L’importanza di avere un editore

Cronaca e sudore. Se tornasse il Corriere stile Di Bella

L’arrivo di Cairo quasi certamente comporterà un nuovo metodo di direzione. C’è un modello per come potrebbe essere il giornale se volesse farsi più nazional-popolare. Il direttore che “tolse il doppiopetto al Corriere”. I sentimenti in prima pagina, un caso nazionale. E dagli Anni di piombo si passò al riflusso degli Ottanta.
Cronaca e sudore. Se tornasse il Corriere stile Di Bella

“E’ la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente!”: Ed Hutcheson-Humphrey Bogart nella scena finale del film di Richard Brooks “Deadline - Usa” (in Italia: “L’ultima minaccia”, 1952)

Antonio Padellaro, che è un bravo giornalista e oggi è editorialista del Fatto Quotidiano, ha ricordato, in morte di Licio Gelli, quella mattina del 21 maggio 1981 (“ho controllato e ricordo una bella giornata di sole”) in cui, giovane cronista politico alla redazione romana del Corriere della Sera, fu “protagonista involontario di un dramma che in poche ore portò alle dimissioni di Franco Di Bella” dalla direzione del giornale: “Di mattina presto fummo avvertiti che Palazzo Chigi avrebbe di lì a poco reso pubblici gli elenchi con gli iscritti alla Loggia P2 di Licio Gelli… Incaricato di mettere le mani sugli esplosivi libroni, portai a termine la missione e, verso mezzogiorno, mi presentai trafelato con il prezioso carico negli uffici romani del Corriere. Ma anche preoccupato perché mi era bastata una sbirciata alla lista per capire che nel giornale che mi pagava lo stipendio le cose stavano per mettersi male assai. Cascai nel mezzo della riunione che ogni giorno si svolgeva alle 12, in collegamento interfono con Milano. Attimi, naturalmente, difficili da dimenticare. Il mio ingresso nella stanza, piena come un uovo di colleghi che più di qualcosa avevano captato. E con il caporedattore Roberto Martinelli che annuncia al microfono: ‘Franco, è arrivato adesso Padellaro con gli elenchi’. Di Bella: ‘Dicci Antonio, di che nomi si tratta?’. Non avevo scelta: se avessi risposto non li ho ancora letti avrei fatto una storica figura di merda perché nessuno ci avrebbe creduto. Parlai tutto d’un fiato: ‘Veramente direttore ci sei anche tu’. Dopo tanti anni rammento nel silenzio interminabile il ronzio di un ventilatore. Poi, da milioni di chilometri una voce e tre sole parole: ‘Bene, scrivete tutto’”.

 

Era il Corriere di Angelo Rizzoli, che era finito con tutti e due i piedi nelle mani di Roberto Calvi, di Bruno Tassan Din e di Umberto Ortolani. Angelone fu l’ultimo editore puro di Via Solferino (tanto per dare un peso specifico all’abusato aggettivo “puro”). Di lì a poco il quotidiano sarebbe finito, “risanato”, in casa Agnelli e nei viluppi sempre più complicati del patto di sindacato. La damnatio memoriae di Franco Di Bella è inchiodata a quell’uscita, col “cuore gonfio di amarezza ma coscienza serena”, il 13 giugno del 1981. In pochi ricordano, o hanno avuto il piacere di ricordare in passato, la sua faccia larga da milanese del sud, figlio di un maresciallo di polizia nato a Tropea e di una mamma amalfitana. Il suo fiuto da grande cronista e la sua grinta da sergente di ferro, lo stile d’altri tempi che avrebbe ben figurato, da comprimario, in Front page di Billy Wilder. La voce “Corriere della Sera” dell’Enciclopedia Treccani online non lo cita nemmeno: “Seguì un periodo di grande travaglio: nel 1981, pubblicati gli elenchi degli affiliati alla loggia massonica segreta P2 (fra i quali esponenti della proprietà), vi furono ripercussioni negative sull’immagine del quotidiano”. Al Corriere aveva lavorato una vita, dal 1952. L’ha diretto per quarantatré mesi.

