stata quella di non dover dare un senso al suo essere l’uomo più veloce della terra, né di doversi riempire di un contenuto. Bolt corre e ciò basta a se stesso e al mondo intero.

 



Rio 2016, nuoto: Phelps fa la storia, 19° oro con 4x100 sl


 

Phelps, comeback kid
L’altra storia scontata eppure imprescindibile è quella di Michael Phelps. Sono 12 anni che lui e Bolt sono i pilastri su cui si reggono i Giochi. Atleta più medagliato della storia delle Olimpiadi, Phelps. Una grandezza indiscutibile e per certi versi indiscussa. Certi versi, però. Perché nel dibattito globale sugli atleti più forti di sempre a lui viene imputato il fatto di essere uno che fa troppe cose, quindi ha tante possibilità di prendere l’oro. Cosa effettivamente accaduta. Ora la domanda è: ma può essere un disvalore? 18 ori olimpici testimoniano la potenza più di ogni altra cosa. Phelps non è entrato nell’epopea da padrone unico e totale solo perché rappresenta un’America meno elegante e glamour di altri. Punto. Perché per lo sport non ci sarebbe storia: ha mandato nel retrobottega dei record un mito come Mark Spitz, ha detto addio ed è tornato, è stato e resterà uno dei campioni più incredibili della storia dello sport, ancora prima che del nuoto. E adesso che a 31 anni e con un figlio di pochi mesi si tuffa nella sua quinta Olimpiade, l’America formato maxi non poteva non sfilare davanti al suo gigante: Micheal Phelps non ha avuto bisogno nemmeno di mettersi in competizione con altri, perché lo squadrone a stelle e strisce l’ha eletto portabandiera a Rio senza esitare. “Un sogno diventa realtà. Sono orgoglioso di essere stato scelto, e fiero di rappresentare gli Usa in un ruolo del genere. E’ un grande onore portare la nostra bandiera: questa cosa per me vale più di una medaglia”. Che certo aggiunge prestigio ai 22 podi olimpici con 18 ori (8 vinti nella sola edizione di Pechino), 26 titoli mondiali e 39 record del mondo battuti in meno di un decennio. Numeri con cui Phelps arriva all’ennesimo appuntamento con le Olimpiadi da numero uno: eppure conclusi i Giochi di Londra, dopo aver celebrato un altro trionfo personale, aveva deciso di smettere. Ma quella fine è durata 18 mesi e 15 chili, e così Michael ha deciso di rimacinare chilometri e sorprendere ancora. A Rio non sarebbe dovuto esserci dopo Londra quattro anni fa (“è l’ultima davvero”), Phelps è candidato ad altre medaglie: tre gare individuali, l’8 agosto con i 200 farfalla, poi i 200 misti e ancora i 100 farfalla sempre da numero uno. Con l’opzione staffette ancora a dare il contributo al team America. “A Sydney volevo semplicemente esserci – ha detto Phelps –. Ad Atene volevo vincere almeno un oro per il mio paese. A Pechino fare qualcosa mai riuscito a nessuno. A Londra volevo fare la storia. Ora invece camminerò davanti a tutti nella cerimonia di apertura, rappresentare l’America nel miglior modo possibile e rendere la mia famiglia orgogliosa di me. Non avrei mai creduto di poter avere questa opportunità, quando mi è stato comunicato ho davvero esultato, credo di aver fatto il sorriso più grande della mia vita. Incredibile”.

 


 


Katie Ledecky batte il record del mondo nei 400 stile libero - Olimpiadi Rio 2016

 

