Dipinti nel blu. La rivoluzione morbida del museo di Brera

Dalla conservazione alla valorizzazione. James Bradburne, da un anno direttore della Pinacoteca milanese, spiega la sua filosofia. Come trasformare un grande museo in un’esperienza estetica, in favore di pubblico (e conti).
Dipinti nel blu. La rivoluzione morbida del museo di Brera

Il “Cristo morto” del Mantegna ora è collocato in fondo alla lunga Sala VII della Pinacoteca di Brera, come a coronare il percorso della grande pittura italiana del Quattrocento

Il blu alle pareti della lunga Sala VII che conduce al Cristo morto di Mantegna, laggiù in fondo, come a coronare il percorso nella grande pittura italiana del Quattrocento, non è un solo blu. E’ una gamma di blu, più intensi, più chiari, variazioni quasi invisibili se non te le fanno notare, ma che cambiano la percezione e guidano la scoperta. Come la penombra e la nuova illuminazione soffusa e diffusa, non più la luce naturale calata dall’alto col suo effetto giorno. Perché visitare un grande museo moderno non è la passeggiata in un catalogo troppo affollato, o la corsa al selfie da scattare, ma è “un’esperienza estetica, che deve cambiare la vita di chi la fa. Questo è lo scopo dell’arte”. E per fare questa esperienza bisogna essere condotti non solo dai piedi, ma attraverso gli occhi. Il riallestimento delle prime sette sale della Pinacoteca di Brera è da poco stato ultimato, quello dalle sale 20-24, che fanno corona allo Sposalizio della Vergine di Raffaello, l’altro più famoso capolavoro di queste stanze, è stato concluso pochi mesi fa. Sono i primi passi di una rivoluzione morbida ma radicale che sta trasformando da un anno, ma il salto nel tempo sembra enorme, l’anima e il look del grande museo milanese. L’anno trascorso è quello dall’arrivo a Milano di James Bradburne, il nuovo direttore della Pinacoteca e della Biblioteca Nazionale Braidense – gioiello di legni e scaffali antichi, scrigno di libri magnifici.

 

La mattina in cui lo incontriamo, nel suo ufficio che non ha nulla di monumentale né di conservatore, il direttore ha il sorriso affabile e gli occhi mobili di un instancabile curioso, indossa uno dei gilet color pastello per cui va famoso, l’eleganza anglosassone e piacevolmente frivola con cui i milanesi hanno imparato a conoscerlo. Prima di loro l’avevano conosciuta i fiorentini, perché prima di superare la selezione per Brera – in base alla riforma della gestione dei grandi musei voluta da Dario Franceschini – è stato direttore della Fondazione di Palazzo Strozzi. La mattina in cui lo incontriamo è appena rientrato da Londra, c’era più afa che a Milano, ancora non si capacita per la Brexit scelta dai suoi concittadini, proprio non la può capire lui, cittadino d’Europa che ha lavorato in Gran Bretagna, Germania, Italia e per il quale muoversi, condividere esperienze di lavoro senza badare ai confini è la cosa più normale. E’ l’Europa.

 


 


 

La rivoluzione morbida di Brera, fatta senza proclami ma con piccoli passi e segni decisi, sempre guidati da un’intuizione e da uno scopo (“scopo” è una parola che gli piace molto) la si coglie a occhio nudo. Dagli stendardi sulla facciata che annunciano al visitatore i capolavori che incontrerà dentro al grande palazzo, dai “totem” elettronici interattivi che distribuiscono informazioni al portone, dalle panchine nel cortile che, sembra incredibile, fino a poco tempo fa non c’erano. Fu una delle prime cose che notò, Bradburne: gli studenti dell’Accademia di Belle Arti stravaccati per terra, per mancanza di alternative. Si disse: non è decoroso né funzionale, perché non mettere delle panchine? Lo disse, e qualcuno forse strabuzzò gli occhi – modificare qualcosa negli storici loggiati che fanno da quinte alla statua di Napoleone? – ma le panchine arrivarono. Perché un museo non è solo conservare il passato. E’ anche, se non soprattutto, valorizzarlo. Questo è il cuore del pensiero di James Bradburne, e siccome siamo in Italia, paese della conservazione e della “tutela” come declinazione della burocrazia, conviene farselo spiegare. “Il mio obiettivo non è fare i grandi numeri, non è fare turismo. L’arte serve a trasformare la vita delle persone. E’ un’esperienza da compiere. Visitare un museo non può essere soltanto passare da una sala all’altra, da un’opera all’altra senza capire, entrare nel linguaggio e nelle emozioni. Come avviene in certi grandi musei, dove c’è la coda con  i telefonini per fotografare il quadro famoso, e di fianco ce n’è uno altrettanto bello che nemmeno è guardato. La mia mission è valorizzare”.