 

Dopo un trentennio di controlli proprietari intrecciati e di intrecci direttoriali che che ne hanno fatto il barometro del potere politico ed economico, a Via Solferino si è riaffacciato un editore puro, forte della sua piccola flotta di giornali popolari di pochi costi e buoni ricavi, con qualche idea chiara e ruvida per rimettere in navigazione la grande corazzata malata del giornalismo italiano. Più ricchezza editoriale, più contenuti, nuovi prodotti, ha dichiarato Urbano Cairo. Parlando al Foglio, ha buttato lì una delle sue idee “aggressive”: “Perché per esempio non abbassare per un mese il prezzo del giornale per rendere per un determinato periodo il Corriere accessibile a un numero maggiore di persone?”. Qualcuno già paventa una (impossibile) trasformazione in tabloid del Corrierone. Semplicemente, potrebbe essere il sogno di un format diverso, più votato alla cronaca e a intercettare un pubblico che dai quotidiani tradizionali oggi si tiene alla larga.

 

Lasciate alle inconsolabili vedove di Tina Anselmi le vicende editoriali dell’Italia a doppio fondo, non è male allora ricordarsi di quel che fu il Corriere della Sera di Franco Di Bella. Il giornale diretto per tre anni, e per la prima volta, da un ex cronista di nera (ha scritto anche dei bei libri, in materia), poi caporedattore e infine vice plenipotenziario di Piero Ottone – direttore intellettuale e di visioni progressiste e internazionali così diverso da Di Bella, che invece era un giornalista dal tratto popolare. L’avevano assunto grazie a uno scoop leggendario: fu lui a scovare l’unica fotografia di Bruno Pontecorvo, il fisico nucleare che era scappato in Unione sovietica. Nel suo Corriere segreto (libro ampiamente e colpevolmente introvabile persino nelle biblioteche di Milano) ricorda: “A quell’epoca avevo cominciato a lavorare come stringer cioè informatore per il gruppo Time-Life, per cui leggendo i giornali inglesi scoprii che Pontecorvo era prima passato in Italia e da lì aveva fatto il balzo oltrecortina”. Piombò di notte all’agenzia fotografica che collaborava col Corriere, fece aprire gli archivi per trovare il fotografo che aveva scattato quella foto. Lo assunse Mario Missiroli: “Il primo giorno andai nel cesso a piangere”.

 

Erano gli anni del giornale paludato, che beccava buchi in cronaca. Un Corriere orgogliosamente nazionale ma piantato come un platano sui viali di Milano, che però a Milano, come si dice in gergo, si faceva mangiare la pappa in testa dalla Notte di Nino Nutrizio e più tardi dal Giorno. Fu Alfio Russo, direttore negli anni Sessanta, a insufflare un po’ del sacro fuoco della cronaca nella redazione. Di Bella ne diventò l’anima. Lui che urlava “non farti rivedere se non hai la foto!”, lui che inventò per Luciano Lutring il titolo nobiliare di “solista del mitra”. Fu lui nel 1965 a proporre a Dino Buzzati, che aveva già 59 anni ed era uno scrittore famoso, di raccontare Milano di notte girando a bordo di una volante della polizia. Aveva voglia di vedere un fuoriclasse ricominciare “a scrivere cronache, veri pezzi giornalistici e non solo racconti e elzeviri”. Buzzati “accettò senza degnazione, non ebbe schifiltosità di mestiere”.

 


In pochi ricordano il suo fiuto da grande cronista e la sua grinta da sergente di ferro, lo stile d’altri tempi che avrebbe ben figurato in “Front page” di Billy Wilder


 

La provvidenza rossa è un bel romanzo para-poliziesco sul Pci e la Milano degli anni Settanta scritto da Lodovico Festa, uno che si ricorda bene entrambe le cose e sa spiegare altrettanto bene anche il ruolo dei quotidiani nella politica e nella vita sociale di allora. Basterebbe questo personaggio: “Da uomo moderno, Ercole Ferroni era pronto alla sua preghiera mattutina. Una decina di quotidiani e un paio di settimanali di tendenze e specialità difformi erano sparsi sul tavolo della colazione tra tazze di caffè, bricchi di latte, brioche, spremute d’arancia, vasetti di yogurt e marmellata di rose. Leggeva partendo dagli editoriali, proseguiva con la cronaca politica, si soffermava sui problemi internazionali, dava un’occhiata a cosa stava combinando la sua squadra del cuore, l’Inter, una sbirciatina ai programmi televisivi per la serata. Cercava qualche nota sull’amministrazione provinciale di Milano, della cui assemblea faceva parte. E infine si immergeva felice nel fatti di cronaca nera, che in quei tempi erano ancora descritti come si deve”. Negli anni Settanta, il maggior giornale d’Italia era soprattutto questo: la bibbia di una borghesia imprenditoriale che andava spampanandosi, in mezzo a una lotta politica sanguinosa fuori dalla redazione e sanguinaria dentro, di un popolo che osservava attonito, vieppiù disamorato e già pronto a farsi attrarre da nuove forme di comunicazione.

 

L’arrivo alla direzione, nell’autunno del 1977, è una pagina di storia controversa. Aveva guidato a Bologna il Resto del Carlino giusto il tempo di vedere gli scontri in cui morì Francesco Lorusso, i giorni dell’Autonomia, degli Indiani metropolitani e di Radio Alice. Confessò anni dopo che non aveva voglia di rientrare “in quel Vietnam” che era Via Solferino, il giornale che nel 1974 aveva cacciato Indro Montanelli, seguito da Bettiza e dagli altri (“Montanelli s’è portato via l’argenteria”, fu il suo commento). Alberto Ronchey, che sembrava il predestinato a rimpiazzare Ottone, ha raccontato a Pigi Battista (in Il fattore R) che contro di lui “emerse un veto di Licio Gelli”. Del giornale corazzata ideologica cresciuto nell’idillio degli anni Settanta tra Giulia Maria Crespi e Piero Ottone non serve parlare. Per ricordarne il clima basta rileggersi il glorioso L’eskimo in redazione di Michele Brambilla. Di Bella era a Bologna il 2 giugno 1977, quando spararono a Montanelli. Così l’onta di quel titolo in prima pagina che ometteva il nome (“Milano […], gambizzato un giornalista”) è tutta sul petto di Ottone. Era a Bologna anche la sera del 14 maggio, quando il Corriere rifiutò di pubblicare la fotografia del manifestante col passamontagna che a gambe divaricate spara ad altezza uomo contro la polizia, negli scontri di via De Amicis in cui fu ucciso l’agente Antonio Custra. L’episodio che in pratica chiuse la direzione di Ottone.

 

Ovviamente non era soltanto questo, il Corriere della Sera. Era il giornale che era stato diretto da Giovanni Spadolini, col suo doppio passaporto di giornalista e storico accademico. Fu lui a portare le firme di Leonardo Sciascia, di Giacomo Devoto, di Goffredo Parise, a nobilitare la terza pagina. Con Ottone il giornale era diventato la tribuna di Pasolini, di Moravia, un pensatoio laico di grande rilievo “e tutt’altro che noioso”, come ricorda Vittorio Feltri che in quegli anni lavorava alla redazione politica. Ma, come diceva qualcuno, anche “un giornale che ci voleva la laurea” per leggerlo.

 

Franco Di Bella va famoso per “aver tolto il doppiopetto al Corriere”. In effetti, molto prima che un altro direttore-intellettuale come Paolo Mieli “mettesse la minigonna” al Corriere, dopo averla sperimentata sulla prima pagina della Stampa, Di Bella provò a fare un’operazione simile.

