Le vedute di un patriota: Ippolito Caffi

Romantico e anticonformista, per tutta la vita inseguì un suo ideale di libertà, artistica e politica. “Tra Venezia e l’oriente”: l’arte del pittore in mostra al Museo Correr. Mantenne sempre una visione eterea e sublime della realtà vera delle cose, attento alla natura fragile e fugace della vita umana.
Le vedute di un patriota: Ippolito Caffi

Ippolito Caffi, “Genova: bagno delle donne”, 1851 (dal catalogo della mostra edito da Marsilio). “Ippolito Caffi 1809-1866 - Tra Venezia e l’oriente” si può visitare fino al 20 novembre

Doveva essere un tipo assai deciso Ippolito Caffi. Determinato, anticonformista, romantico, aveva una visione chiara di ciò che si doveva fare, per inventare un’arte nuova e per evitare il gusto accademico e stantio. Era un pittore risorgimentale. Rivoluzionò la scuola del vedutismo classico, trasformando la lezione del Canaletto e di Bellotto. E per tutta la vita inseguì un suo ideale di libertà, artistica e politica. Prima di essere un artista di grido, infatti, fu un patriota della prima ora, pronto a gettarsi nella mischia in difesa del Papa re o della Venezia repubblicana di Daniele Manin e di Nicolò Tommaseo. La sua fu una vita da romanzo, che visse rischiando sempre di persona, sprezzante del pericolo, andando incontro alla persecuzione, all’esilio, subendo stoicamente false accuse. E se finì tragicamente, combattendo con pennelli e colori l’ultima battaglia per liberare Venezia dall’Austria, mantenne sempre una sua grazia inattesa, una visione eterea e sublime della realtà vera delle cose, attento alle minuzie quotidiane, alla natura fragile e fugace della vita umana.

 

Uno dei primi dipinti che apre la strepitosa mostra di oltre centocinquanta opere, allestita al Museo Correr di Venezia fino al 20 novembre, è un dipinto a olio di 35 per 50 centimetri che ritrae la piazza del Pantheon. Colpisce la precisione del tocco, la scena dimessa, l’indifferenza davanti alla maestosità romana, con quelle figurette di passanti, donne velate in rosso riprese di spalla, signori in tuba e bastone fermi a chiacchierare tra le colonne corinzie e la fontana di Giacomo Della Porta, con l’obelisco egizio trasferito a Roma da Domiziano e sistemato lì da Clemente XI. Siamo nel 1837. Il Pantheon e la sua piazza sono come li vediamo oggi, se si esclude l’invadenza dei tanti bar postmoderni e dei turisti in ciabatte con bastoncino del selfie. In compenso, non ci sono più i campanili, le due orecchie barocche erette da Bernini all’inizio del XVII secolo e abbattute a fine Ottocento. In un altro dipinto il fermo immagine è sul fianco destro del Pantheon, con i ferri della cancellata in primo piano, la prospettiva delle colonne interrotta dal chiaroscuro che cede alla trivialità della vita quotidiana, i panni stesi davanti al tendone di un negozio, alcune figure al centro della piazza, l’azzurro terso del cielo sui tetti.

 