 



Lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello e di Perugino. Per la prima volta, la scorsa primavera, i due capolavori sono stati esposti uno di fronte all’altro: è stato il primo “Dialogo” istituito dalla Pinacoteca di Brera


 

Conviene farselo spiegare bene, che cosa intenda. Perché siamo in Italia e per molti intellettuali che scrivono sui giornali (guai a citarglieli, scuote il ciuffo con un moto di insofferenza e passa oltre), per molti storici dell’arte e conservatori di musei e per molti politici (va da sé) quel verbo, “valorizzare”, fa orribilmente rima con “monetizzare”, e con “privatizzare”, addirittura. Non è ciò che intende il direttore di Brera. E il concetto che spiega, con entusiasmo e ogni tanto con un filo di ironica esasperazione, molto british, nella voce, è un concetto importante, una rivoluzione culturale. I grandi musei italiani, e in particolare Brera, che pure vanta la seconda raccolta di arte italiana dopo gli Uffizi, sembrano decenni indietro rispetto alle grandi istituzioni mondiali, da Londra a New York ad Amsterdam. Come proposta, come comunicazione, inevitabilmente come capacità d’attrattiva. Perché? “Penso che gli italiani patiscano un gap culturale che ha un’origine storica. Dopo la guerra, il nuovo stato italiano si è trovato a gestire il più grande patrimonio artistico del mondo, per quantità di opere d’arte e siti. E ha scelto di definire come suo scopo principale ‘la tutela’ di quel patrimonio, la conservazione delle opere, aspetto ovviamente fondamentale e prezioso cui non bisogna rinunciare. Ma ogni scopo produce i propri risultati. Così ancora oggi lo scopo dei musei, delle sovrintendenze, del ministero dei Beni culturali, è lo studio, la conservazione e la tutela. Ma non la valorizzazione di questo patrimonio. Sono due obiettivi diversi, richiedono modi di operare diversi”.

 



James M. Bradburne, il nuovo direttore della Pinacoteca e della Biblioteca Nazionale Braidense


 

E anche professionalità diverse. Lei è arrivato a Brera – c’è chi criticò la sua nomina, così come quella di Eike Schmidt agli Uffizi, in nome di un sottinteso campanilismo dell’accademia e della burocrazia – in virtù di una riforma del governo che intende cambiare questo stato di cose. Che giudizio ne ha? “Un buon giudizio, anche se c’è molto lavoro da fare, soprattutto nella direzione della piena autonomia di istituzioni statali come questa. Ma la rivoluzione copernicana che l’ impostazione del governo italiano sta provando ad attuare, e che condivido, è superare lo ‘scopo della tutela’ per arrivare a una migliore valorizzazione. Chi dovrebbe avere paura di questo? Soltanto chi confonde valorizzazione con monetizzazione. Ma non è così. Così come trovo sbagliato quando sento dire che la cultura o l’arte sono ‘il petrolio del paese’. E’ una banalizzazione”.
James Bradburne ha sessant’anni, è nato in Canada e ha studiato architettura prima  a Vancouver e poi a Londra, si è specializzato all'Università di Amsterdam e al Getty Leadership Institute for Museum Management. Ha diretto il New Metropolis science and technology centre di Amsterdam e il Museum fur Angewandte Kunst di Francoforte, la Next Generation Foundation in Gran Bretagna. E’ stato direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze, che è un’istituzione pubblico-privata, dal 2006 al giugno 2015. Ora è direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense. Sua moglie è una affermata costumista teatrale russa, lui va noto per la sua collezione di “waistcoats” sartoriali cui affida, assieme al ciuffo vaporoso dei capelli, la sua immagine amabilmente dandy e anglosassone. Per il resto, è soprattutto un lavoratore indomanbile.

 

Di Milano si è subito innamorato, e non soltanto perché è la più europea delle città italiane. “E’ una città cosmopolita e aperta, ha una rete di relazioni e di istituzioni unica, un grande orgoglio per quello che è e che sa costruire. La differenza è la capacità, la volontà di cambiare e di rinnovarsi. Milano è l’unica realtà italiana ad avere una densità che sostiene un ecosistema molto complesso; lo stesso avviene a Parigi, a Londra, a New York”. E’ contento di esserci arrivato in questo momento, che è di grande ottimismo e rinnovamento. “E’ una città che può e vuole decidere come sarà nel futuro, e non parlo ovviamente soltanto dei suoi musei. Firenze, tra cinquant’anni, sarà sempre la città del Rinascimento, Roma la città del barocco e dei suoi grandi monumenti. Milano tra cinquant’anni sarà ciò che ha scelto di essere. Ma l’entropia, come sappiamo, opera sempre. E’ in questo preciso momento, in questi anni, che ha l’opportunità di decidere, di realizzare”.

 

E’ una città segreta, anche, Milano. Brera è un luogo sconosciuto anche ai milanesi. “E invece è uno dei suoi luoghi più incredibili e ricchi”. Innanzitutto, non è solo la Pinacoteca. C’è l’Accademia (la Pinacoteca nacque per le esigenze didattiche dell’accademia e divenne un’istruzione indipendente solo a fine Ottocento), c’è la Braidense, ci sono l’Osservatorio astronomico e un magnifico Orto botanico. L’incarico di Bradburne dura quattro quattro anni, oltre la direzione della pinacoteca e biblioteca, ha un ruolo di coordinamento, quasi un primus inter pares, dell’intera attività. Solo per la Pinacoteca lavorano duecento persone, un’azienda. “A Brera ho trovato una squadra di persone molto competenti, che andava semplicemente ascoltata e incentivata. Se ciò avviene siamo a metà del cammino”.

 

Nel 1808, Napoleone ribattezzò Brera “Palazzo reale delle Scienze e delle Arti”,  voleva fare della Pinacoteca il Louvre italiano. Le radici della grandeur, un po’ smarrita, di questo museo sono lì. Bradburne non sogna i flussi giganteschi del Louvre, sarebbe da pazzi, ma vuole una veduta grande, più grande di quella cui sono abituate le viuzze antiche che circondano Brera. Una delle espressioni-totem del passato dibattito politico culturale milanese è stata “la Grande Brera”. Si è parlato per anni di trasferire l’Accademia, di ingrandire le sedi. E qualcosa di quel progetto ideato cinquant’anni fa, avverrà: entro il 2018 vorrà allestire nel vicino Palazzo Citterio la più ricca collezione di opere d’arte del XX secolo posseduta dalla pinacoteca, la Collezione Emilio e Maria Jesi. Più di recente l’ossessione è diventata quella dei grandi numeri, fare concorrenza con il turismo di massa alle grandi istituzioni nazionali e internazionali. Per Bradburne, per la sua rivoluzione, le cose non stanno così. “Milano non è una città da ‘turismo del pullman’, non vengono le grandi masse. Vengono visitatori e turisti che sanno che cosa scegliere, quali esperienze fare. Aumentare i biglietti venduti (che poi, giocoforza, stanno già aumentando: più quindici per cento sui trecentomila visitatori annuali, ndr) non è il mio principale compito. Non permetterò mai che si venga qui soltanto per cercare i Pokemon”. Un suo punto di riferimento è Franco Russoli, il grande e geniale sovrintendente di Brera che morì a soli 54 anni nel 1977, quarant’anni fa, ma la cui idea della Grande Brera è ancora per Bradburne un punto di riferimento. Ma Russoli, appunto, era un esperto d’arte che credeva, come il suo contemporaneo filosofo americano Nelson Goodman, che “il museo deve operare come un’istituzione per la prevenzione della cecità, allo scopo di far funzionare le opere. Le opere funzionano quando, stimolando lo sguardo curioso, acutizzando la percezione”. Così Bradburne, da quando è arrivato a Milano, ha una parola d’ordine, uno slogan riassuntivo del suo impegno: “Riportare Brera nel cuore di Milano e riportare Milano nel cuore di Brera”.

 

E qui torniamo alla visione generale. Che ha qualcosa a che fare con il proseguimento della riforma italiana, insomma le decisioni della politica, e molto di più con un cambiamento di mentalità e di buone pratiche, che si chiama autonomia. “Milano ha bisogno di autonomia, Firenze ha bisogno di autonomia, però forse ne ha bisogno  in un modo diverso da come serve a Brera. Il ministro Franceschini ha capito questa cosa, ma serve fare di più. Ogni museo è diverso, ogni città d’arte è diversa. Perché si dovrebbero fare le stesse cose nello stesso modo? Aprire negli stessi orari? Il cambio di scopo, che giustamente la riforma dei musei nazionali indica, impone anche un cambio di metodo. La tutela richiede una burocrazia specializzata, curatori, storici, eccetera. Invece la valorizzazione richiede un diverso tipo di lavoro. Questa autonomia, io la vorrei più completa possibile”. Ad esempio, la questione del pubblico. In Italia, ormai viene più spesso associata alla parola Pil che alla qualità culturale: “Io non sono qui per fare i grandi numeri. Ci sono i grandi musei per quello. L’unico numero che conta in assoluto è che il bilancio sia sempre in attivo. Poi vanno chiarite alcune cose, bisogna sempre pensare al contesto. Qual è lo scopo? Quale esperienza puoi far compiere al visitatore, se c’è troppa gente? Ad esempio, io penso che le domeniche gratuite non servano. Creano un picco di affollamento per un pubblico che non sempre è interessato, non creano altro. Inoltre, a Milano c’è un turismo particolare, non di massa, meno interessato alle domeniche gratis”. Meglio attuare strategie locali, più adatte. Ad esempio l’esperimento di “Brera di sera”, l’ingresso prolungato dalle 18 alle 22 il giovedì, con biglietto a 2 euro, che ha portato la media di ingessi serali da 37 a oltre mille. Un successo che sta proseguendo anche in agosto, e che è determinato soprattutto da un pubblico di giovani. Oppure, spiega, “la tessera di Brera che abbiamo varato, che consente di tornare più volte, di visitare altre cose. Ma questo non può essere imposto da Roma”. Sul sito del museo (rinnovato anch’esso), si legge: “La Pinacoteca di Brera è lieta di annunciare che lunedì 15 agosto, giorno della settimana di abituale chiusura, rimarrà straordinariamente aperta al pubblico”. Scelte concrete, autonome, ben comunicate. “A New York non c’è nessun ministero per stabilire cosa devono fare i musei. In Italia siamo più indietro. I vostri politici oggi credono nel mercato, sì. Ma credono in una versione sovietica del mercato. Un problema di burocrazia”.

 

Per spiegarsi, tira fuori un libriccino. No, forse è un’agendina. Anzi, sembrerebbe un passaporto. “E’ il passaporto per Milano. Da dove mi è venuta l’idea? Dall’Expo 1967, a Montreal. La visitai che ero un ragazzo. Avevano fatto un piccolo passaporto che consentiva di entrare nei luoghi più importanti della città. Non una guida, non un carnet: un passaporto come una condivisione di identità. Stiamo realizzando un progetto simile. Coinvolgendo altre istituzioni – a Milano ci sono musei e gallerie magnifiche – a proposito di cooperazione tra pubblico e privato”. Non è un progetto pubblicitario, in cui uno mette il nome per comprire. E’ un percorso, la “Grande Brera” come l’aveva immaginata Russoli, un suggerimento di itinerari che coinvolge molti luoghi diversi. “Non solo i musei pubblici, le fondazioni private, le chiese, ma anche la libreria storica, o la galleria che c’è qui vicino e fa un lavoro culturale importante per il tessuto della città”. L’idea è di distribuirlo negli alberghi, sul Frecciarossa. Così chi arriva in città ha già un passaporto, un’identità per sentirsi cittadino”.