Ledecky, la nuova America
Se Phelps è la continuità della grandezza, c’è però un’altra storia che Rio deve raccontare. Sempre nel nuoto, sempre per l’America. Katie Ledecky. E’ sua la schiena della foto di copertina della Olympic Issue del New York Times Magazine. Sua perché a 19 anni è più attesa di Phelps. Perché deve vincere tutto. L’anno scorso, ai Mondiali di Kazan in Russia, ha vinto tutte le distanze dello stile libero. Nessuno prima di lei ci era riuscito. Ledecky aveva anche vinto l’oro nella staffetta 4x200 e stabilito il nuovo record mondiale negli 800 metri stile libero e per due volte ha fatto lo stesso nei 1.500 (la seconda volta ha abbassato il suo record stabilito il giorno precedente di circa 2 secondi). Come ha ricordato il Post, nella sua carriera Ledecky ha migliorato per cinque volte il record dei 1.500 metri stile libero, per tre volte quello sugli 800 metri stile e per due volte quello sui 400. L’8 agosto scorso, mentre stava per vincere con dieci secondi di vantaggio sulla seconda classificata la finale degli 800 metri stile libero, i commentatori Rai hanno fatto notare che il pubblico della Kazan Arena più che la piscina guardava il maxi-schermo. Una grafica del maxi-schermo mostrava infatti quanto vantaggio Ledecky aveva sul record del mondo che lei stessa aveva fatto segnare nel maggio 2014 (il record del mondo è segnato durante le gare di nuoto con una linea rossa che si muove in progressione). L’unico record nello stile libero che non ha ancora battuto è quello sui 200 metri, stabilito dall’italiana Federica Pellegrini nel luglio 2009. Quando nel 2005 Pellegrini vinse la sua prima medaglia a dei Mondiali di nuoto, Ledecky aveva otto anni. Quando nel 2015 Ledecky terminò le scuole superiori, aveva già vinto un oro olimpico e quattro ori ai Mondiali di nuoto. Nella sua carriera Ledecky non ha mai ottenuto medaglie di bronzo o di argento: nelle competizioni internazionali cui ha partecipato – Olimpiadi, Mondiali e Giochi PanPacifici – ha sempre vinto l’oro, in 15 diverse occasioni. Il New York Times ha scritto che la piscina è per lei quello che la cabina telefonica è per Superman. La metafora ha colpito molto l’America che vede in lei la trasformazione di una ragazza normale in un gigante dello sport. Al Washington Post, i suoi allenatori hanno raccontato che la sua carriera è stata costruita sull’allenamento, sulla costanza, sulla grinta. “La sua routine consiste nel nuotare ogni volta 300 o più volte la vasca corta (25 metri). Ledecky fa nove allenamenti a settimana, che significa circa 2.700 vasche alla settimana. Si allena circa 50 settimane l’anno: sono quindi 135mila vasche, che corrispondono a più di 3mila chilometri l’anno”. Se uno cerca una storia olimpica, eccola qua. Qualcosa che non esisterebbe senza i Giochi, qualcosa che non potrebbe trasformare un risultato straordinario in qualcosa di più, ovvero in un caso, in un fenomeno, personale e però anche collettivo. Perché da Londra 2012, quando si mostrò per la prima volta al pubblico, Ledecky è diventata un simbolo, per il nuoto e per lo sport americano che ha trovato in lei la testimonianza della normalità vincente, della normalità eccellente.

 

Alshatti, più di un rifugiato
“Atleta olimpico indipendente”, dice il badge dello schermidore kuwaitiano Abdulaziz Alshatti. In un’Olimpiade che più di ogni altra alimenta le storie dei rifugiati, ecco la storia di uno che è un ultra rifugiato. Perché il suo paese c’è, esiste, non c’è la guerra, ma non gli ha permesso di prepararsi adeguatamente. E quindi il paese stesso smette di esistere, a differenza dell’atleta. Come altri sette suoi kuwaitiani, tra cui l’unica (doppia) medaglia, di bronzo, della storia dell’emirato, Fehaid Al Deehani (tiro), portabandiera a Londra 2012, Alshatti è giunto a Rio come atleta indipendente (Ioa). Il Kuwait è stato infatti sospeso dal Comitato olimpico internazionale, perché non avrebbe offerto la necessaria autonomia alle federazioni sportive. Nonostante i ripetuti tentativi non è stato possibile raggiungere un compromesso tra le parti, in quanto il governo kuwaitiano non sarebbe pronto a fare concessioni. Contrariamente a quanto era successo a Londra, sotto i colori kuwaitiani, dove ha vinto il suo secondo bronzo, Al Deehani ha rifiutato quest’anno di sfilare con in mano la bandiera neutrale del Comitato olimpico internazionale, ieri sera allo stadio Maracanà in occasione dell’apertura di Rio 2016. “Dovevo assolutamente essere qui – ha detto alla stampa brasiliana – devo far capire a tutti da dove vengo. E’ triste essere qui senza nome”. Senza paese, ma per un paese. Situazione molto diversa rispetto a chi un paese non ce l’ha più. Forse quella di Alshatti è una condizione peggiore.

 


 


 

Klishina, orgoglio e tradimento
Poi c’è Darya Klishina. Altra storia. L’unica russa a partecipare ai Giochi nell’atletica leggera. L’associazione internazionale di atletica ha bannato da Rio l’intera federazione russa e ha poi bocciato anche le richieste di 67 atleti russi che chiedevano di poter partecipare alle Olimpiadi anche dopo la squalifica collettiva. Sono stati più di ottanta gli sportivi russi che hanno tentato di gareggiare come indipendenti, ma il Doping Review Board ha dato il permesso solo a due ragazze: la mezzofondista Yulia Stepanova (che però è in dubbio ancora oggi per colpa di un infortunio) e la saltatrice di salto in lungo Darya Klishina. Lei, appunto. Dopo aver ricevuto il via libera, Darya ha scritto un post sui social network, in cui ha ringraziato l’organizzazione per il benestare. Ed è stato il caos. Per giorni Klishina ha subito attacchi di gente comune e di troll. L’hanno accusata di ogni cosa, e ovviamente di “tradimento”. L’hanno paragonata ai nazisti, l’hanno trattata da venduta perché da tre anni si allena e vive in America. Lei ha risposto: “Sono un’atleta, voglio andare alle Olimpiadi”. C’è qualcosa di più? Per Rio, per lo sport.

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