Funeral Mafia

Dimenticate Don Vito Corleone: niente cerimonie solenni se muore un padrino. Rifiorisce in compenso il business delle pompe funebri. Da una delle sue agenzie Alessandro D’Ambrogio benediceva o stroncava l’apertura d’una nuova attività commerciale.
Funeral Mafia

Giuseppe Genco Russo, boss di Mussomeli, ai funerali di Don Calogero Vizzini, che fu l’incontrastato padrino di Villalba

Le macchine sfilavano, una dopo l’altra, in un pomposo corteo funebre. Gli autisti aprivano lo sportello e i boss scendevano tenendo in mano una rosa rossa. Era il loro omaggio alla salma di Don Vito Corleone. C’erano gli amici, i nemici e pure i traditori al funerale del “Padrino” descritto dalla penna di Mario Puzo prima e dalla pellicola di Francis Ford Coppola poi. Erano gli anni Settanta. Andava davvero così. Quarant’anni dopo, la cronaca, e non la cinematografia, offre spunti per una fenomenologia del funerale mafioso. Niente più cerimonie in pompa magna, salvo rari casi che sfuggono al controllo e danno fiato alle polemiche. Il tono minore, però, non impedisce il manifestarsi della simbologia e rinnova la riflessione sul distorto rapporto che hanno con la fede gli uomini di Cosa nostra. Una Cosa nostra che, badando alla sostanza, ha trovato tempo e modo per speculare sulla morte altrui. Con il business del caro estinto.

 

Il punto di partenza è una recentissima indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo. Le strade dei titolari di due agenzie funebri di Bagheria, popoloso centro alle porte del capoluogo, si sono divise dopo un periodo di affari comuni. Le separazioni sono spesso burrascose. Ne è venuta fuori una storia di crediti vantati e debiti non onorati affidata alla mediazione dei mammasantissima di turno. Uno dei due imprenditori si è rivolto ai mafiosi di Brancaccio e l’altro a quelli di Bagheria. E visto che la controversia andava avanti per le lunghe – in realtà non si sa come e se sia stata risolta visto che alcuni dei protagonisti sono stati arrestati – fu necessario rivolgersi alla testa dell’acqua che fino a un anno e mezzo fa stava di casa a Porta Nuova, storico mandamento mafioso a cui la recente radiografia investigativa attribuisce un ruolo sovraordinato nello scacchiere mafioso cittadino. Una superiorità che ha iniziato a cristalizzarsi nella figura di Alessandro D’Ambrogio, reggente del mandamento che fu feudo di Pippo Calò. Con D’Ambrogio al vertice, il connubio mafia-funerali si è trasformato addirittura in una simbiosi. Il reggente del clan gestiva infatti, assieme ai fratelli, due agenzie funebri in città. In una di queste, finita sotto sequestro a opera dei finanzieri, D’Ambrogio aveva impiantato il suo quartier generale. Si trova in via Majali, una stradina stretta che conduce da piazza Porta Sant’Agata a piazza San Francesco Saverio. Per raggiungerla bisogna penetrare nel cuore dei rioni Ballarò e Albergheria. Majali con la j, da Giuliano Majali monaco benedettino che nella Palermo del 1400 fondò l’“Ospedale grande e nuovo” che oggi è diventato Ospedale civico.

 

Microspie e telecamere dei carabinieri in via Majali registrarono la questua della Palermo che si inchinava e si inchina al boss. Che, nel caso di D’Ambrogio, benediceva o stroncava l’apertura di una nuova attività commerciale. Fosse essa lecita o illecita. Il venditore di sigarette di contrabbando, il fruttivendolo, il parcheggiatore abusivo dovevano passare da lui. E D’Ambrogio faceva il padrino comprensivo. “… si metta qua che non disturba a nessuno… con il tavolo e si guadagna il pane…”, diceva il reggente del mandamento. Anche la festa rionale era cosa sua. “Buonasera. Sono venuto a chiedere un posto. Possiamo montare domani sera qua”, gli chiedeva un tizio che voleva vendere lo sfincione per strada durante i festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine. E il capo prima dava il via libera e poi si metteva alla testa del corteo che portava in processione la statua per le strade del quartiere.

