Le verità di Proust

La bellezza, lo stile, il lavoro dello scrittore. L’arte non è astrazione dal quotidiano. In libreria i “Saggi” dell’autore della “Recherche”. Dopo Dante, nel Novecento solo Proust ha saputo ridare una forma organica ai frammenti dell’esperienza pubblica e privata.
Le verità di Proust

Marcel Proust. I suoi “Saggi”, dai temi scolastici alle prose liriche, dalle cronache mondane ai ritratti critici, sono usciti per il Saggiatore a cura di Mariolina Bertini e Marco Piazza

Quale libro vorreste leggere o scrivere su Dante?”. Suonava così la domanda che è stata posta a me e ad altri critici il maggio scorso durante un convegno pisano. Dopo una premessa difensiva, ho risposto che vorrei vedere stampata un’opera su “Dante e Proust”. Non saprei scriverla, ma se fossi un mecenate saprei certo a chi commissionarla: esigerei un lavoro a quattro mani da un brillante atleta degli studi danteschi come Claudio Giunta e da una raffinata esperta di Proust come Mariolina Bertini.
A stabilire il paragone, in pieno Novecento, è stato Gianfranco Contini, in un saggio che si soffermava sullo sdoppiamento tra l’io-personaggio e l’io-poeta nelle cantiche dell’Alighieri, e che alludeva al modo in cui sia Proust sia il padre della nostra letteratura lasciano cadere a un tratto, nei rispettivi capolavori, il loro nome altrove sempre taciuto (un “Dante” e due “Marcel” pronunciati dalle loro donne, Beatrice e Albertine). Ma Contini non è andato oltre qualche rapida suggestione, e a quanto ne so un confronto ampio e originale tra la Commedia e la Recherche resta da tentare.

 

Nella crisi di civiltà del XX secolo, Dante è stato di solito un oggetto di nostalgia. Si è cercato in lui tutto ciò che manca ai moderni: una cultura onnicomprensiva dove filosofia, poesia e religione arrivano a coincidere, e uno status che consente al poeta di parlare in nome di una comunità unita da solidi valori e gerarchie. Guardando al suo trasumanato tomismo, alcuni autori hanno provato disperatamente a riattingere un’armonia, un ordine, per poi constatare quasi sempre che si tratta di conforti preclusi all’uomo novecentesco. Nel poemetto “infernale” di Eliot, Terra desolata, l’eredità culturale di tutti i tempi e luoghi si riduce a un chiacchiericcio sinistro e insensato: il contrario di quel che accade nella Commedia, dove la più municipale delle chiacchiere viene incastonata in un sistema cosmico.

 

Solo Proust ha saputo ridare una forma organica ai frammenti dell’esperienza pubblica e privata. Nella Recherche ogni particolare è immerso in una struttura che gli imprime e ne riceve un significato; anche se questo significato, a differenza che in Dante, non è garantito a priori ma rischia sempre di riprecipitare nel gorgo centrifugo della moderna insensatezza. Secondo Contini, l’io proustiano è sia “il soggetto d’una limitata, definita esperienza storica irripetibile”, sia “il soggetto trascendentale di qualsiasi avventura vitale e conoscitiva”. Pur muovendosi in un mondo dominato dal caso, l’autore della Recherche ci mostra infatti un percorso ascetico, e vive la tessitura del suo poema come un destino religioso. Attraverso una trama di fili in apparenza labilissimi, lega le intermittenze del cuore in un corpo poetico che lascia circolare uniformemente il senso in tutti i suoi capillari; e anche dal punto di vista stilistico, riesce in un miracolo dantesco. Se il secolo breve si è sentito provocato dall’autore della Commedia, è soprattutto perché offre una riserva espressiva straordinaria, in grado di competere con qualunque sofisticata oltranza moderna, e tuttavia, a differenza dei letterati otto-novecenteschi, fa sempre coincidere le sue invenzioni con una precisa funzione strutturale: non dà spazio allo stile come fatto autonomo, soggettivo, “arbitrario”.