 

Nel 1978, da poco arrivato, lanciò un’inchiesta sulla nascente mania dello skateboard. Successo di pubblico, sospetto dei puristi. Ma, racconta Feltri, lo skateboard non era stato un caso. “Per fare un giornale popolare ci vuole gente colta, e lui lo sapeva benissimo”, non a caso il suo vicedirettore vicario era Gaspare Barbiellini Amidei, giornalista culturale raffinato che reggeva il timone con il caporedattore centrale Roberto Ciuni, gran cronista siciliano. Cominciarono a comparire, la domenica in prima pagina, articoli con titoli come “Il diritto di divorziare dai genitori”, a firma Luca Goldoni. I tre avevano in mente di portare “argomenti riguardanti il privato e i sentimenti dell’uomo in prima pagina”. Non l’aveva ancora fatto nessuno. Così, per dirla con Feltri, fu il Corriere di Franco Di Bella a “inventare il riflusso”.

 

C’è una storia esemplare, l’ha ricostruita Paolo Morando in Dancing Days: 1978-1979 - I due anni che hanno cambiato l’Italia. Nel diario di Franco Di Bella, alla data 12 settembre 1978, c’è scritto: “Forse ho trovato: tra le lettere ce n’è una, molto bella, strana e struggente, che controllo personalmente. E’ autentica: è la lettera di un cinquantenne sposato che ama, riamato, una ragazza di 34 anni”. “Medito fino alle 22, poi piazzo lettera e pezzo (un commento a quattro mani suo e di Barbiellini Amidei, ndr) in un colonnino di prima pagina”. Il 13 settembre annota: “Siamo subissati di telefonate. Il comitato di redazione bizantineggia dicendo che l’amore in prima pagina sì, però è il privato che prevale sul pubblico e questo non è bene”. Scoppia un caso nazionale, lettere da ovunque, e vengono pubblicate. Mentre invece i commentatori di primo piano si ritraggono, non sanno cosa scrivere. Sul Corriere avevano esordito quelle che nel giornalismo anglosassone si chiamano “human interest stories”. Goldoni firmò un articolo che fece scalpore, suonava come una presa di posizione del quotidiano a favore del cinquantenne che minacciava di suicidarsi per la “ragazza” che amava: “Che noia quelle anime scandalosamente gemelle”.

 

Il Corriere era allora il primo giornale, vendeva 800 mila copie, Repubblica era appena nata, e fu Natalia Aspesi una delle prime a capire che Di Bella aveva fatto centro. Gli intellettuali rimpiangevano i ministri e gli ambasciatori in prima pagina, sentivano puzza di stampa rosa. “Fu davvero uno spartiacque tra un decennio e l’altro, quelli che erano stati gli Anni di piombo e quelli che sarebbero stati gli anni Ottanta”, raccontò poi Barbiellini Amidei. Il quale, nel 2007, confessò pure che quella lettera l’aveva scritta mezza lui, sistemando una vera lettera largamente impubblicabile di un cinquantenne brianzolo aspirante suicida per amore. Avevano inventato anche l’infotainment?

 

Vittorio Feltri era arrivato dal Corriere di informazione, che aveva la redazione al piano di sopra. L’aveva fatto “scendere” Walter Tobagi, che proprio Di Bella fece diventare editorialista e prima firma. E toccò a lui, al direttore poco amato dal cdr e dalla componente molto di sinistra della redazione, chinarsi sul cadavere del suo cronista in via Salaino, quel 28 maggio 1980. Dice Feltri: “Davanti a Di Bella chapeau, e non solo per affetto personale. Il suo giornale con la cronaca, il privato il prima pagina, aveva cambiato il modo di fare. Riportò in alto le copie del Corriere, riuscì a pareggiare l’emorragia di copie prodotta dalla nascita del Giornale di Montanelli. Fece un Corriere pimpante, era uno che ti stravolgeva il giornale in dieci minuti, già in tipografia, alle dieci di sera. Aveva il fiuto di capire quello che interessava alla gente, e di trasmetterlo ai suoi giornalisti”.