Quando dipinge queste vedute, Ippolito Caffi ha ventotto anni. Vive a Roma da cinque. E’ un entusiasta, lievemente anarchico e però scrupoloso. Da piccolo, pur di obbedire alla sua vocazione, si calava dalla finestra con una corda di lenzuola intrecciate per andare a seguire i corsi serali di un maestro locale. Suo padre, abbiente proprietario, di un figlio artista non ne voleva sapere. Ma il ragazzo insistette. E quando il padre morì d’improvviso, affogando nel guado del torrente Tegorzo, il figlio sedicenne si impegnò con la madre vedova e i due fratelli a proseguire gli studi d’arte a Padova e guadagnarsi il pane. A Padova raggiunse il cugino Pietro Paoletti, allievo di Giovanni De Min, l’allievo di Canova che aveva affrescato Palazzo Papafava con scene tratte dall’Orlando furioso e dalla Gerusalemme liberata. “Ho fatto amicizia col professor Demin e vado ogni giorno da lui a fare ciò che conviene, per la mia parte son meso col impegno di studiare a più non posso. Pietro mi insegna anche lui con somo gusto”, scrive Ippolito al suo maestro bellunese in una lettera citata da Annalisa Scarpa nel catalogo (Ippolito Caffi 1809-1866 - Tra Venezia e l’Oriente, Marsilio editori, 35 euro). E’ un allievo diligente: “Io non facio altro che studiare quanto vive le mie forze, o fatto cinquanta piedi in diversi movimenti, dodici o quatordici teste tutto dal Giesso, son dietro a fare uno studio di Notomia dal Giesso al Naturale con esatezza, cinquanta e più mani in diverse posizioni ed altre cose che lavoro giorno e notte a più non posso”. Morigerato: “Con vinticinque soldi al giorno io faccio colazione, disnare e cena, compro carta e lapis per il mio occorrente, per disturbare il meno che sia posibile il mio zermano poiché anche lui ha la sua famiglia…”.

 

La vita dura non gli dispiace, ma due anni dopo parte per Venezia. Ammesso all’Accademia di belle arti, segue i corsi di prospettiva di Tranquillo Orsi, autore di tante scenografie per il Teatro La Fenice, quelli di nudo tenuti da Teodoro Matteini, amico del Canova e maestro di Hayez, e quelli di figura impartiti da Francesco Bagnara, scenografo di Gioacchino Rossini. Animo inquieto, Caffi però è poco tagliato per la vita accademica, aborre la prigionia delle norme. Le accademie sono nate “per moltiplicare i mediocri artisti, e non per educare dei buoni”, dunque sono da evitare, “come il demonio l’acquasanta”, perché “quella pedanteria d’insegnamento, quel consumar i più belli e bolenti anni della vita nel materialismo, è una crudeltà, è una condanna delle più orribili”. E quantunque viva col fratello oculista e collabori coi suoi maestri, ben presto inizia a arrabattarsi per mettere insieme il peculio necessario alla nuova trasferta. Sogna infatti di partire per Roma, dove il cugino si è trasferito, godendo della protezione del nuovo Papa bellunese Gregorio XVI. A Roma, finalmente nel suo elemento, Caffi è un uomo felice. “Mi trovo sempre più bene in questa città e ne provo grandi vantaggi; essa non solo è fatta pei Pittori di Storia, ma ancora altrettanto pei Prospettici, perché quel su e giù, quelle continue linee piramidali, quella varietà di oggetti antichi e moderni misti insieme, unisce in ogni punto di vista un bell’insieme, e ben variato (…) io non faccio che di continuo dedicarmi a disegnare e dipingere dal vero, che tengo per certo sia il più giusto originale: i disegni non solo mi serviranno di tener memoria di questa Capitale in caso di allontanarmi, ma anche per trasportarli in tela e dipingerli di maniera, non che per comporre i dipinti poi fatti sul vero, impiego meno tempo, imito con più facilità la verità, faccio molta pratica, e li vendo presto”.

 