 

Nel frattempo, tra un summit di mafia e l’altro, i carri funebri della famiglia D’Ambrogio andavano in giro per la città per l’ultimo viaggio dei defunti. Sarebbe bastato, dopo il rituale segno della croce con cui si accompagna il passaggio del carro, concentrarsi sulle decalcomanie della ditta D’Ambrogio impresse sulle macchine per rendersi conto che gli affari andavano a gonfie vele. Eppure il boss di Porta Nuova non presentava alcuna dichiarazione dei redditi, fatta eccezione per le cifre irrisorie guadagnate nel 2003 e nel 2004 lavorando in carcere. Carcere dove è tornato, dopo avere scontato una lunga condanna, nel luglio 2013. Un anno dopo dall’agenzia dei D’Ambrogio proveniva la cassa da morto che ospitava il cadavere di Giuseppe Di Giacomo, crivellato di colpi per le strade della Zisa. Era il 2014 e Di Giacomo aveva scalato i vertici del clan fino a pestare i piedi a qualcuno. Si sentiva forte dell’appoggio del fratello Giovanni, killer ergastolano del gruppo di fuoco di Pippo Calò, uno a cui il carcere non ha certo impedito di comandare. Al funerale di Di Giacomo andarono in massa perché le assenze si notano più delle presenze. Per un attimo si era sospettato che fosse stato Nunzio Milano, altro nome storico a Porta Nuova, ad ammazzare Di Giacomo. Perché? Perché al funerale non c’era. Tutto qui. Alla fine, però, il boss era stato convincente nelle sue giustificazioni. Lo aveva fatto per prudenza. Per evitare, forse, di finire nelle fotografie degli sbirri che con le istantanee dei funerali ci riempiono le informative. E’ un po’ come la rubrica del “chi c’era” delle riviste patinate e gossippare che raccontano gli appuntamenti mondani.

 

Per la verità le cose sono cambiate. Ormai da un po’ le autorità hanno preso l’abitudine di vietare i funerali dei boss. “Questioni di ordine pubblico”, dicono. È accaduto per ultimo con Bernardo Provenzano. I padrini fanno paura anche da morti. E così l’urna con le ceneri del boss corleonese, che mafiosamente morto lo era già prima di spirare quando ancora era recluso al 41 bis, è stata benedetta da un prete di montagna e tumulata di buon mattino nel quasi vuoto cimitero di Corleone. Nei giorni della polemica – secondo una corrente di pensiero parecchio social pure le ceneri del padrino dovevano sottostare alla condanna e alla maledizione legalitaria – toccò a monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, spostare il ragionamento dalla pancia del popolo ai misteri della fede: “Una preghiera non si può negare a nessuno. Provenzano ha subito la giustizia umana. Non so se in punto di morte o se prima, durante la detenzione, si sia confessato o si sia pentito davanti a Dio. In punto di morte tutti i peccati possono essere perdonati dal confessore”. Insomma, nell’anno della misericordia anche i mafiosi, seppure scomunicati da Papa Francesco, possono percorrere la via della redenzione perché la scomunica non è una condanna all’inferno, ma una censura della chiesa. Il pensiero di Pennisi era già noto. L’estate scorsa non fu tenero di fronte alle immagini della cerimonia hollywoodiana organizzata a Roma per l’ultimo saluto a Vittorio Casamonica. Allora parlò di show che “nel codice mafioso è una glorificazione del defunto”. La misericordia è una cosa, gli eccessi un’altra. Un eccesso ritenne che fosse, quando era vescovo di Piazza Armerina, autorizzare i funerali del boss gelese Daniele Emmanuello nella chiesa madre. E così Pennisi diede il via libera alle esequie di Provenzano nella cappella del cimitero.