 

Gaetano Afeltra, nel suo Corriere primo amore, testimonia che fu “forse il primo a far diventare moneta corrente sulle pagine di giornale termini da lui inventati come ‘grisbì’, ‘squillo’, eccetera”. Ma arrivato alla direzione, non fu soltanto una questione di linguaggio. Piuttosto il tentativo di sintonizzare il quotidiano, ancora il primo nazionale, sulle lunghezze d’onda di un pubblico che era mutato e che usciva dalla sbornia dei giornali per soli intellettali (su questo, la partita si sarebbe giocata con Repubblica, nato apposta per la nuova classe dirigente). Non era solo questione di politica, anche se fu lui, nei giorni del sequestro Moro, a far esordire in seconda pagina Silvio Berlusconi come editorialista, con un articolo intitolato “Un piano per l’industria che darà pochi frutti”. Fu piuttosto, come scrive Glauco Licata in Storia del Corriere della Sera, il tentativo di “rendere meno pesante il giornale che fino a quel momento, specie nelle prime due pagine destinate esclusivamente agli introdotti e ai professionisti della politica, era pesante”.

 

Michele Brambilla, che entrò alla cronaca milanese di via Solferino nel 1985, racconta che era la redazione più importante, “c’erano trentatrè cronisti e solo tre uomini macchina, perché il giornalismo era ancora quello, c’erano ancora le cabine per le telefonate riservate”. Ma soprattutto, ricorda, “c’era il mito di Franco Di Bella. Della scuola che aveva creato. Lui era stato reporter per Buzzati, che invece era l’estensore degli articoli (ai quei tempi, nelle reazioni esisteva ancora quel modo di fare giornalismo che decenni dopo abbiamo idealizzato come un mito soltanto americano, alla Bob Woodward e Carl Bernstein: i cronisti che lavorano in coppia, ndr). Di Bella era uno che aveva fatto tutta la trafila, era il suo modo di fare il giornale”. Brambilla si ricorda del suo primo capocronista, Arnaldo Giuliani: “A sua volta era stato reporter per Di Bella. Mi raccontò la volta in cui tornò con le notizie per il pezzo, e Di Bella gli disse ‘stavolta sei pronto per scriverlo tu’. Dopo anni, per la prima volta, avrebbe avuto un pezzo siglato (non firmato). Si mise alla macchina da scrivere sudando freddo. Il capocronaca glielo fece riscrivere tre volte, l’ultima già in tipografia: ‘Adesso va bene, ma ormai è tardi’. E cestinò il foglio. Giuliani voleva piangere, ma un vecchio tipografo gli disse, ‘Stia su, Giuliani, oggi ha passato l’esame di giornalismo’. Di Bella nella storia del Corriere è stato questo, anche molti anni dopo”.

 

Adesso al Corriere della Sera è tornato un editore puro, il lettore ha già capito a cosa mette capo questa rievocazione, che non ha la pretesa di elargire consigli. E’ solo la curiosità di domandarsi quali strade prenderà il più importante quotidiano italiano se volesse farsi più nazional-popolare, meno scritto per linee interne e per addetti ai lavori, meno giocato sull’equilibrio alternato degli editorialisti di prima pagina, forse persino più milanese – nel senso di più attento alle vere dinamiche della borghesia che scalpita ottimista tra nuovi business e nuovi consumi. Certo, gli anni della cronaca fatta per la strada non ci sono più, il rosa e il costume hanno rimpiazzato da vent’anni i pensosi editoriali e la parola magica è sempre multimedialità, specialmente per un editore che possiede una televisione. Poi servirebbero direttori capaci di dire: “Bene, scrivete tutto”.

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