 

Aiutare a guardare, comunicare, raccontare. Sono le tre declinazioni di ciò che è una grande istituzione museale contemporanea, nella filosofia di Bradburne. Per questo, nella sua rivoluzione di velluto di Brera è partito dagli occhi, ma non soltanto da quelli. Non solo i colori alle pareti (i blu, i rossi, poi verranno le tinte color tabacco). Sembra nulla, ma abbassare la soffittatura, cambiare l’illuminazione, significa trasformare un repertorio ottocentesco di quadri giustapposti in una nuova esperienza di fruizione. Poi c’è il racconto. E raccontare significa sia rimettere in ordine cronologico le opere, con un criterio filologico scientifico cui sta collaborando una squadra di critici e storici dell’arte, sia creare una narrazione che, discretamente, accompagni il cammino degli occhi. Sembra un’altra banalità, ma a Brera stanno rifacendo tutte le didascalie delle opere esposte. Non saranno più le targhette nell’obitorio dell’arte che siamo abituati a vedere in molti musei, ma didascalie critiche, mini racconti leggibili tanto dallo specialista quanto dal pubblico generalista. Alcune di esse, il direttore le ha scritte personalmente, con il suo gusto di esperto e divulgatore, per creare una suggestione, un rimando. Ci sarà un percorso – nelle sale rinnovate è già iniziato – con alcune scritte e didascalie dedicate ai bambini e alle famiglie e ai bambini. Suggestioni giocose ma rigorose, come in un libro illustrato per bambini.

 

Per il suo primo anno a Milano, per dimostrare che in un anno le cose si possono fare, sarà inaugurato, con il sindaco Beppe Sala, il nuovo ingresso del museo, la grande porta sotto l’orologio nel loggiato superiore. Che poi sarebbe l’ingresso, ma inspiegabilmente oggi non è utilizzato: a Brera si entra passando da uno striminzito bookshop e non dalla porta d’onore. D’ora in poi, entrando, prima ancor di fare il biglietto, avanti agli occhi di sarà la meraviglia della sala di lettura della Braidense, l’altra passione che Bradburne s’è messo in testa di valorizzare. Ma per valorizzare, le cose bisogna farle sapere. Un paio di mesi fa il direttore ha invitato i tassisti di Milano, per una serata che è stata un po’ uno speech dell’esperto d’arte e un po’ una scoperta. Perché? “Perché sono loro i primi milanesi che il turista incontra. Sono loro che devono sapere che c’è Brera, così come gli altri musei, e comunicarlo”. Erano entusiasti. Ha rifatto la stessa esperienza con i concierge degli alberghi, lo farà con altre categorie-chiave per la comunicazione di Milano, alle quali, chissà perché, finora nessuno aveva pensato.

 

Poi arriveranno il nuovo bookshop, la nuova caffetteria e il ristorante. Il bel cortile di non sarà più un luogo separato, cui i milanesi sbirciano da lontano. Sarà una dimora aperta, un luogo bello in cui entrare anche se non si ha intenzione di salire il nobile scalone per immergersi nei quadri. Brera nel cuore di Milano, Milano nel cuore di Brera. A qualcuno, forse, la velocità di pensiero, l’allegria creativa di James Bradburne può fare un po’ paura. Meglio tutelare. Ma lui non ci bada, ha un’altra frase slogan che ama ripetere sempre: “Dobbiamo fare di Brera un posto meraviglioso da visitare e non solo un contenitore di cose meravigliose”.

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