La banca della salvezza

Proprio mentre i colossi vacillano, s’avanza un nuovo modello di istituto di credito più agile e più direttamente legato al territorio. Quasi una boutique specializzata.
La banca della salvezza

Foto LaPresse

Un grande thriller, un thriller finanziario di quelli che fanno successo su Amazon, turba i sonni degli italiani. Chi ha messo al tappeto le nostre banche? Chi le ha gettate in pasto ai mercati, alla speculazione, ai fondi locusta? Perché è vero che hanno superato gli stress test, tutte tranne il Monte dei Paschi di Siena, ma poi sono tornate sotto tiro trascinando giù la Borsa di Milano, una valanga di vendite soprattutto sulla sistemica Unicredit che sembra proprio nel mirino. “L’Italia continua a tirare calci alla lattina”, ha scritto Simon Nixon sul Wall Street Journal, insoddisfatto dagli interventi caso per caso invece di far pulizia con un colpo di ramazza. Secondo l’economista Marco Onado le banche italiane sono tra Scilla e Cariddi, tra il bisogno di capitale e la loro bassa redditività. Il già liberale Antonio Patuelli, presidente dell’Assobancaria, lancia la palla, anzi la lattina, in avanti e mette sott’accusa il liberismo.

 

La spiegazione ufficiale della Banca d’Italia e del Tesoro punta il dito sulla crisi italiana. Con un prodotto lordo che ha perduto il 10 per cento e un reddito pro capite che è sceso per la prima volta dal Dopoguerra, volete che le banche non ne risentissero? Semmai, hanno tenuto persino troppo a lungo se guardiamo a quel che è successo negli altri paesi. I test dell’Eba, l’autorità europea, hanno rivelato la debolezza di giganti come la britannica Barclays o la tedesca Deutsche Bank. Se la Bce avesse usato parametri diversi, più penalizzanti, come ha fatto la Federal Reserve, la situazione sarebbe stata peggiore. Uno studio condotto da Viral Acharya per la New York University, applicando al capitale degli istituti di credito i valori di mercato e non quelli di libro, mostra che accanto alla solita Deutsche Bank, la grande malata d’Europa, sono in bilico l’inglese Hsbc, la Bnp Paribas e la Société Générale, cioè le principali banche francesi.

 

Il pensiero neo-dirigista è convinto che le banche, questi snodi essenziali del sistema economico, non si reggano da sole. E quando il mercato fallisce, può, anzi deve, intervenire lo stato. Lo ha detto anche Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, e lo ha riconosciuto persino Mario Draghi, sia pure cautelandosi: “Solo in circostanze eccezionali”. Nell’Unione europea sono già stati concessi aiuti (comprese le garanzie pubbliche) per oltre cinquemila miliardi di euro pari al 40 per cento del prodotto lordo. Sono stati utilizzati fondi per mille e 600 miliardi (12 per cento del pil). In testa c’è la Gran Bretagna, seguita da Germania e Irlanda. L’Italia non ha partecipato al banchetto: le garanzie concesse arrivano appena a 130 miliardi di euro, gli aiuti a 15 miliardi compresi i Monti bond per il Monte dei Paschi di Siena. Ormai è diventato senso comune accusare i governi, di centrodestra e di centrosinistra, per non aver fatto come gli altri. E’ sceso in campo anche Mario Monti a ricordare, in polemica con Matteo Renzi, che un intervento massiccio nelle banche con denaro pubblico sarebbe stato impossibile visto il livello del debito pubblico e la debolezza finanziaria del paese: “Per risolvere quello che allora era un non problema, ne avremmo creato uno gigantesco”. Forse si poteva fare di più, ma siamo sicuri che le incursioni dei governi europei siano state efficaci e abbiano fatto gli interessi dei contribuenti e dei risparmiatori?

 

Il fondo Tarp utilizzato dal Tesoro degli Stati Uniti per ricapitalizzare le banche non ha perso un dollaro, anzi ne ha guadagnati moltissimi (circa 40 miliardi), mentre l’Unione europea ha perso qualcosa come 500 miliardi di euro. Oggi, agli stress test sono risultate tra le peggiori le banche del Vecchio continente controllate dai governi, come la britannica Royal Bank of Scotland (nazionalizzata nel 2008 e ancora controllata dal governo e considerata sistemica), l’irlandese Allied Banks (in mano al governo di Dublino dal 2009), la Commerzbank (lo stato ha la quota di controllo). Lo stato banchiere, insomma, non ha dato grandi prove.

 

Il ping pong delle polemiche, le dotte analisi macroeconomiche, il rimpallo di responsabilità tra partiti e governi, non finiranno presto. Ma ogni giorno che passa diventano una cortina fumogena per coprire un’altra verità, molto più scomoda, ben più difficile da digerire: l’industria del credito sta attraversando una trasformazione strutturale, pari a quella che ha colpito già la manifattura e adesso s’abbatte sui servizi. Gettare denaro pubblico nelle banche, senza che esse abbiano affrontato la loro crisi d’identità è un inutile spreco. Tutti noi siamo rimasti alla vecchia metafora di Raffaele Mattioli, il gran capo della Banca Commerciale: il banchiere sta in piedi al crocicchio dell’economia, ma non come un brigante che voglia chiedere il riscatto, bensì come il vigile che regola il traffico e mette in contatto chi risparmia e chi investe. Nell’universo sempre connesso della turbofinanza e dei social media, vale ancora quella lezione?