 

Pasolini, devoto al mito dell’“espressività” gratuita e illimitata, arriva a dire che Dante è monolinguistico come Petrarca, perché pur utilizzando i più vari e lontanissimi registri poetici, gergali e lessicali, evita di farli cozzare caoticamente l’uno contro l’altro, e assegna invece a ogni espressione una sua “stanza”, sottoponendole poi tutte alla geometrica architettura del poema. Le fondamenta teologiche di questa architettura sono percepite come incrollabili: perciò, muovendosi sicuro al suo interno, il genio conserva la massima libertà di esprimersi. E’ quindi ancora più notevole che Proust sia riuscito a realizzare qualcosa di analogo (cioè a dare un ordine alle voci, ai gerghi, alle infinite sfumature di linguaggio che testimoniano il suo supremo mimetismo di pasticheur) pur non avendo le spalle coperte da nessuna scolastica, e dovendosi costruire la sua cattedrale in solitudine.

 

Ma chi volesse scrivere il libro che aspetto di poter leggere, oltre alle similitudini più rilevanti potrebbe poi suggerirne qualche altra a cui è bene alludere con un tono leggero.

 

Ad esempio, sia Dante che Proust s’immergono nell’opera somma, “redentrice” delle loro precedenti esperienze mondane, all’inizio di un secolo nuovo, nel mezzo del cammino della vita (mezzo proverbiale, non reale: muoiono entrambi cinquantenni), quando vengono esiliati dal microcosmo originario: il primo è cacciato da Firenze, il secondo strappato a una prolungata adolescenza dopo la morte dei genitori. Contini osserva che nel percorso dantesco è tipica la prassi di “degradare un’esperienza precedente, toglierle la sua finalità intrinseca, usufruirla come elemento dell’esperienza nuova”. Il “tormento della dialettica” costringe Dante a un continuo superamento delle sue prove tematiche e formali, che così vengono ridotte a tentativi sperimentali, a oggetti confluiti ognuno con un suo ruolo limitato nel quadro finalistico della Commedia. Lo stesso accade in Proust. E ci si potrebbe divertire a elencare in parallelo i “tentativi” proposti dai due scrittori prima del capolavoro: mettere le Rime giovanili accanto a I piaceri e i giorni (di cui oggi Elliot ristampa un’antologia in I rimpianti colore del tempo), la Vita nuova accanto al Jean Santeuil, la critica filosofica del Convivio e la riflessione linguistica del De vulgari eloquentia accanto all’abbozzo estetico-filosofico del Contre Sainte-Beuve e all’esegesi di Ruskin…

 

Proust però, come si è detto, ha intorno a sé una cultura di rovine. Nella sua dialettica, prima di ritrovare “legato con amore in un volume / ciò che per l’universo si squaderna”, deve scontare fino in fondo una realtà effimera e frammentaria: solo così può poi incatenarne ogni dettaglio a una necessità nuova. E inabissarsi nell’effimero significa fronteggiare l’instabilità, la relatività totale del cosmo moderno. Come ha notato Lionel Trilling, la rappresentazione di un universo sociale mobile, borghese, implica sempre un’analisi dello snobismo, cioè dell’“orgoglio a disagio” di chi non è mai sicuro della propria identità. In un mondo privo di caste stabili, gli individui hanno una posizione più libera ma anche più precaria, e s’illudono troppo facilmente di poter trasformare se stessi e l’ambiente che li circonda. Da Don Chisciotte a Madame Bovary, innumerevoli romanzi raccontano queste pretese improbabili.