Fra lavori alimentari, come la decorazione di una chiesa o le scenografie per il teatro Tor di Nona, incoraggiato da Paoletti, Caffi decide di dedicarsi alla pittura di paesaggio, realizzando modellini da rielaborare in seguito. Nel 1835 pubblica un libro, Lezioni di prospettiva pratica, fedele al vedutismo del Canaletto più che ai nuovi modi degli Hackert, Tischbein, Kniep, Turner e Corot che in quegli anni trasformano la città dei papi in una colonia straniera, innovando luci, colori, spazi e atmosfera. Visita Napoli, dove entra in contatto con Gigante e Carelli e la Scuola di Posillipo, poi torna a Roma e realizza le vedute di Trinità dei Monti, con le sue linee pulite, austere, l’uso dell’azzurro e del verdino contrappost all’ocra chiaro delle mura, e una prospettiva opposta a quella di Corot e invece analoga a quella scelta nel 1808 da François Granet, che non sappiamo se ebbe mai conosciuto. Altra pietra miliare di quegli anni romani, il Carnevale e la Festa dei moccoletti, uno dei suoi temi preferiti, che replicherà in una quarantina di versioni. “Le carneval de Rome fourmille, babille, et scintille aux lueurs de cent mille moccoletti”, scriverà estasiato Théophile Gautier che scopre Caffi a Parigi all’Esposizione universale del 1855. I due esemplari in mostra al Correr sono piccoli dipinti a olio punteggiati di luci, di colori, di una folla in movimento, con tratti veloci che sembrano anticipare l’impressionismo. Le quinte dei palazzi sul Corso, con le loro facciate sfavillanti e i balconi addobbati, sembrano quasi prendere fuoco sullo sfondo della notte romana, rischiarata dalla luna, fra lumini, torce a vento, palloni di carta colorati sospesi nell’aria. E di quel rito orgiastico che era il carnevale romano, Caffi restituisce ogni dettaglio dall’inizio alla fine: la corsa dei cavalli Berberi lanciati senza fantino da piazza del Popolo a piazza Venezia, fra le schiere dei palazzi che sembrano le tribune di un teatro; la folle gara dei moccoletti, coi romani che corrono a piedi, in mezzo a lazzi, risate, maschere e spintoni, con in mano un lumino acceso, minacciato dalla calca.

 

Da Roma, dove resterà sedici anni, Caffi torna spesso a Venezia, per documentare le feste in onore dell’imperatore d’Austria, o realizzare nuovi dipinti, come la veduta della città al tramonto, o in un giorno di vento, pioggia e neve, o durante la regata sul Canal Grande. Espone a Brera, a Trieste. A Padova dipinge le sale del Caffè Pedrocchi con quattro vedute del Foro romano. E’ormai un artista conosciuto, invidiato, persino contraffatto, ma in balia dell’inquietudine sogna altri lidi; anche lui come Flaubert, Maxime du Camp, Baudelaire e tutta la generazione degli artisti romantici, vuole partire per l’Oriente. Salperà da Napoli ai primi di settembre del 1843, diretto a Atene. “L’esser fuori dal seno della società e dei pregiudizi è una cosa veramente gradevole: qui, qui so di essermi dato solamente all’arte, e per essa vivo solamente (…). Quando un artista può essere libero, come lo sono io adesso, si può anche in questo mondo gustare qualche istante di felicità”. Da Atene, si imbarca poi per Smirne, e da lì per Costantinopoli. “A Pera, Galata e il Bosforo, io mi credea traportato in Paradiso”. Le tracce del viaggio in oriente, che attraverso la Siria, l’Armenia e la Palestina continua fino in Egitto, si ritrovano nei molti dipinti esposti al Correr, come Santa Sofia, l’Ippodromo, l’Assalto dei beduini, il Riposo di una carovana, il Bazar degli scialli di Alessandria, le vedute del Monte Oliveto, nei sedici dipinti di Atene, e nel libro di disegni sui costumi popolari, che formano le centinaia di opere donate al museo veneziano nel 1888 dalla vedova Caffi, in ricordo del “sempre lacrimato marito”.