 

Accenture, già Andersen consulting, la più grande società di consulenza, parla di “Distruzione digitale nelle banche” e spiega che la generazione tra i 18 e i 34 anni è pronta a lasciarsi alle spalle le banche, o meglio gli sportelli bancari. I millennials, insomma, preferiscono aprire i conti correnti con società non tradizionali come Square, del co-fondatore di Twitter Jack Dorsey, PayPal, Google, Apple e T-Mobile. Chi è nato e cresciuto con internet non contempla le file agli sportelli e vuole interagire su una piattaforma online. Anche per le banche vale il test dello spazzolino da denti. Larry Page, fondatore di Google, prima di comprare qualcosa si chiede: verrà utilizzata più di una volta al giorno proprio come lo spazzolino? Ebbene lo sportello bancario certo non appartiene a questa categoria.

 

La share economy, poi, rilancia addirittura il baratto e taglia fuori l’intermediazione. Bitcoin emette una moneta non moneta. La banca supermercato nell’ansia di tirar fuori utili purchessia è diventata supermercato puro, dove si vende e si compra di tutto, mentre nel frattempo proliferano le banche non banche: i supermercati, le tabaccherie, persino le farmacie. Le poste hanno aperto la strada più di vent’anni fa. Dunque, bisogna ripartire dai servizi, specializzarsi, reinventare il mestiere. Ebbene, in mezzo a questa distruzione c’è chi crea, eccome, anche in Italia. Negli ultimi anni, infatti, sono sorte banche del tutto nuove. I loro nomi non sono ancora noti al grande pubblico, ma si stanno facendo conoscere soprattutto tra chi vuole gestire bene i propri risparmi. L’ultima in ordine di tempo è la Banca Igea ideata e guidata da Francesco Maiolini e sorta dalle ceneri della Popolare dell’Etna finita in amministrazione controllata da Banca d’Italia. Maiolini ha messo in campo una cordata che ha raccolto 16 milioni di euro di capitale. La Banca d’Italia ha dato il via libera alla fusione della popolare dell’Etna con Igea finanziaria, il braccio operativo di Maiolini costruito insieme a un gruppo di farmacisti che erano in Farmanuova. L’istituto oggi ha tre sedi, una a Palermo, una a Catania e una terza a Roma, ed è guidato da un drappello di colleghi di Maiolini, anche loro ex dirigenti di Banca Nuova, controllata dalla Popolare di Vicenza.

 

Si tratta, insomma, di una boutique specializzata, piccola, agile che ha una clientela di riferimento nei servizi finanziari alle farmacie, una platea in forte ampliamento dopo la liberalizzazione del governo Monti. La Igea vuole crescere in tutta la sanità privata, fare da consulente alle piccole e medie aziende, entrare nel mercato delle cartolarizzazioni, in grande espansione in questa epoca di riduzione dei debiti e collocazione sul mercato dei crediti non performanti. Un altro segmento in vera e propria esplosione riguarda la cessione del quinto dello stipendio, l’anticipo del trattamento di fine lavoro, il ponte con la pensione (nell’impego pubblico bisogna attendere molti mesi). Insomma, la crisi del welfare state offre nuove opportunità al mestiere di banchiere, perché tutto è banca e non è vero che ci sono troppe banche, semmai troppo poche e tutte troppo generaliste, secondo Maiolini.

 

In questi anni, per esempio, è stato totalmente eliminato il credito a medio e lungo termine svolto da banche specializzate come il Mediocredito centrale. Inglobata nelle banche commerciali, questa funzione chiave per lo sviluppo, è stata emarginata per il semplice motivo che, vista la natura della raccolta tutta concentrata nel breve termine, i finanziamenti alle imprese sono diventati antieconomici. Non è in crisi la banca, insomma, ma una certa banca, quella che, dopo le riforme degli anni Novanta, può fare mille mestieri. Nel mercato globale resteranno sempre meno e sempre più internazionali, lasciando così uno spazio nuovo a una funzione che per molti versi ritorna al passato, al legame stretto tra moneta e servizio reso, ma si estende ai campi più imprevedibili. Lo dimostrano le altre mini-banche nate in questi anni.