 

Ma anche quando indagano nel modo più radicale gli equivoci di cui sono vittima i personaggi, e perfino quando trasformano il romanzo in una parabola metafisica che nell’intera realtà scopre un incubo indecifrabile, almeno di questo radicale equivoco e di questa indecifrabilità i narratori ci offrono la certezza. Invece l’autore della Recherche dimostra che il cosiddetto equivoco è nientemeno che la sostanza di cui è fatta l’identità di ognuno, destinata inevitabilmente a variare a seconda delle luci che il luogo, ma soprattutto il tempo e l’immaginazione altrui le proiettano addosso. “C’è una geometria piana e una geometria nello spazio. Ebbene, per me il romanzo non è solo fatto di psicologia piana, ma anche di psicologia nel tempo”, afferma Proust in un’intervista. “Come una città, mentre il treno segue il suo cammino contorto, ci appare ora alla nostra destra, ora alla nostra sinistra”, scrive ancora, “così i diversi aspetti che uno stesso personaggio avrà assunto agli occhi di un altro, al punto di esser diventato quasi tanti personaggi successivi e differenti, daranno (…) la sensazione del tempo trascorso”.

 

Traggo queste citazioni dai Saggi proustiani usciti per il Saggiatore a cura di Mariolina Bertini e Marco Piazza (974 pp., 75 euro); e qui “saggi” si deve intendere appunto anche nel senso di tentativi. Si va dai temi scolastici alle prose liriche, dalle cronache mondane ai ritratti critici. Tra questi spiccano i pezzi su Baudelaire e Flaubert: da un lato il poeta della crudeltà pietosa che sublima la sofferenza in forma, dall’altro il narratore che riflette la vanità di ogni progetto umano attraverso la pura sintassi. Sono due autori importanti per l’architetto della Recherche, attratto dalla loro capacità di fondere i frammenti nella traslucida compattezza dello stile; ma altrettanto importante è per lui Balzac, romanziere viceversa privo di stile, e tuttavia capace di unificare i brani più eterogenei attraverso la migrazione dei personaggi da libro a libro, trovata che aiuta Proust a risolvere il suo romanzo in un’armonia continua di apparizioni, scomparse e inaspettati ritorni.

 

Ma tra i Saggi spicca soprattutto il brogliaccio del Contre Sainte-Beuve, dal quale ha preso forma la Recherche. Il pontefice della critica ottocentesca, che spiega la letteratura con l’indagine biografica, serve qui a Proust da idolo polemico per sostenere l’opposta convinzione secondo cui “un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”. A questa idea è legato il modo in cui lo scopritore della memoria involontaria giudica il carattere mondano dell’“intelligenza”, che più s’inoltra per la sua via ascetica meno gli appare come un “valore”. Nella profondità dove s’imprimono le percezioni che più marchiano i sensi e la psiche, l’intelligenza non ha potere. Eppure solo a lei è concesso comprendere la propria inferiorità, e quindi riportare alla luce le cose che, per dirla con Saba, giacciono al fondo “quasi un sogno obliato”. Questo processo è delicatissimo, difficile come il gesto di chi tira a galla un relitto che il sole e l’aria (la coscienza, la ragione) possono far evaporare in un istante. Per condurlo a termine occorre un lavoro estenuante: anche Proust, scrivendo il suo poema, diventa “macro” come l’Alighieri. E in più sa che “ritrovare” il tempo perduto significa avvicinarsi alla morte, perché ogni traduzione poetica delle “leggi misteriose” della vita toglie energie, così come, viceversa, i piaceri mondani condannano l’esperienza profonda a un rapido oblio.

 

Con la Recherche, lo scrittore esaurisce il proprio destino come l’insetto che depone le uova. E le uova qui sono i recuperi dei momenti estatici, delle rivelazioni offerte dalla memoria involontaria, che come spiega la Bertini, distrugge “l’immagine convenzionale, reificata, stereotipa del passato”. Ma questa immagine è “la sola protezione efficace” contro “quelle visioni troppo atroci che metterebbero in pericolo la nostra vita e la nostra ragione”. Perciò “lo scrittore non distrugge impunemente l’opera dell’abitudine”: facendolo si espone senza riparo alla sofferenza, ossia agli choc che hanno poi un valore veritativo simile a quello dei clic della memoria involontaria. Perché ogni trauma ci strappa alle fantasticherie e ci mette davanti al nudo volto del reale. Non a caso, Proust inizia la Recherche dopo la morte della madre. E non a caso, nel cuore del romanzo troviamo descritto un altro trauma, quello della gelosia, di cui in un brano su Eros e Venere lo scrittore dice che “è nata molto prima dell’intelligenza; quindi non la conosce, e l’intelligenza non le può dire nulla per consolarla. Lo spirito è disarmato davanti alla gelosia come davanti alla malattia e davanti alla morte”.