 


Ancora di Caffi, “Arrivo di Vittorio Emanuele a Napoli”, 1860 (particolare)


 

Sedotto dalle “doti d’animo così finite e soavi da poter promettersi di vivere accanto a lei un’intera vita beata”, Caffi aveva sposato Virginia Missana nel dicembre 1849, nella chiesa di San Moisé a Venezia, dove s’era precipitato l’anno prima per assistere al trionfo di Manin e Tommaseo, liberati dai Piombi su pressione popolare, e alla nascita della nuova Repubblica di San Marco, che dopo aver votato l’annessione al Regno di Sardegna subì il ritiro dell’appoggio di Carlo Alberto, mentre il generale Guglielmo Pepe prendeva la difesa della città. Assunto il grado di capitano nel battaglione difensivo, Caffi documenta il bombardamento notturno di Marghera e sul piazzale del ponte di Venezia. Patriota e testa calda, non era nuovo alla mobilitazione. L’anno prima a Roma s’era arruolato nella Guardia civica concessa da Pio IX. Poi però era partito alla volta di Palmanova per prendere parte all’insurrezione contro gli Asburgo, e aveva vissuto la sconfitta di Visco Illiria, immortalandone gli eroi dimenticati. Prigioniero degli austriaci, era stato confinato a Belluno: “A due a due ci cacciarono entro un buco terreno che meteva in una prigione separata, e in quella oppresione ci fu d’uopo pasare sei giorni mangiando poco pane e bevendo acqua”, scriverà al marchese Antinori. Proscritto da Venezia, per l’accusa mossagli dal facinoroso suo omonimo Michele Caffi di aver saccheggiato palazzo Querini, sede del patriarcato, ottiene un visto per Genova, dove rimarrà per otto anni, viaggiando di continuo per Locarno, Bellinzona, Torino, Londra e Parigi. E Genova, che pure non lo affascina (“I caffé sono taverne, alla parola; piazze fontane non ve ne sono, l’acqua è imbevibile, carrozze d’affitto non ve n’è affatto e altri comodi della vita inutilmente li cerchereste. Il commercio è immenso, il porto contiene una selva d’alberi di mare. La popolazione villana, nessuna gentilezza e non conoscono altro dio che l’interesse, altra ragione che il denaro per il quale manderebbero la loro anima al diavolo”), rivive nella mostra veneziana attraverso le vedute di Carignano, di Palazzo Doria e della Lanterna, con la Riviera di Ponente e le bagnanti di San Nazzaro di Albaro, un altro minuscolo dipinto a olio di inatteso splendore, con le sagome minute e variopinte delle donne che, nella luce soffusa del tramonto, in mezzo agli scogli e fra le dune di sabbia, si immergono nell’acqua completamente nude o vestite, con la stessa voluttà naturale degli animali marini.

 

Tornato a Roma nel 1855, Caffi dipinge nuovi squarci della città antica e moderna per il Papa Pio IX, che gli commissiona sei dipinti per gli armadi della biblioteca vaticana. Tre anni dopo, ottiene finalmente un salvacondotto per Venezia, e pone fine ai lunghi anni d’esilio grazie al processo e alla completa assoluzione per i fatti del 1849. Nel luglio del 1860 però, fallita la Seconda guerra di indipendenza, viene arrestato di nuovo con l’accusa di alto tradimento. Appena liberato, in settembre parte per Napoli al seguito di Garibaldi, e due mesi dopo assiste all’ingresso di Vittorio Emanuele. Ottenuta la cittadinanza italiana, ardente di patriottismo, torna a Venezia in attesa di una scossa elettrica. Sarà la guerra contro l’Austria a fornirla a lui e al Regno d’Italia. Pronto a imbarcarsi per l’Adriatico, Caffi integra la flotta che parte alla conquista dell’isola di Lissa. Viene invitato dal generale Persano a trasferirsi sulla nave ammiraglia, la Re d’Italia. E il 20 luglio 1866, quando la nave cola a picco sotto il fuoco nemico, si trova a bordo, armato di fogli, tele, taccuini e pennelli. Dei 600 uomini dell’equipaggio, se ne salvano solo 140. Ma fra questi non c’è lui, Ippolito Caffi, il pittore romantico, l’artista fremente di libertà, il patriota esaltato e pronto gettare il cuore oltre l’ostacolo, pur di testimoniare la realtà dipingendo “il vero dal vero”, ritenendolo “per certo il più giusto originale”.

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