 

L’Ifis ha fatto da battistrada e può essere definita una costola uscita dal mondo Fiat. Si occupa di credito commerciale, di credito finanziario difficile da riscuotere e di credito fiscale, ma oggi raccoglie anche presso il mercato al dettaglio. L’Istituto di Finanziamento e Sconto S.p.A. è stato fondato nel 1983 a Genova da Sebastien von Fürstenberg, figlio del principe Tassilo e di Clara Agnelli, sorella di Gianni, l’Avvocato. Il baffuto Sebastien è presidente e azionista di riferimento. Nel 1989 la società viene ammessa al mercato ristretto di Milano, e nel 1997 è iscritta all’elenco speciale degli intermediari finanziari. A partire dal primo gennaio 2002, quando entra in circolazione l’euro, comincia a esercitare l’attività bancaria. Nel 2004 è ammessa al segmento Star di Borsa Italiana. Nel luglio del 2006 acquisisce Ifis Finance, operatore polacco specializzato nel factoring per l’indotto della produzione locale del Gruppo Fiat. Nel 2011 riceve dalla Banca d’Italia l’autorizzazione ad acquistare con una offerta pubblica la Toscana Finanza, dedicata all’acquisizione pro-soluto e gestione di crediti difficili da riscuotere, che viene fusa per incorporazione nel dicembre dello stesso anno. A gennaio 2013 nasce il conto corrente Contomax. Due anni dopo Banca Ifis supera il miliardo di capitalizzazione e viene lanciata la divisione “Farmacie”.

 

Neanche Finint, con sede a Conegliano Veneto, è una banca commerciale in senso classico, tipo sportello aperto al grande pubblico. Gestione di grandi patrimoni, finanza strutturata e investimenti diretti sono le tre gambe dell’istituto. La trasformazione in banca è avvenuta attraverso l’acquisizione della licenza di Arner Italia dalla svizzera Arner Bank, istituto al centro di molte vicende giudiziarie. Socio storico di Andrea de Vido, l’amministratore delegato è Enrico Marchi, al timone della Save, società di gestione dello scalo di Venezia, di cui Finint è azionista di controllo. Tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata alle Assicurazioni Generali, con una rete di imprenditori locali come i Benetton, gli Zoppas e gli Amenduni, la nuova Finint vuol diventare il perno di un nuovo assetto finanziario del Nordest. L’esperienza nelle cartolarizzazioni le ha consentito di lanciarsi nei mini-bond con una operazione chiamata Hydrobond per finanziare otto società che gestiscono i servizi idrici nel Veneto.

 

Banca Sistema, guidata da Gianluca Garbi, con grande esperienza in Borsa soprattutto nel circuito dei titoli di stato, nasce nel fatidico 2011, l’anno in cui l’Italia sta per saltare e con lei l’euro. Insieme a tre fondazioni e al fondo della Royal Bank of Scotland, Garbi acquista una piccola banca di proprietà della Cassa di Risparmio di San Miniato e Sf Trust, società di factoring. La sua specialità è nell’acquistare crediti che le aziende vantano verso la pubblica amministrazione; ma concede crediti alle Pmi, sempre garantiti dallo stato, e finanzia la cessione del quinto dello stipendio, per lo più di lavoratori pubblici, o anticipa la pensione. Insomma, si tratta di operare nelle nicchie offerte proprio dalla crisi che anche in questo senso significa davvero rigenerazione e cambiamento.

 

E cambiare è la parola d’ordine che lancia Accenture nel rapporto di quest’anno. La banca al dettaglio, sottoposta a una serie di sfide multiple che vengono dal mercato, dai clienti e dalle autorità regolatorie, si batte per strappare una crescita moderata, spesso irrisoria. Il tasso di crescita degli utili tra il 2011 e il 2014 in un gruppo di 30 grandi banche commerciali è stato del 4 per cento in Europa e Nord America, davvero poco anche tenendo conto della congiuntura economica. “I banchieri cominciano a rendersi conto – scrive la società di consulenza – che debbono vincere tre battaglie critiche: recuperare la fiducia dei clienti, difendere il loro business dei pagamenti contro una progressiva disintermediazione da parte dei nuovi entrati (si pensi a Google Wallet o PayPal) ed evitare che il credito diventi una materia prima da acquistare su qualsiasi mercato”.

 

La distribuzione basata sugli sportelli non ha più ragion d’essere. Alla luce della propria storia e della propria posizione sul mercato, ogni azienda creditizia deve ridefinire un modello di business. Accenture propone tre linee guida: la prima, “la banca multicanale intelligente”, si basa su un utilizzo interattivo di internet; la seconda è la banca “socialmente impegnata” che entra in stretta relazione con i social media; la terza colloca la banca al centro di “un ecosistema che vende servizi sia finanziari sia non finanziari”, puntando soprattutto sulle possibilità offerte dalla tecnologia mobile.

 

Ma che banca è questa? E’ ancora una banca? La risposta non è facile, certo si colloca su una nuova frontiera, un altro territorio inesplorato. In ogni caso, si tratta di ripartire dal basso, dalla gente e dai suoi bisogni concreti. La metafora di Mattioli resta valida, però attenzione, domani circoleranno auto elettriche senza guidatore e non avranno bisogno di semafori. Che la festa cominci, senza alibi e con il coraggio di cambiare. E’ già successo in passato perché non oggi?

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