 

Preghiera sì, ma niente solenni cerimonie per stoppare il pericolo della pubblica esaltazione. A Palermo c’è chi ha trasformato un funerale in una festa di borgata con tanto di botti e fuochi d’artificio. Come è avvenuto ad esempio per le esequie di un parente della famiglia Abbate, signori del rione Kalsa. Gli stessi botti che a Cinisi avevano sparato per la grande festa di compleanno di Don Procopio Di Maggio. I suoi cento anni furono salutati con sei minuti di giochi d’artificio. Cento anni trascorsi a negare persino l’esistenza di Cosa nostra, nonostante fosse scampato a due attentati, nel 1983 e nel 1991; nonostante lo avessero condannato al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino; nonostante il figlio Gaspare sia sepolto al carcere duro e l’altro figlio, Giuseppe, sia stato inghiottito dalla lupara bianca. Memore dei pacchiani festeggiamenti, il questore vietò con un’ordinanza i funerali pubblici. A Catania, due anni fa, scoppiò il putiferio quando si scoprì che il feretro del boss Turi Leanza, detto “Padedda”, fu portato a spalla per le vie principali della città tra gli applausi di familiari e fedelissimi. “Zio Turi, zio Turi”, gridava la folla transitando in via Vittorio Emanuele al suono dei clacson.

 

Al di là del valore simbolico, i funerali sono anche, e soprattutto, un grande business. Il morto è cosa loro tanto che l’apertura di un’agenzia deve essere autorizzata dai boss. Si segue il rigido schema che segna i confini territoriali dei mandamenti. Silvio Guerrera, reggente della famiglia di Tommaso Natale-Cardillo e oggi pentito, ha raccontato ai pm che “nella mia zona era prescritto da Cosa nostra che non si aprissero pompe funebri” perché si intaccavano gli interessi di qualcuno. E così quando un commerciante, forte anche lui di amicizie importanti, provò a violare le prescrizioni gli incendiarono l’insegna del negozio ancora prima che alzasse la saracinesca. Qualcun altro ci aveva provato mettendo sul piatto dei boss di Resuttana le sue entrature all’ospedale Villa Sofia di Palermo. Con la soffiata giusta gli sciacalli sanno quando è il momento di presentarsi. Il dolore e lo sconforto per la perdita di un parente sono cattivi consiglieri. “Per ora c’è chi se la spirgugghia (se la sbriga, ndr)”, gli rispose l’uomo del clan addetto controllo dei funerali. Il fatto, però, che il commerciante non avesse agito di impulso gli garantiva un titolo di credito per il futuro. Appena si fosse aperta una maglia nel blindato sistema dei funerali lo avrebbero coinvolto nel business. E che business. “A Palermo ci sono dai 40 ai 60 funerali al giorno”, aveva raccontato il pentito Manuel Pasta. Chissà se i boss sono poi riusciti a portare avanti il progetto per il controllo, anche indiretto, di ogni cerimonia. L’obiettivo era “fare pagare alle agenzie di pompe funebri cento euro a funerale. Avremmo avuto un guadagno di 4.000-6.000 euro al giorno”.

 

Quando non si riesce a gestire gli introiti direttamente si può sempre tentare di arraffare il denaro guadagnato da altri. Sarebbe stata Cosa nostra, in particolare i boss di Santa Maria del Gesù, a benedire una tentata rapina su cui si è fatta luce pochi mesi fa. I picciotti erano già pronti ad entrare in azione nell’agenzia di poste private che si trova a poche decine di metri dalla sede della Fondazione Camposanto di Santo Spirito che gestisce il cimitero palermitano di Sant’Orsola. I banditi sapevano che lì “si fanno i versamenti dei morti”, e cioè i proventi della vendita dei loculi. Solo che gli uomini della Mobile avevano monitorato i loro piani grazie alle microspie piazzate per un’altra indagine.

 

Tutto il mondo è paese. I soldi dei funerali fanno gola ai clan mafiosi a Palermo come in altre città siciliane. Alcuni anni fa, a San Cataldo, finì addirittura a pistolettate. La guerra per il controllo del mercato costò la vita al boss nisseno Totò Calì, crivellato di colpi. Andò meglio al cugino Stefano Mosca. Entrambi erano titolari di agenzie di pompe funebri. Qualche mese fa dalle pagine di un’inchiesta giudiziaria è emerso che è ancora valido il decalogo degli uomini d’onore, di cui per primo parlò Tommaso Buscetta. Tra le voci da rispettare c’è quella sui funerali. Le spese sono a carico della famiglia come disse Vincenzo Adelfio, anziano mafioso di Villagrazia. “Zu Vicè mi dica una cosa… so… che quando muore un amico nostro… gli fate il funerale’…”, disse il figlio di un vecchio passato a miglior vita. La risposta fu tranciante: “Vero è”. Gli uomini d’onore vanno aiutati, da vivi e pure da morti.

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