 

Per cercare la verità e il tempo perduti bisogna quindi convivere a lungo, senza corazze, con ciò da cui di solito distogliamo lo sguardo. E bisogna anche essere così ricettivi e inermi da diventare medium trasparenti di ciò che accade, lasciandosi alle spalle qualunque velleità di affermazione dell’Io. In questo senso, Proust non nega solo le convenzioni mondane, ma anche ogni idea dell’arte come luogo di un’ineffabile espressione soggettiva, o come astrazione spirituale dagli eventi quotidiani. Nel saggio Contro l’oscurità, ai simbolisti che pretendono “di trascurare gli ‘accidenti temporali e spaziali’”, replica infatti che la vita attua “l’universale o l’eterno (…) solo in individui”. Il che chiarisce perché spesso siano proprio i tratti più effimeri dell’uomo mondano quelli che l’uomo profondo deve salvare svelandone l’essenza sotterranea. La verità più preziosa può andare a ficcarsi in una madeleine, in una sconnessura del selciato o in un trascurabile gesto quotidiano. Queste cose, “trite” come le parole di Saba e i “volgari recipienti” dipinti da Chardin, ci restituiscono di colpo una realtà così vera da indurci a credere in una sua indefinibile vittoria sulla morte. La rete più adatta a pescarla è la metafora o analogia, traduzione poetica dell’illuminazione che la memoria involontaria produce nella vita. Questo procedimento libera “l’essenza comune” a due sensazioni “riunendole insieme, per sottrarle alla contingenza del tempo”.

 

Ma perché succeda, il collegamento deve essere “matematicamente” esatto. Non ci sono più modi per dire una cosa, avvisa Proust: l’acqua bolle a cento gradi, non a novantotto. L’opera non è mai una traduzione libera: il suo valore artistico deriva dalla sottomissione a certe leggi vitali, non dal soddisfacimento di un gusto decorativo. “Il piacere estetico” ricorda Proust “ci è dato per sovrappiù se amiamo la Bellezza per lei stessa, come qualcosa di reale esistente fuori di noi e infinitamente più importante della gioia che ci dà”. E questa bellezza, annota recensendo un concerto di Saint-Saëns che molti avevano giudicato troppo poco spettacolare, è “la sola cosa che non possa rispondere alle aspettative di un’immaginazione romanzesca. Tutte le altre cose non sono inferiori all’idea ch’essa se ne faceva: l’abilità la meraviglia, la volgarità la lusinga, la sensualità l’inebria, l’ipocrisia l’abbaglia. Ma la bellezza, essendosi legata nella notte dei tempi alla verità con un’eterna amicizia, non ha a sua disposizione tutti questi incanti”.

 

Insomma, non si scappa: se vogliamo riportare alla luce qualcosa di vero, e quindi di bello, non possiamo aggrapparci come a un alibi a nessun libro, a nessuna liturgia culturale, a nessun artificio stilistico: dobbiamo affrontare i traumi in una solitudine indifesa, e consumare tutte le energie per tradurre in linguaggio esatto l’anima occulta delle nostre esperienze. Solo così la letteratura, ha scritto altrove Mariolina Bertini, “si afferma incessantemente come speranza liberatoria (…) facendo intravedere nella verità dello stile inteso come lettura ‘a rovescio’ del vissuto, la figura di un’altra realtà; di una realtà ch’essa non ha il potere di realizzare, ma che ha il dovere di custodire instancabilmente, come un’ostinata promesse de bonheur, nel tempo”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi