Il tempo in una stanza

Nelle installazioni di Manfredi Beninati rivivono ricordi dell’infanzia, sogni, viaggi. Vederli è come sbirciare dal buco della serratura. L’ultima opera al Macro di Roma. La prima delle sue camere, che gli valse il premio del pubblico alla Biennale del 2005, è ora nella collezione permanente del Maxxi.
Il tempo in una stanza

Manfredi Beninati, “Il Sei Novembre del Duemilatrentanove”, 2013 (Courtesy: Galleria Lorcan O’Neill)

Ricordi d’infanzia, sogni e viaggi nel tempo. Le stanze di Manfredi Beninati sono allestite con grande attenzione ai minimi dettagli e ricreate a grandezza naturale: il pubblico non può entrarvi ma solo osservarne i particolari e percepirne l’atmosfera, da una piccola finestra chiusa. L’invenzione di questi ambienti come forme d’arte contemporanea ha reso celebre l’artista palermitano, classe 1970, che nel 2005 s’è aggiudicato il premio del pubblico alla 51esima Biennale di Venezia. E con questo riconoscimento ha vinto anche una scommessa, quella di diventare artista visivo, lanciata cinque anni prima con il fratello Flavio.

 

Dopo aver lasciato gli studi di Giurisprudenza e un percorso professionale avviato nel mondo del cinema (con collaborazioni con registi del calibro di Damiano Damiani e Giuseppe Tornatore), nel 1999, sbeffeggiando l’opera di un amico artista concettuale, Manfredi afferma che di lì a poco avrebbe partecipato alla Biennale di Venezia, come di fatto è stato. Lì presenta una installazione ambientale, la prima delle sue famose camere che si possono guardare solo da piccole porticine, dando al pubblico la sensazione perturbante di sbirciare da un buco della serratura. Spazi inaccessibili ai visitatori, che rimangono fuori a guardare, come davanti aduno schermo che però presenta una realtà tridimensionale. E’ il suo modo personale di riavvicinarsi al cinema, e la stanza della Biennale ora si trova nella collezione permanente del Maxxi a Roma. Il titolo: “Prendere appunti per un sogno da iniziare di pomeriggio e continuare di notte (e che non si cancella al risveglio) ovvero svegliarsi su una spiaggia sotto il sole cocente”. In quest’opera, in particolare, si avverte forte la sensazione di spiare in una stanza segreta dove il mistero è legato agli oggetti che in essa sono contenuti.

 

La stanza, con le sue colonne, gli specchi e i tendaggi, potrebbe richiamare un’ambientazione del “Gattopardo”; in realtà quegli oggetti sono specificatamente legati a una stanza nella grande casa anni Cinquanta della bisnonna, che l’artista frequentava da piccolo, “una casa piena di stanze sconosciute, una delle quali era proprio uno studio con una scrivania, dietro il quale c’era un grande tendone di velluto incorniciato da una larga cornice di legno. Un sipario affascinante. Un giorno c’era un fascio di luce che entrava dalla persiana e si rifletteva nei tanti specchi quadrati che arredavano le pareti. Un rimbalzo di luce affascinante che mi è rimasto impresso”.

 

Di queste visioni di bambino (l’età creativa in cui si forma la nostra percezione e “la nostra mente è più libera”) si nutre l’arte di Beninati, insieme ai sogni ricorrenti che faceva quando era piccolo, sogni che lui chiama “taglienti”, perché “erano belli a guardarsi da lontano, fumosi, ma quando l’immagine si avvicinava troppo mi tagliava, come un foglio di carta appuntito. Sogni bellissimi, ma fastidiosi”. Oltre a questi, l’artista cita un cartone cecoslovacco di Pinocchio che ha colpito molto il suo immaginario estetico e tutta la storia dell’arte italiana, memorizzata attraverso le immagini sfogliate nell’enciclopedia. E poi sempre Palermo, il cui nome ritorna spesso nei titoli ed è scritto a pennello nei suoi quadri. Una città di cui l’artista parlava spesso quando viveva lontano, ma con la quale oggi ha un rapporto conflittuale. Qui torna in mente il riferimento alla “Ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, per sottolineare come “ritornano i nomi delle cose ma non denotano più le stesse cose e, nonostante la resurrezione della memoria, tanto più forte quanto più involontaria, l’emozione prevale sulla consapevolezza e il tempo trascorso è destinato a essere definitivamente perduto”. E’ il canto universalmente malinconico di una “Palermo felicissima”, intrappolata tra la sua bellezza passata e il disperato vivere quotidiano di oggi.

 

Dal vetro della finestra dell’ultima installazione realizzata appositamente per gli spazi del Macro – il Museo d’arte contemporanea di Roma – vediamo librarsi nell’ambiente sedie, fogli, lampade e cesti. Volano come colpiti da un improvviso vortice di vento, fiori scagliati fuori dal vaso fluttuano a mezz’aria insieme a scrivanie pesanti, mappamondi illuminati, giornali, righelli, tavolinetti e l’arredamento intero di uno studio in subbuglio: si tratta di stregoneria o qualcuno forse ha spalancato una finestra nel momento in cui un tornado turbinava? Non è dato saperlo. Il movimento però si ferma al suo apice, un istante “congelato”, simile all’effetto del pulsante “pausa” nella visione di un film. Quest’opera site-specific, creata per la mostra “Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea”, in corso al Macro fino al 2 ottobre, ha un titolo evocativo e letterario (come spesso succede nelle opere di Beninati), “‘Non ho mai capito cosa s’intenda per dilatazione temporale. E voi? Forse vuol dire pensiero?’. Così iniziava la sua lettera”, e viene modificata dall’artista a intervalli regolari durante l’esposizione, modificando dettagli impercettibili, che solo l’osservatore più attento può cogliere.

 

Come scrive Costantino D’Orazio nel catalogo della mostra, “Manfredi Beninati costruisce istanti. Li dipinge oppure li realizza in forme tridimensionali che possono essere guardate soltanto da un diaframma, tornando così a farne quadri. Al di là del vetro compare un ambiente in cui l’artista ha fermato il tempo. Ha messo un punto. Ha interrotto il flusso… è un’immagine in cui mobili e oggetti hanno perso la loro posizione, ma non ne hanno ancora acquistata un’altra. Non sono sospesi. Sono fermi nel limbo tra due frazioni di secondo. Beninati lavora sull’interstizio tra il prima e il dopo, andando a scavare nel tempo quell’istante che possiamo soltanto pensare. L’ha imbrigliato attraverso un’immagine, rivelandone tutta la fragilità”. Le parole del critico romano riassumono i tratti peculiari delle installazioni dell’artista in scala 1:1, commissionate dai più importanti musei e biennali del mondo (dalla Biennale di Venezia a quella di Liverpool, da Mardin a Shanghai), dove gli spazi creati sono simili a set cinematografici, luoghi chiusi, che si mostrano allo spettatore tramite fessure o vetri oscurati. Il fruitore, fermo sulla soglia, vive il ruolo del voyeur che, curioso, cerca di afferrare i dettagli di questi territori onirici in cui l’occhio e la mente si perdono, come accade quando cerchiamo di definire le immagini dei ricordi oppure quelle evanescenti dei sogni.

 

Le stanze di Manfredi ci fanno viaggiare nel tempo attraverso lo spazio. “Giocare con il tempo è bello”, afferma l’artista, “spesso i miei titoli fanno riferimento a date che non esistono sia nel passato che nel futuro”. Nella sua ultima personale alla Galleria Lorcan O’Neill di Roma il riferimento temporale era nel nome dell’installazione: “2039”. L’artista è convinto che viviamo in mondi paralleli, che si estendono in diverse dimensioni. Fa riferimento a un’intuizione del 1968 del fisico Gabriele Veneziano, ritenuto il padre della cosiddetta “teoria delle stringhe” o “teoria del tutto”. Come rapportarci con l’idea che il nostro sistema solare non è che una delle infinite realtà esistenti nell’universo? Come intuito da Italo Calvino, anche per Manfredi Beninati fisica e poesia sono unite dalla forza dell’immaginazione e non a caso molte delle sue opere pittoriche hanno come titolo i nomi fantastici delle “Città invisibili”. Questo immaginario, legato al trascorrere del tempo in una dimensione spaziale, si riflette nelle opere pittoriche e scultoree dell’artista, realizzate nel suo studio nel quartiere “Liberty” di Palermo, a due passi da piazza Politeama. E’ questo il luogo dove oggi Beninati concretizza le sue visioni, dopo aver vissuto e viaggiato nel mondo, da Londra a Los Angeles, da Roma a Buenos Aires. Nelle sculture in cera sono evidenti i riferimenti a Medardo Rosso, ma le patine di colori accesi rimandano alle glasse della pasticceria siciliana.

 

La recente produzione dell’artista include mezzi busti in bronzo da poco esposti alla Galleria Poggiali e Forconi di Pietrasanta, dove i profili sono sfuggenti, abbozzati, a ricordarci che i volti della memoria ispirano conforto e a volte evocano spaesamento. Anche nei disegni, nelle pitture e nei collage le linee e i profili non sono ben definiti perché sottoposti a molteplici pennellature e stratificazioni di colore che descrivono uno spazio a più dimensioni nel quale le figure a volte emergono e altre volte sono evocate solo da ombre leggere. Giardini magici popolati da persone riprese da vecchie fotografie di famiglia, interni con lampadari e tavole ricolme di oggetti illuminati da improvvisi fasci di luce artificiale che rendono la materia pittorica, a tratti, baluginante. A volte, nella trama pittorica si scorgono dei tendaggi: ci svelano che siamo davanti a una messa in scena, a un palcoscenico allestito dall’inconscio. Opere su tela e tavola dove non c’è narrazione ma regna il libero accostamento degli elementi, come nei collage, tecnica surrealista per antonomasia. Ma i riferimenti culturali di Beninati – studioso onnivoro, appassionato di tutta la cultura, dalla scienza alla musica – sono italiani, dai visionari e poliedrici fratelli Giorgio e Andrea De Chirico (più noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio) al più contemporaneo e allucinatorio Antonio Ligabue, oltre che alla nostra tradizione del Rinascimento, con Piero della Francesca e Antonello da Messina, al quale l’artista ha dedicato una delle sue stanze-studiolo in occasione del Ravello Festival di Villa Rufolo nel 2008.

 

All’eccellenza della cultura italiana Beninati ha anche destinato un archivio online e l’attività di un’associazione culturale che prende il nome del fratello Flavio – scomparso dieci anni fa – e che raccoglie le biografie di artisti, scienziati, inventori, compositori e di altri talenti italiani ignorati dalla storiografia, ma che, in questa raccolta, trovano un dovuto riconoscimento ai loro meriti intellettuali. Aperta nel 2013 insieme alla madre, Carla Garofalo, l’Associazione Flavio Beninati occupa tutto un palazzetto, con una biblioteca aperta al pubblico e i balconi pieni di piante, ed è diventata un punto di riferimento culturale nel capoluogo siciliano anche in campo bioetico, l’altro ramo di ricerca che viene portato avanti attraverso incontri e momenti di approfondimento.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi